ASIA BIBI E L’ASSURDO PERICOLOSO INTEGRALISMO

DI MARINA POMANTE

 

Asia Bibi è finalmente libera, ha passato in carcere 3.420 giorni senza nessuna motivazione valida.
Asia Bibi è una donna cattolica, madre di cinque figli, da qualche giorno è stata definitivamente assolta dalla Corte Suprema. E’ stata la prima donna cristiana in Pakistan ad essere condannata all’impiccagione per blasfemia ed è diventata un simbolo delle persecuzioni delle minoranze in un Paese dove l’Islam è la religione di Stato.
E’ un simbolo da difendere per i difensori dei diritti umani e da abbattere per gli estremisti islamici. Il loro Partito, Tlp (Tehreek-Labbaik Pakistan), fiancheggiato da altri Partiti di ispirazione islamica, è sul piede di guerra. Nelle scorse settimane aveva minacciato “gravi conseguenze” se Asia fosse stata assolta. In passato le persone che si sono espresse a favore della sua scarcerazione come il governatore del Punjab, Salman Taseer, o il ministro per gli Affari delle minoranze, Shahbaz Bhatti, sono state uccise.
La condanna in primo e secondo grado era stata fatta con false accuse di blasfemia, l’8 ottobre a Islamabad si è tenuta l’udienza finale del processo, presieduta dal presidente della Corte suprema, Mian Saqib Nisar.
Quello è stato il giorno i cui giudici hanno preso la decisione ma fino all’ultimo hanno voluto tenere segreta la sentenza, ai media era stato vietato di parlare del caso, il motivo: la sua estrema delicatezza e venivano schierati a guardia del tribunale 300 agenti.

Un calvario durato un tempo lunghissimo. Il 14 giugno 2009 la donna bevve un bicchiere d’acqua per ristorarsi dal lavoro nei campi e due donne musulmane l’accusarono di avere infettato la fonte, perchè infedele. Le colleghe provarono a convertirla all’islam, ma lei rispose: “Il mio Gesù è morto sulla croce per redimere i peccati di tutta l’umanità, Maometto cosa ha fatto per voi?”. Poi venne insultata e picchiata da una folla di musulmani chiamati a raccolta dai muezzin delle moschee. Il 19 giugno 2009, dopo 5 giorni, il mullah musulmano, Qari Muhammad Sallam, anche se non aveva assistito all’alterco, formalizzò l’accusa di blasfemia davanti alla polizia e la madre cattolica fu arrestata e portata via dalla sua casa del villaggio di Ittar Wali (Punjab), venne chiusa in uno stanzino, picchiata e stuprata.

In primo grado in base all’articolo 295-C del codice penale l’11 novembre 2010 fu condannata a morte e d’allora è stata in isolamento. Ha passato un primo periodo nel carcere di Sheikhupura, dopo è stata trasferita in quello di Multan.

La donna disse così dell’udienza:
“Piansi sola, con la testa tra le mani. Non posso più sopportare la vita di persone piene di odio, che applaudono per l’uccisione di una povera bracciante. Ora non li vedo più, ma li sento ancora…” la folla che osanna il giudice in una standing ovation, gridando: “Uccidetela, uccidetela! Allahu Akbar. Vendetta per il santo profeta. Allah è grande!”.

Non bastava un’accusa ingiusta, i giudici pakistani hanno usato anche il tempo come arma spietata contro Asia Bibi: il processo di appello è stato rinviato senza motivo per cinque volte in quattro anni. Il 16 ottobre del 2014 la Corte d’appello di Lahore ha confermato la condanna a morte. Malgrado le prove siano sempre state discutibili e inattendibili nel caso di Asia Bibi, confermate anche dalla Corte suprema, i giudici in primo e secondo grado avevano sancito la condanna a morte. La colpa si può avvalorare sia all’inadeguatezza di alcuni avvocati difensori della donna sia per timore di essere uccisi dagli estremisti islamici.
Il clima durante le udienze, spiega Sardar Mushtaq Gill, attivista cristiano per i diritti umani che, fu costretto a fuggire dal Pakistan pochi anni fa, era a dir poco pericoloso, infatti raccontò: “Durante il primo grado di processo, il suo avvocato difensore è stato accolto in tribunale dal cancelliere, che gli ha puntato direttamente una pistola alla testa. È questo che intendo quando parlo di pressioni da parte degli estremisti islamici”.

