UN DOCUMENTARIO PER NANNI MORETTI: CON SANTIAGO PARLA DI CILE (E ITALIA)

DI DARIA FALCONI

Torna sulla locandina del suo nuovo film Santiago, Italia Nanni Moretti, questa volta però lasciando la scena alla maestosità delle montagne sopra le case di Santiago del Cile. Appare così al pubblico anticipando il trailer, il suo quarto documentario, a distanza di dodici anni, che chiuderà la 36esima edizione del Torino Film Festival (dal 23 novembre al 1 dicembre) e arriverà nelle sale italiane il 6 dicembre distribuito da Academy Two.
Un progetto diverso dal solito ma con il nobile intento di raccontare quelli che furono gli avvenimenti del 11 settembre 1973 in Cile quando cadde il governo democratico di Salvador Allende. Video, estratti e interviste per raccogliere quanto più possibile materiale e restituire verità e ricordo a tale accadimento con il desiderio di inserire un tono di tricolore. Come da titolo, infatti, Moretti lascia spazio anche e soprattutto a quello che l’ambasciata italiana fece in corso d’opera donando rifugio agli di oppositori del regime di Pinochet. Tra migliaia in fuga, centinaia di persone furono fatte entrare in Ambasciata, ospitate lì e poi, man mano, fatte arrivare in Italia richiedendo asilo.
Moretti è senz’altro uno dei registi più amati e allo stesso tempo contestati della storia del cinema romano e dopo il successo del suo ultimo film del 2015, Mia madre, nel quale con Margherita Buy raccontava la storia di una donne alle prese con la malattia della madre, torna con qualcosa di diverso e insolito rispetto alle sue pellicole precedenti.
Una personalità prorompente, indimenticabile e, oggettivamente, non per tutti i gusti, che nei panni del suo “Michele” è rimasto nei cuori della generazione adolescente degli anni ’80, negli anni si è consolidato come simbolo di un cinema diverso dalla “norma”. Quel cinema di fatto che non si preoccupa tanto di apparire quanto di raccontare tutto quello che appare nella testa di colui che dirige (di cui tra l’altro è sempre l’interprete principale). È attesa con ansia quindi la prima proiezione di questo film che nutre anche la voglia di erigersi come emblema di quello che è stata l’Italia per i rifugiati, in una velata quanto evidente contrapposizione alle realtà di chiusura dichiarate oggi dal nostro governo.