EMANUELA ORLANDI. UN CASO ANCORA APERTO

DI PAOLO VARESE

Via Po, Roma. Una via elegante in un quartiere poco distante della Facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza, alle spalle di dove nacque Michael Collins, uno dei tre uomini che raggiunsero per primi la luna. In un palazzo di questa strada, lunedì 29 ottobre, sono state ritrovati alcuni resti umani, tra cui ossa, cranio, denti. Erano nascosti in un seminterrato all’interno della Nunziatura Apostolica di Roma, quindi territorio non italiano, e ciò ha portato la magistratura vaticana a richiedere la collaborazione di quella italiana, per cercare di far luce su questo mistero, che potrebbe portare molto lontano.
Sono infatti stati disposti accertamenti per verificare il sesso e l’età della persona a cui appartenevano le ossa, nonché l’epoca a cui risalgono, anche se, da parte degli inquirenti, si nutre il sospetto che si possa trattare dei poveri resti di Emanuela Orlandi. La sparizione di Emanuela avvenne nel 1983, ed ancora non ha trovato una soluzione. Tutto iniziò il 22 giugno di quell’anno, alle 19:00, quando la ragazza, appena quindicenne, uscita dalla consueta lezione in Piazza Sant’Apollinare, chiamò casa sua da una cabina telefonica, che si trovava in piazza delle 5 lune, e parlò con sua sorella di una proposta di lavoro ricevuta come promotrice di prodotti cosmetici. Un particolare inizialmente tenuto poco in considerazione, ma successive indagini provarono che la ditta di cosmetici citata nella telefonata non aveva mai offerto un lavoro ad Emanuela, e che nello stesso periodo altre ragazze della sua età erano state avvicinate con simili proposte. Il tempo di salutare due sue amichette, e poi Emanuela scomparve. Una delle due ragazze, che erano salite su due autobus diversi, vide Emanuela alla fermata dei bus parlare con una donna dai capelli ricci, mentre attendeva il mezzo pubblico che l’avrebbe portata a casa sua, dentro il Vaticano. Si, perchè Emanuela Orlandi era una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura Pontificia, e la sua vita si svolgeva sotto la cupola di San Pietro. A seguito della denuncia di scomparsa da parte dei genitori, e della pubblicazione di una foto su tutti i giornali, iniziarono anche le prime telefonate di avvistamento, a cui non venne dato peso. Nel frattempo il volto di Emanuela aveva tappezzato tutta Roma, ogni romano conosceva quel viso, quel sorriso, quel nome. Un vigile urbano in servizio al Senato riferì di aver incontrato Emanuela, che gli aveva chiesto informazioni stradali, e che la ragazza era in compagnia di un uomo, di circa 35 anni ed alto circa un metro e 75, stempiato, sceso da una BMW touring color verde. Quella vettura venne rintracciata da un collaboratore del SISDE, parente degli Orlandi, presso un carrozziere dove era stata portata per la rottura di un finestrino anteriore, anche se sembrava che il vetro del finestrino fosse andato in frantumi per un colpo ricevuto dall’interno. A portare la vettura dal carrozziere era stata una donna bionda, rintracciata anche lei dal collaboratore, in un residence. La donna rifiutò di dare informazioni, ma al ritorno in ufficio l’agente, che operava sotto copertura e con una vettura civetta, venne informato dai suoi superiori che sapevano dei suoi spostamenti. L’informazione fece scattare dei collegamenti nell’uomo, che però non riuscì a compiere altre indagini. Nel luglio seguente, di domenica, Papa Giovanni Paolo II rivolse, durante la celebrazione dell’Angelus, un appello a chiunque avesse con se Emanuela, e due giorni dopo l’appello una telefonata alla Sala Stampa Vaticana mise in allerta gli investigatori. Infatti durante il colloquio telefonico un uomo dall’accento straniero, ribattezzato l’amerikano, riferì di avere Emanuela in ostaggio, e chiese una linea telefonica diretta con il Vaticano. Inoltre il misterioso uomo disse che il Papa doveva intercedere per la liberazione di Alì Agca, colui che due anni prima aveva sparata proprio al Papa. Per convincere di avere la ragazza con se chiamò casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori una registrazione in cui, una ragazza con accento romano ripeteva alcune parole tra cui: scuola, Convitto Nazionale, dovrei fare il terzo liceo”. Sembravano frasi estrapolate da un interrogatorio, o forse una conversazione. L’8 luglio una compagna di conservatorio di Emanuela ricevette una telefonata da un uomo, che le disse di riferire agli investigatori che per lo scambio con Agcà restavano solamente venti giorni. La ragazza, interrogata dagli inquirenti, riferì che il suo numero telefonico Emanuela lo aveva trascritto su un foglietto, il giorno della scomparsa, perchè dovevano parlare di un concerto. Quindi sembrò plausibile che la Orlandi fosse effettivamente ostaggio di chi aveva telefonato. Successive indagini però portarono su una pista cieca, e l’Amerikano non diede altre prove, non avanzò altre richieste in merito alla liberazione di Agcà, e fece svanire le speranze della famiglia. Altre indagini, altre piste si susseguirono nel corso del tempo. Si disse di tutto, si ipotizzò di tutto, ma di Emanuela non si seppe pìù nulla, mentre si facevano collegamenti con il caso della Banca Vaticana, si ipotizzarono collegamenti con la Banda della Magliana, si parlò di pedofilia. Il caso è stato più volte chiuso e riaperto, sempre dietro spinta dei familiari. Ed oggi un nuovo terribile sospetto, alimentato dal ritrovamento di quelle ossa in via Po. Forse, se verrà dimostrata l’appartenenza dei resti si potrà dare una sepoltura ad una persona, ma non dovrà smettere la caccia a chi l’ha portata via da questa vita.