ASPROMONTE: FINALMENTE LA DIGA SUL MENTA. MA NON E’ UN PO’ TARDI?

DI MARINA NERI

 

Scorrono le fiumare, tortuose compagne di fianchi aspri di monti superbi, custodi di segreti che trascendono i sussurri delle fiere dentro le loro tane.

E’ il regno di torrenti che nascono da sinuosi ruscelletti, nascosti da odorose fronde che riportano alla memoria leggende antiche di amazzoni, narade, donne, guerriere e streghe la cui bellezza senza tempo smorza il fiato nelle valli all’ imbrunire.

E’ il regno del falco che si libra solitario nel suo dominio avulso dal rumore delle battaglie umane.

E’ il regno del lupo inquieto sovrano di anfratti remoti, avvezzo a rifiutare la legge del branco quando non la sente piu’ sua.

E’ il regno di pareti ripide e scoscese, ruvide come rughe profonde su visi arsi dal sole.

E’ il regno di antiche lingue, nenie ormai perdute nell’oblio degli anni, canti in cui le grida ed i tormenti divengono poesia levigata dal tempo.

E’ il regno in cui tra gole profonde il silenzio trova dimora e la parola è gorgoglio di sorgente che rivela la grande anima pulsante nel cuore della terra.

E’ Aspromonte, bellissimo, indomito, selvaggio, ad ergersi sulla tela che il Tempo, provetto ragno, tesse nei secoli per celarlo, per avvolgerlo nel mistero e nell’isolamento.

E’ Aspromonte, spesso arcigno coprotagonista di tristi storie legate ad aberrazioni umane: sequestri di persona, omicidi, trame oscure.

Di quella ‘ndrangheta che pare sgorgare spontanea al pari delle gocce dell’acqua di sorgente e imbibire ogni tessuto, ogni fervore, ogni anelito.

E’ Aspromonte, per secoli marchio di una Calabria chiusa entro rituali inalterati e oggi simbolo di rinascita che parte dall’elemento principe della Vita: l’acqua.

Fiat acqua! Finalmente.
Dopo 50 anni la Grande Opera, la diga sul torrente Menta, è una realta’.

Il ventotto ottobre scorso si è proceduto alla attivazione della fornitura idrica dell’acqua della diga ai serbatoi e alla rete idrica della città di Reggio Calabria.

Un evento storico atto a porre definitivamente fine alla Grande Sete di una città.

Un passaggio epocale, in cui, un’opera faraonica, dai costi lievitati nel tempo, dopo intoppi, arresti burocratici, inchieste giudiziarie, sospensioni, ha toccato il suo traguardo dopo ben 50 anni dalla presentazione del suo progetto di realizzazione.

Reggio costretta a dotarsi di serbatoi sui tetti, a comprare acqua minerale, a munirsi di bacinelle e contenitori vari per avere l’acqua nei momenti di mancata erogazione, vive il lieto fine di una favola.

Era il 1969 quando venne dato ok alla realizzazione dell’opera.

Detta opera era destinata a rifornire di acqua potabile la città ed il suo hinterland, storicamente piegati e piagati dalla penuria.

Un progetto ambizioso, complicato, costoso.
Proprio per questo allettante, goloso per quanti vi si approcciassero con animo non scevro da intenti egoistici e di matrice non sempre legale.

Il percorso irto di ostacoli, costellato di se e ma e spesso di promesse puntualmente tradite.

Che non impedivano ai costi di aumentare vertiginosamente.

Era il lontano 1968 quando la Cassa del Mezzogiorno affidò la progettazione dell’invaso.

Da quel momento fu una storia infinita.

Erano gli anni dei sequestri di persona dell’anonima calabrese.

L’Aspromonte era luogo inavvicinabile ed inviolabile e qualsiasi attività tesa a puntare i riflettori sulla zona era mal vista e, opportunamente, inibita.

Per molto tempo le maestranze preposte alla esecuzione dei lavori di disboscamento, di sbancamento, erano state tutelate con la massiccia presenza di esercito e forze dell’ordine da pericoli di intimidazioni e attentati.

Beghe legali, battaglie ambientaliste, inchieste della magistratura, indagini sulla mole ingente di denaro a lievitare, sospensioni più o meno legittime dei lavori, decozioni e fallimenti delle ditte esecutrici, avevano costellato il cammino realizzativo dell’opera, che, almeno nelle intenzioni e nei sogni progettuali, avrebbe dovuto essere ciclopica.

Opera non esente da vizi come evidenziato sempre, sin dai suoi albori, dalla stessa Legambiente che ne aveva sottolineato il forte impatto ambientale.

