UNA SEDIATA ALLA PROF. MA IL MALE DELLA SCUOLA NON SI FERMA QUI

DI CLAUDIA PEPE

Ormai siamo in guerra, una guerra che per noi insegnanti è già persa se l’educazione familiare insieme a quella di noi insegnanti, non metterà fine a questo conflitto e ostilità in cui siamo tutti perdenti. E oltre a noi, è perdente la società, la collettività e la comunità educante. Non c’è un vincitore e un vinto, perché stiamo perdendo di vista la finalità della scuola che è quella di formare un cittadino responsabile e consapevole. Sta perdendo la famiglia perché non può affidare l’educazione dei propri figli a estranei, a televisioni, al computer, o a parchetti desolati dove l’ombra può coprire l’inizio di una vita senza scopo, senza amore, senza entusiasmi e passioni.
In un Istituto secondario superiore in provincia di Monza, una docente di storia di 55 anni è stata ferita da una sedia che qualcuno dei suoi alunni le ha scagliato contro. L’insegnante è entrata in classe alle ore 12 al cambio d’ora e improvvisamente le luci si sono spente ed è incominciata la rabbia incontenibile di qualche allievo coadiuvato dall’omertà degli altri compagni. Mi chiedo se cattivi si nasce o si diventa? E non ho dubbi. Lo si diventa. Sentendo frasi in famiglia, vedendo delle immagini al pc. Ultimamente abbiamo visto lo scempio di quella signora fascista che indossava sorridente una maglietta che era una bestemmia al mondo, alla nostra memoria, uno sberleffo a tutto quello che insegniamo a scuola. Cattivi lo si diventa per imitazione, per non rimanere esclusi, per sfogare le proprie frustrazioni. Per una mamma e un papà che non hanno mai tempo, ma la cattiveria quando la si lascia fiorire, può uccidere delle vite, o scolpire in una sensibilità fragile un varco che non si riempirà più.
L’insegnante presa a sediate, ha dovuto fuggire, e non è la prima che per salvarsi fugge dalla classe, ha chiamato i carabinieri ed è stata portata al Pronto Soccorso dove è stata medicata per una contusione alla spalla e dimessa con alcuni giorni di prognosi. Come ci siamo ridotti. Ecco come ci hanno ridotti. Ecco come qualcuno in alto vuole ridurci.
Un’aggressione sulla quale il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha già avviato un’ispezione, dopo aver telefonato all’insegnante: “Agiremo con fermezza”, dice il ministro, un atto di violenza che condanno duramente” annunciando di aver chiesto un approfondimento all’Ufficio scolastico regionale che ha avviato gli accertamenti per verificare la possibilità, in una eventuale futura causa, di far costituire il ministero parte civile. “Si tratta di una vicenda grave rispetto alla quale agiremo con la dovuta fermezza. Ho contattato l’insegnante coinvolta per esprimerle personalmente la mia solidarietà. Invito gli alunni che hanno assistito loro malgrado all’episodio a rifiutare ogni atteggiamento violento e a collaborare con le forze dell’ordine per fare chiarezza su quanto avvenuto”.

Ma questo Istituto professionale non è nuovo a essere alla ribalta della cronaca per bullismo, violenza, aggressività.
Due anni fa uno studente di 15 anni aveva colpito con un pugno in faccia un suo compagno di poco più grande, durante una lite per motivi banali. E nel 2013 uno studente di 18 anni aveva dato un pugno in faccia a un professore dopo un rimprovero. Mi chiedo e ve lo chiederete tutti, ma le rappresentanze della scuola, il Consiglio d’Istituto, tutte le maestranze sicuramente avranno cercato di arginare questo fenomeno, ma qualche domanda se la dovrebbero fare. Evidentemente le loro strategie non hanno attecchito su ragazzi di 16-18 anni che credono di avere la vita in mano e, invece, hanno solo nelle mani la polvere della loro gioventù.
Il Preside ha rilasciato una dichiarazione:” I responsabili saranno sospesi e avviati a un percorso di volontariato, come è nello spirito della nostra scuola. Qualora non identificati, il consiglio di classe valuterà eventuali provvedimenti per tutti gli studenti”: e spiega: “È una classe non particolarmente difficile rispetto alle altre e che io sappia non ci sono mai stati problemi con la professoressa. Ho parlato ai ragazzi, per far comprendere loro la gravità dell’accaduto e spingerli ad assumersi le loro responsabilità, finora nessuno ha parlato, ma chi tace non è meno colpevole”. Per lunedì 5 il dirigente scolastico ha convocato un consiglio di classe straordinario per parlare agli alunni e ai genitori.
L’era del copia incolla di una fase di sfasciamento sociale, libertario e soprattutto reazionario, ci ha umiliati senza aver mai alzato la testa. Dove sono gli scioperi, dove sono andati a finire i collegi docenti dove si bloccava ogni tipo di attività, dove sono finiti i nostri ideali? Volevano addomesticarci con i bonus da 80 euro, con la carta docenti, con il merito. Quando il merito lo abbiamo ogni mattina quando entriamo a scuola, quando riusciamo a emozionare e appassionare i nostri studenti, quando finiamo la nostra giornata e sappiamo di aver suscitato voci fuori dal coro. Io rivoglio la mia professione, rivoglio il mio tempo per educare, rivoglio il mio tempo per non trattare i nostri studenti per quello che sono, ma per quello che possono diventare. Non può esistere una scuola senza queste prospettive. Stiamo diventando insegnanti robot in una scuola che non c’è, e in tutto ciò, quelli che subiscono di più siamo noi e gli studenti. Studenti già figli di una generazione delusa, vittime d riforme sbagliate, inventate a caso da incompetenti e da persone impreparate al mondo della scuola. Persone programmate per imbonire, esperti Mangiafuoco colti nel raccontar frottole e menzogne legati a doppio filo con il pensiero prevaricatorio e assolutista. Tutto quello che non può essere scuola non può essere educazione. Ora ci chiedono scusa, ma dove erano quando persone dilaniate da algoritmi impazziti, precari con abilitazione vessati da Concorsi farsa, graduatorie che cambiano a seconda di cosa si è mangiato la sera prima, urlavano la loro rabbia? Ora non ci devono chiedere scusa. Ora, se hanno il coraggio, devono dire #jesuisinsegnante, e per una volta entrare in classe con noi. E rispondere ai nostri ragazzi e a noi insegnanti. Se ne avranno mai il coraggio.