La difesa di Asia Bibi il 24 novembre 2014 ha presentato istanza di appello presso la Corte suprema. Da quel momento l’udienza definitiva è stata rinviata per diversi motivi, due volte nel 2015 e due volte nel 2016. L’ultima volta, il 13 ottobre 2016 perché uno dei tre giudici, Iqbal Hameedur Rehman, si rifiutò di giudicare il caso.

Negli anni in cui Asia Bibi viveva in isolamento, era costretta a prepararsi da mangiare da sola per non essere avvelenata, la sua cella era senza finestre. Tutte le più importanti cariche dello Stato che hanno provato a difenderla sono morte. Il 4 gennaio del 2011 è stato assassinato il governatore musulmano del Punjab, Salman Taseer, che aveva definito quella sulla blasfemia una “legge nera” da cambiare. Il 2 marzo del 2011 è stato invece ucciso a colpi di pistola il ministro cattolico per le Minoranze Shahbaz Bhatti, che pur di ottenere il rilascio di Asia Bibi e la modifica della legge sulla blasfemia, si era detto disposto a morire.

Un martirio scientemente scelto dalla donna. Ora che è libera e il suo martirio è finito, i giudici hanno atteso un mese per comunicare il verdetto proprio per darle il tempo di predisporre tutto per la sua fuga dal Pakistan, dove ormai non può più restare, visto che sulla sua testa pende ancora una taglia da 500 mila rupie (10 mila dollari).

Aveva trascritto in una lettera datata 2012:
“Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana. Disse al giudice: “Sono stata condannata perché cristiana. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui”.

Nella lettera Asia Bibi, parlando di se dice: “il mio più grande desiderio è di poter tornare a vivere con la mia famiglia e mio marito”. Sono passati 10 anni dove non ha potuto vedere i suoi cinque figli Imran, Nasima, Isha, Sidra e Isham, e lo ha fatto per non rinnegare la sua fede in Gesù. Asia Bibi non ha mai smesso di credere nella sua liberazione: “Io credo nel nome di Gesù che la potenza della sua mano mi darà la libertà, proprio come ha fatto con Pietro. Quando si trovava in carcere, lo Spirito Santo è venuto e ha aperto la porta della sua cella. Io mi aspetto un miracolo come questo”.
Infatti è da paragonare ad un miracolo quello che è accaduto. Era da 3.420 giorni che aspettava questa notizia Asia Bibi, le sue prime parole: “Davvero posso uscire? Mi lasceranno andare via?”. Il marito di Asia, Ashiq Masih, contattato dalla ong Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha dichiarato: “Ora finalmente la nostra famiglia si riunirà, anche se purtroppo dubito che potremo rimanere in Pakistan”.

Il clima di tensione nella capitale il giorno dopo la notizia era palpabile tanto da aumentare le misure di sicurezza. Le scuole sono state chiuse e aumentati i posti di blocco vicino ai quartieri dove vivono magistrati e diplomatici. Tantissime persone sobillate dagli Imam nelle moschee e da Khadim Rizvi, leader del partito Tlp, che nella notte precedente aveva esortato i seguaci a reagire in caso di assoluzione, una folla immane si è riversata nelle strade delle principali città pachistane, da Lahore a Karachi. Il religioso Afzal Qadri in un comizio a Lahore ha addirittura lanciato una fatwa contro i giudici che hanno scagionato Asia Bibi, che per lui meritano di morire secondo la legge islamica. L’invito rivolto pure agli ufficiali di polizia a fomentare la rivolta contro il capo delle forze armate. Il premier pachistano Imran Khan infuriato dalle parole espresse da Afzal Qadri, ha dichiarato: “Non sfidate lo Stato e ha detto non costringete lo Stato a compiere azioni estreme”, parole pronunciate come ammonimento in un discorso alla nazione trasmesso in diretta tv dall’ex campione mondiale di cricket che dallo scorso agosto è alla guida del Paese.
Una situazione che sfiora la guerra civile. L’allerta aumentata per possibili attentati ha obbligato la provincia di Karachi e il Punjab a ordinare fino al 10 novembre la Section 144, la Norma che vieta a più di quattro persone di dar vita ad ogni forma di assembramento pubblico e limita inoltre il diritto di protesta.