Denunciavano gli attivisti dell’epoca lo scempio territoriale perpetrato in un’area pregiata del Parco Nazionale dell’Aspromonte con 1’270.000 mq di bosco tagliato, una cementificazione selvaggia, la devastazione dei territori collinari attraversati dai sistemi di adduzione dell’acqua, le alterazioni climatiche che ne sarebbero inevitabilmente conseguite.

Le critiche piu’ spietate inerivano la necessità o meno della realizzazione di detta opera.

I detrattori sostenevano che si sarebbe potuto puntare su un prelievo dell’acqua direttamente estraendola dai bacini esistenti e dalle numerose riserve idriche sotterranee, su un serio controllo per i furti di acqua potabile, sulla attività di monitoraggio dei suoi usi impropri, sul sequestro dei pozzi abusivi, su un sistema di depurazione moderno ed all’avanguardia che consentisse il riciclo delle acque trattate, su interventi decisivi di messa in sicurezza del territorio contro il dissesto idrogeologico.

I sostenitori dell’opera ne hanno sempre esaltato, invece, l’importanza strategica nella economia regionale ed un risultato positivo nel rapporto costi/ benefici nel lungo periodo.

La piu’ grande opera idropotabile della Calabria: 50 mila metri cubi di acqua con un gettito di 500 litri al secondo. Un percorso compreso fra le vette dell’Aspromonte, fino al mare.

Nel 1985 la posa della prima pietra, fra contestazioni e proclami in merito alla natura faraonica ed assolutamente essenziale dell’opera.

Poi altri stop. Altri ritardi.
Una mancanza cronica di finanziamento di un’opera che fagocitava ogni erogazione.

Inchieste a susseguirsi sulla enorme spendita di denaro pubblico esorbitante dalla iniziale previsione di spesa di 65 miliardi di vecchie lire.

Le indagini volute dall’ormai ex PM di Catanzaro, Luigi De Magistris, a far tremare apparato politico ed imprenditoriale in merito agli appalti per il completamento del sistema idrico della diga.

La “grande sete” di una citta’ era divenuta, a causa del malaffare, una “grande fame” di denaro pubblico.

Una Grande Opera, che, al pari dell’autostrada Salerno- Reggio Calabria, si apprestava a divenire l’emblema in Calabria ed in Italia delle Grandi Incompiute.

Poi l’oblio, il silenzio, la stasi. Successivamente, negli anni 2000 un nuovo input. Valzer di promesse, proclami, passerelle, inaugurazioni a cadenza ciclica preelettorale per ogni governo regionale a susseguirsi.

Gli ultimi anni ad essere quelli decisivi. Nuovo finanziamento e, finalmente, la parola Fine su una pellicola dai passaggi visti e rivisti.

Il 28 ottobre scorso, dopo ulteriori 18 anni di attivita’, con una spesa complessiva di 250 milioni di euro, decuplicata rispetto alle stime iniziali, la Grande Diga è stata inaugurata.

In realta’ manca ancora all’appello la realizzazione della prevista centrale idroelettrica.

Ma l’opera madre, che nella sua lunga gestazione era stata più volte inaugurata sebbene mai pronta e finita, vedeva finalmente il suo compimento.

Lasciava l’alveo delle Incompiute, delle promesse mai mantenute, per divenire Realtà.

Opera conclusa. Inaugurata. Come accade in questi casi, una gara per intestarsi meriti atta a vedere partecipanti del presente e del passato.

Dimentichi, però, del fatto che un’attesa di oltre 50 anni per la realizzazione dell’opera ed il suo costo incidente sulle tasche dei cittadini, vanifica qualsiasi esaltazione per il risultato o, per lo meno, lo svuota dell’esaltazione pur giusta che esso dovrebbe avere.

Come un processo la cui durata eccede la normale considerazione e la sentenza, pur favorevole, giunta con notevole ritardo, non soddisfa l’esigenza di giustizia insita in chi promuove l’azione.

La medaglia, se di premio si deve parlare, deve essere collocata sul petto del popolo reggino e del suo hinterland: per la Pazienza!

Finalmente Diga Fu!
Da qualche giorno parla l’acqua, placidamente, per dissetare arsure, per affogare pianti, per celare orme del passato indeciso se tornare per rievocare grandezze o scomparire del tutto e vestirsi del solo presente.

Per ora, nella stasi silente che segue ogni entusiasmo, la Diga osserva, tace, disseta…sa.

Sa di non essere una Incompiuta, conosce il prezzo del suo esistere, sa che dopo avere placato la sete atavica di acqua di un popolo, resta quella imperitura di Giustizia!