PRESCRIZIONE: FRA BONAFEDE E BONGIORNO SI ASPETTA UN BONDIRITTO

DI MARINA NERI

Il tempo e’ tiranno. Vox populi,vox dei.
Scorre inesorabile, non aspetta, non insegue. Lascia solchi profondi sul corpo a chiamarsi rughe su una epidermide stanca, a chiamarsi cicatrici dentro l’anima che non sa smarcarsi da questo spietato carceriere.

Eppure sa divenire compagno, addirittura alleato, a volte ignaro complice, quando in nome del suo passaggio il Diritto diviene inesigibile, si estingue un reato, si cancella una storia processuale.

Prescrizione. Mai parola fu piu’ amata e osteggiata al contempo. Odiata quando il decorso del tempo, nel campo dei rapporti civili, nell’inattivita’ del titolare del diritto, fa estinguere quel medesimo diritto.

Amata quando, in ambito penale, un processo non vede il suo normale epilogo tradotto in una sentenza irrevocabile, perche’il tempo con il suo fluire, estingue il diritto di punire.

La prescrizione, quindi, soggiace a tre principi cardine del nostro ordinamento: 1) esigenza di economia e celerita’ del sistema giudiziario; 2) effettivita’della natura rieducativa della pena;3) tutela del diritto di difesa dell’imputato.

La ratio della sua ragione di essere sta tutta racchiusa nella necessita’ di risparmiare energie professionali ed economiche impiegate per troppo tempo a ricercare e punire il colpevole di reati commessi molti anni prima per i quali non si percepisce piu’ l’esigenza della tutela giurisdizionale, di evitare che la pena non abbia piu’ alcuna finalita’ rieducativa, di scongiurare il pericolo che l’imputato con il decorso del tempo possa avere serie difficolta’ a difendersi.

Una sorta di strumento atto a prevenire storture ed abusi del Sistema Giudiziario e, almeno nelle intenzioni, teso a pungolare la celerita’ nel perseguire i reati e ad assicurare una ragionevole durata del processo.

Una visione garantista. Rispettosamente atta a tutelare la posizione svantaggiata di chi si trova dentro le maglie giurisdizionali, colpevole o innocente che sia.

Eppure quante volte l’indignazione si e’ fatta strada dentro ognuno di noi dinanzi a sentenze di non luogo a procedere per reati anche gravi, per intervenuta prescrizione.

E monta un senso di impotenza nel comune sentire, di percezione della legge come una torre d’avorio distante dalle esigenze quotidiane che rivendicano, invece, giustizia.

Come sono lontani quei tempi in cui il fervore della rinascita, l’esigenza di raccordare le ragioni del reo con quelle della vittima faceva pronunciare queste parole:” Il lungo ritardo fra delitto e somministrazione della pena non produce altro effetto che di disgiungere sempre più questa relazione di causa-effetto. Nell’immaginario collettivo l’immediatezza della pena serve a rinforzare il senso del giusto castigo, mentre il ritardare la pena farebbe percepire il castigo come una forma di spettacolo”( C. Beccaria, dei delitti e delle pene)

E’ di qualche giorno fa la sentenza del tribunale di Palermo con la quale per i dirigenti di Fincantieri e’ giunto il verdetto di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato di lesioni gravissime. Il processo durato dieci anni ha consentito la prescrizione del reato di lesioni gravissime che maturava, invece, in sette anni e mezzo. Nove operai che hanno contratto l’asbestosi a causa dell’amianto non potranno cosi ottenere mai alcun risarcimento e, quindi, giustizia.

La prescrizione viene cosi’ a collidere col principio della certezza del diritto e della pena.

Tiene conto solamente della possibilita’ di esercitare il diritto di difesa in un congruo lasso di tempo dalla commissione del reato, del diritto dell’imputato ad un giusto processo, ma non tiene conto dei tempi effettivi di funzionamento del processo penale in Italia e delle ragioni delle vittime.

Il che ingenera sacche incontrollate di ingiustizia legalizzata e un malcontento non piu’ solo latente con un costante senso di sfiducia nelle istituzioni.

Un Sistema anomalo, che frustra le aspettative del cittadino e, di contro, non fa scemare il trend di commissione dei reati.

E ‘invalsa, infatti, la convinzione generalizzata di una impunibilita’ diffusa.

Solo la certezza e la prontezza della pena esercitano un ruolo preventivo dei reati.

Proprio per contemperare le ragioni difensive con le ragioni delle vittime, nel 2014 l’allora governo Renzi aveva istituito una Commissione presieduta dall’attuale procuratore capo della Procura di Catanzaro, Nicola Gratteri.

La Commissione, composta da tecnici del diritto, aveva redatto una relazione con cui evidenziava la grande stortura rappresentata dal rinnovo degli atti dell’istruttoria dibattimentale ogni volta che cambiava il Collegio, causa prima della prescrizione dei reati.

Secondo Gratteri “il diritto di ciascun imputato all’oblio non puo’ trasformarsi in improprio rimedio alla irragionevole durata del processo”.
La Commissione statuiva che dopo la sentenza di primo grado il decorso del termine prescrizionale si doveva bloccare per sempre. Un dato rivoluzionario. Non attuato poi dal governo dell epoca.

Tema oggi ripreso e mantenuto dall’attuale Guardasigilli, il pentastellato Bonafede.

Egli, per tutelare la previsione da storture o rimaneggiamenti, ha blindato il suo emendamento al DDL Anticorruzione.

La posizione ha scatenato la reazione del ministro alla Pubblica Amministrazione, Avvocato Giulia Bongiorno.

Secondo il ministro Bongiorno l’atto di forza del ministro alla Giustizia avrebbe la valenza di una ” bomba nucleare sul processo”.

Sicuramente la forma mentis del grande penalista, fa propendere l’avvocato Bongiorno per una difesa d’ufficio dell’istituto della prescrizione.

Lo stesso Andreotti beneficio’ dell’uso di questo istituto.

Pur essendo reo di collusione con Cosa nostra, si avvalse della prescrizione ai fini della estinzione del reato.

Conoscendo perfettamente che avrebbe potuto rinunciare alla stessa ed affrontare le conseguenze del processo ove avesse ritenuto di essere innocente.

Ma in Parlamento le norme si generano non si interpretano secondo il principio del favor rei!

E quando si legifera si deve tenere conto del garantismo vigente nel nostro ordinamento ma anche del Silenzio degli Onesti che chiedono giustizia, strumenti e termini che consentano di applicare il deterrente piu’ efficace: la certezza della pena che deve seguire alla commissione di un reato!

Anche la rabbia, l’impotenza, la frustrazione delle vittime dinanzi al dileggio del loro diritto calpestato dalla prescrizione, sono un Reato: quello perpetrato dalla elefantiaca macchina dello Stato che rendendo farraginose le regole, macchinosa la loro applicazione, difficile la sinergia per mancanza di uomini e mezzi, esula dalla legalita’ e nega la sua stessa ragione di esistere nel momento stesso in cui nega Giustizia!