AMAL, 7 ANNI MORTA DI FAME IN YEMEN, SIMBOLO DI UNA GUERRA RIMOSSA

DI CLAUDIA PEPE

Amal, il simbolo umano che ha rappresentato e continuerà a rappresentare guerre che noi leggiamo ma non vediamo, guerre che stanno dilaniando terre, persone, vite innocenti e morti incolpevoli, è morta. È morta Amal il cui nome significa Speranza. È morta Amal 7 anni, yemenita per malnutrizione. Far morire una perla preziosa è come far morire una parte di noi stessi. Perché purtroppo, da troppo tempo assistiamo a guerre stabilite dai potenti della terra, da chi decide della vita e della morte, del futuro o della scomparsa di popoli colpevoli di essere nati dall’altra parte del nostro cielo. La guerra nello Yemen incomincia a marzo del 2015. Si combatte una guerra tra la fazione dell’ex presidente yemenita Abd Rabbih Mansur Hadi, appoggiato dall’Arabia Saudita, e i ribelli houthi, appoggiati dall’Iran. Secondo i dati dell’ONU, gli yemeniti che oggi dipendono dagli aiuti internazionali sono 8 milioni, ma potrebbero diventare molto presto 14 milioni, circa metà della popolazione del paese. I bambini malnutriti sono circa 2 milioni, di cui 400mila considerati gravemente malati. È una storia enorme che va avanti da molto tempo, ma di cui l’opinione pubblica occidentale si è sostanzialmente disinteressata: lo Yemen è un posto particolarmente remoto, non ci sono potenze occidentali da approvare o contestare, la comprensione delle cause del conflitto è più sfuggente che in altri casi. Si è ricominciato a parlarne un minimo da poche settimane, dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi probabilmente ordinato dal regime saudita (Fonte: “Il Post”).
È una guerra che vogliono sia dimenticata ma che ha ridotto alla fame milioni di persone e soprattutto bambini. Bambini a cui è stata negata fin dalla loro nascita la sicurezza di una vita, che giocano nelle pozzanghere infette di malattie, bambini che dovrebbero avere il diritto alla crescita, all’istruzione, all’amore e ad un sole terso non bombardato da schegge di violenza e crudeltà. In tutti questi anni, ho imparato che la morte arriva, e nei suoi occhi ha gote diafane di bambini che portano sacchi di spazzatura pronti a coprire corpi colpevoli di vivere. Bambini che assistono a mitragliate in una notte senza stelle. Bambini che guardano camion distruggere persone ree di esistere. Bambini che hanno imparato che la morte arriva senza pronunciare il suo nome. Arriva invocata, implorata da uomini che nell’oscurità uccidono sorrisi abbozzati, uccidono la sommessa gioia di bambini che non hanno mai chiesto di nascere. E mi rendo conto che sono nati solo per morire. Li chiamano attentati, li rivendicano in nome di un Dio che non porta il mio nome
Spiegatemi come si può far morire dei bimbi con il gas nervino?

Muoiono in preda ai brividi, per paura, per la mancanza di ossigeno, con la schiuma intorno alla bocca. Questi sono gli effetti delle sostanze di chi vuole restare umano. Ci riteniamo tutti umani, e invece io mi sento già uccisa nella mia coscienza. Io non perdo sangue dal naso, non ho fitte al torace, non ho indebolimento della vista, restringimento delle pupille, eccessiva sudorazione, defecazione e minzione involontaria, contrazioni, convulsioni e barcollamenti, mal di testa, sonnolenza, interruzione del respiro e morte. Questo lo hanno vissuto ragazzi che non studiano il libro di Storia, ma scrivono la Storia. E la scrivono, purtroppo, con il loro sangue e la loro morte inflitta da persone che vogliono restare umani.
“Il mio cuore è infranto”, ha detto sua madre, Mariam Ali. “Amal sorrideva sempre. Ora sono preoccupata per i miei altri figli”.
Amal Hussain, 7 anni, è morta di fame nel campo profughi in cui viveva con la famiglia. Amal è stata fotografata dal premio Pulitzer Tyler Hicks che con la sua rappresentazione del dolore ha stampato negli occhi di tutti noi la nostra indifferenza verso la disperazione e la desertificazione dell’umanità. Una guerra che vogliamo dimenticare ma che in questo momento sta uccidendo, sta ammazzando, massacrando e sopprimendo la fratellanza e la solidarietà.

Riportando la notizia della sua morte, Declan Walsh, il giornalista del New York Times autore del reportage, ha ricordato il momento e le circostanze in cui ha incontrato Amal “in un centro sanitario ad Aslam, a 90 miglia a nord-ovest della capitale, Sana. Era sdraiata su un letto con sua madre. Gli infermieri le davano latte ogni due ore, ma lei vomitava regolarmente e soffriva di diarrea”. Anche la madre era malata ma dopo due giorni sono state dimesse, perché la morte fa la fila nello Yemen, la morte lo si fa avanti sempre più rapida, e leva da letti già impregnati dal sudore della sofferenza bambini e persone che vomitano, hanno diarrea. Bambini appesi alla vita, come un filo di un palloncino sgonfiato. Amal e la madre sono tornate a casa e la loro casa non è come le nostre, le loro case sono capanne di paglia e teli di plastica, dove i soccorsi arrivano portando zucchero e riso.

Amal è morta nella sua casetta. Guardando tra gli spiragli di paglia una luce, la luce della liberazione. È morta tre giorni dopo.
Si beatificano tante persone, si glorificano tanti preti e suore, ma io proporrei Amal rappresentante dell’odio di noi uomini. Una bambina di 7 anni che non so se pregasse o se aveva un Dio, ma che è morte per noi. Non sul Golgota ma nel fango dove i topi le facevano compagnia.