INDIA MON AMOUR. KERALA, PERCHE’ L’INDIA TI RENDE LIBERA MA ANCHE PRIGIONIERA 4

DI MANUELA MINELLI

Kerala AlleppeyDopo la frenesia, il traffico e l’inquinamento delle città, finalmente il Kerala, con le sue backwaters, dove le tipiche imbarcazioni di legno, cocco e paglia scivolano lente, accanto alle piroghe di fibra di cocco dei pescatori, a contatto con una Natura selvaggia, i tramonti di fuoco, il mare e le spiagge. Il placido e rilassante navigare sulle backwaters concilia il sonno, specie dopo un lauto, abbondante e gustosissimo pasto, nonché la riflessione. Pace e silenzio, talvolta interrotti dal rumore dei panni battuti sulla pietra da una massaia che fa il bucato, dal canto degli uccelli o dal gracchiare di una gracula. Nelle campagne intorno si coltiva, sulle sponde si pesca, sull’acqua guizzano pescetti saltatori, nei ristorantini si ristorano i turisti, ma per lo più la principale risorsa di Alleppey è il turismo sulle circa milleduecento houseboat che solcano queste acque con piante galleggianti che hanno un nome impossibile da ricordare. C’è caldo umido ma ventilato, i miei occhi non riescono a contenere tanta bellezza e la mia macchina fotografica non sa più dove scattare.

La cabina di questa curiosa imbarcazione di cui sono unica ospite insieme al cuoco e al “capitano”, potrebbe essere arredata da Cindy Lauper o da Barbie: è tutta rosa, con carta da parati che è un trionfo di rose e ghirigori dorati, la testata del letto è in similpelle trapuntata color ciclamino, il copriletto color big bubble, i cuscini rosa cipria, gli asciugamani lilla, il soffitto fucsia e turchese e le tendine oro e rosa pesca.

Mentre una donna lava i panni sbattendoli sulla pietra, faccio colazione con matassine di spaghetti di farina di riso farcite di scaglie di cocco e cumino, curry masala di uova sode, thè nero e banana bollita. Sono le 10 e tra poco salperemo verso un dedalo di canali, attraverso palme da cocco con cocchi, banani senza banane, fiori di loto e ninfee, hibiscus, qualcosa di molto simile ai fiori di tiarè, ma privi di profumo, mangrovie, arbusti di keral leaf  le cui foglie danno un sapore unico a qualsiasi piatto e che sono onnipresenti in tutte le pietanze, nonché una pianta che protende i suoi rami nell’acqua e che somiglia all’acacia.

Fauna riconosciuta: gracule o merli indiani, colibrì, passerotti, codette, allodole, aironi di due diverse colorazioni, garzette, uccelli acquatici e anatre tuffatrici, piccioni e rari gabbiani, pesci saltatori, capre, vitelli, maiali, pochi polli smagriti, cani, rari gatti, magrissimi anche loro.

Cose imparate: adattarsi, fidarsi del prossimo, la pazienza, la costanza, la temperanza, la puntualità, ottimizzare e dosare oggetti di uso quotidiano per la loro difficoltà di reperimento, tipo carta igienica, soldi cash, sigarette e bidies, ringraziare per tutte quelle comodità che sembrano ovvie e scontate quando ce le hai a casa tua ma che quando ti mancano ne comprendi l’importanza, risparmiare batteria e memoria dell’I-phone, gestire l’ansia, orientarsi senza mappa in città sconosciute, ma solo chiedendo ai passanti e sforzandosi di capire il loro anglo indi, migliorare l’uso della lingua inglese, essere meno schizzinosa, riconoscere i cibi (non sto neanche a metà di un quarto della conoscenza totale degli innumerevoli piatti indiani che, ovviamente, cambiano e aumentano di stato in stato) trattare con venditori e autisti di tuk tuk, gestire la paura, far finta di essere sicuri di sé e qualche altra roba del genere.

I bambini sono già a scuola, le donne e gli uomini al lavoro nei campi. Solo il variegato canto degli uccelli, lo sbattimento dei panni sulle pietre e il lento procedere del battello sull’acqua. Per il resto è silenzio e calma piatta.

