IL VERO RAP LO FA MARCO, UN RAGAZZO CON LA SINDROME DI DOWN

DI CLAUDIA PEPE

/www.huffingtonpost.it/claudia-pepe/grazie-marco-per-me-e-per-tutti-quei-ragazzi-che-prima-di-abbattersi-dovrebbero-pensare-a-te_a_23580584/?utm_hp_ref=it-culture

Guardo fuori dalla finestra. Io vivo in Veneto e da giorni il colore delle giornate è grigio, piove ininterrottamente, e l’umore tante volte prende la gradazione di quello che vedi. C’è freddo, l’allegria si fa da parte per una malinconia che parla di rimpianti e nostalgie.

 

Io soprattutto in queste giornate, dove il sole non irradia la mia stanza dove sono imprigionata da quasi un anno, cerco di aprire tutte le luci, di sentire i colori di un autunno sfiorito e già condannato all’inverno.

 

La malattia ti porta naturalmente alla depressione, a quello che ti attenderà, a revisionare la tua vita. Ad avere quel senso antico che ti porta nei tuoi ricordi, nella tua memoria. E subito ti rendi conto di raccogliere le tue lacrime nella tua bocca. Quel senso dolce amaro, lacrime che rigano il tuo viso ma ti regalano l’emozione di essere ancora viva, ti fanno vivere la passione che non è finita, e che hai ancora molto da dare.

 

Ma c’è stato qualcosa che pochi giorni fa mi ha fatto piangere, mi ha fatto piangere di gioia e di speranza. Io guardo raramente la televisione, ma l’altra sera facendo zapping ho visto l’esibizione di Marco Baruffaldi, 22 anni, che viene da Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Il suo sogno è diventare rapper. Ma la sua storia, nonostante la giovane età, è un dipinto composto da mille colori.

 

Quelli che noi non vediamo, quelli che se avessimo un briciolo di umanità non farebbero di questo Paese un deserto di fantasie. Marco si è presentato alla trasmissione “Tù sì que vales”, condotto da Maria De Filippi con la collaborazione della sua giuria.

 

Marco si è presentato ed è stato subito chiaro che i suoi occhi a forma di conchiglia lo distinguevano da tutti. Ha parlato, spiegato, rappato e dedicato una poesia alla sua mamma deceduta. Una mamma che lo ha coccolato, stimolato e fatto crescere in un ambiente che divide tra bianchi e neri, tra ricchi e poveri, tra “normali” e chi ha gli occhi allungati a vedere l’infinito.

 

Marco ha la sindrome di Down, ma questo grazie a i suoi genitori e suo fratello, non gli impedito dal rincorrere il suo arcobaleno. Marco ha dovuto lottare contro un bullismo che semina sofferenza e strappi nell’anima, ha dovuto affrontare la sua vita perché la sua vita è utile a noi. Ciechi all’intolleranza, al nostro egoismo, chiusi nel nostro pregiudizio e nelle nostre piccole miserie.

 

Marco è stato bullizzato, picchiato e minacciato. Qualsiasi ragazzo si sarebbe annientato nel suo dolore senza vedere spiragli di sole. E invece, Marco, il sole, lo porta dentro di sé. Aiutato da un padre eccezionale è riuscito a coltivare i suoi sogni, e a farlo non uomo ma molto di più. Un ragazzo senza retorica che ha il coraggio di cantare e dedicare una poesia a sua madre. Un momento che si dovrebbe portare in tutte le scuole per dimostrare che la diversità allarga la visione della vita, che la diversità porta a dichiarare il proprio amore.

 

Un amore così dimenticato da tutti noi che l’abbiamo appeso come un quadro senza cornice. Ma troppo alto per poterlo spolverare. Marco ha scritto anche un libro dove non ha avuto paura di denunciare le brutalità che ha dovuto subire.

 

“A scuola sono stato maltrattato brutalmente. Un ragazzino mi picchiava continuamente, mi minacciava. E ho subito di peggio da un insegnante di sostegno: mi prendeva a sberle, mi pestava i piedi, mi insultava. Mi seguiva con l’auto per minacciarmi, perché non voleva che lo dicessi ai miei genitori. E io non ho mai detto niente», racconta attraverso il suo rap.

 

E io in quel momento mi sono messa a piangere, ma per la felicità. E con me tutti quello che l’hanno visto e sentito. Perché per una volta abbiamo sentito l’emozione della vita, la passione del desiderio, l’amore divenuto persona, e il vero grande coraggio che noi abbiamo seppellito nei nostri scheletri abbandonati in un armadio.

 

Grazie Marco, per me, per tutti i ragazzi e per la nostra esistenza che sempre prima di abbattersi dovrebbe pensare a te.