Per la prima volta questa mattina ero un pochino triste lasciando un alloggio indiano perché, dopo tre giorni di inenarrabile relax, la mia sosta nell’houseboat sulle backwaters giunge al termine. Questo significa essere pronta con il valigione e lo zaino chiusi alle nove in punto, non dimenticare nulla nella graziosa cabina indian Barbie style, trovare qualcuno che mi porti alla stazione, capire dove e come lasciare valigia e zaino (ce li avranno i depositi bagagli? Mi capiranno? Ritroverò tutto?), aspettare un treno che mi permetterà di raggiungere finalmente le tanto agognate spiagge del Kerala e, soprattutto, convivere con quel misto di eccitazione e paura del “nuovo”, con quel timore localizzato soprattutto nella pancia, del “cosa mi aspetterà?”

Kerala – Kollam – South India – Arrivo in un villaggio di pescatori, distante qualche chilometro dalla allegra e variopinta città di Kollam, dopo mille peripezie causate da quei cialtroni dell’indian travel agency, a bordo di un tuk tuk il cui autista so-tutto-io, impiega ben più di un’ora per trovare l’indirizzo del Sea Castle Beach Homestay, un mini castello su una spiaggia gialla abitata da pescatori e aironi e gestito da Francis e Jacqueline. In effetti è difficile, al buio, su una strada sterrata, trovare questo piccolo paradiso lontano dalla pazza folla. Nessuno risponde al telefono del Sea Castle eccetera e, memore delle inquietanti esperienze con i (dis)servizi offerti dall’agenzia indiana, sto cominciando a pensare che forse il luogo non esiste e non c’è nessun Francis che attende il mio arrivo.

Quando ho quasi perso le speranze, dopo aver attraversato strade dissestate e foreste di palme da cocco, banani e altro, tra il mare e le lagune delle backwaters, dopo aver chiesto delucidazioni a gruppetti di ragazzi fermi davanti a isolati chioschi che vendono di tutto un po’, arriviamo. È tutto buio, non vedo resort, bungalow, appartamentini, tipici bar notturni, file di lettini e ombrelli di paglia e canoe su spiagge private, come promesso dai tipacci dell’agenzia. Sento un sommesso chiacchiericcio e individuo un agitatissimo Mister Francis che mi dice che non ha prenotazioni per me. È gentile, mi presenta moglie e bambine (una di loro, la piccola tenerissima Hanna, se la dorme beatamente su un tappeto) nonché Diana e Janet, australiana una e neozelandese l’altra, in cerca di relax, fuggite dalla non lontana Varkala a causa dell’esagerata folla di turisti e tornate dalla famiglia di Francis dove, mi assicurano, si sta da dio. Anche se non ci sono canoe, piscine, lettini. Anche se Francis ha solo l’alloggio che loro occuperanno fino a dopodomani (il problema last minute sono loro e Francis non se l’è sentita di mandarle via), mentre in concomitanza Booking gli confermava la mia presenza fin da stasera. Mi offre da bere e mi dice di restare a cena e che lui troverà la soluzione. Intanto metto in carica il telefono che era ormai morto, chiamo l’indian travel agency tanto per non fargli perdere l’abitudine di sentirsi il mio pesante fiato sul collo e intimo di mandarmi la prenotazione e l’indirizzo della sistemazione a Varkala per la prossima settimana altrimenti – ringhio – li fulmino, gli do fuoco, scriverò pessimi feedback e recensioni su Tripadvisor, li denuncerò alla polizia, alla finanza, all’esercito e non solo. Dopo tutto quello che mi hanno fatto passare, ho capito che con loro è meglio giocare d’anticipo e infatti me la mandano seduta stante. Salvo poi scoprire, ma i dettagli ve li racconterò un’altra volta, che avevano sì prenotato a mio nome il Bamboo Villagedi Varkala, ma non avevano minimamente pagato il conto.

Intanto sono piacevolmente seduta a cena sul muretto rosso che funge da tavolo, di un villino minuscolo ma completo di tutto, che sembra la casa dei sette nani, con Diana e Janet, sorseggiando birra e mangiando un’omelette di cocco e lime e una ratatouille al curry con chapati, tutto privo di spezie pesanti e hot chili pepper, preparato dalle sapienti mani della moglie di Francis, che poi sarebbe pure un’ostetrica.

A cena ultimata Francis mi accompagna in quella che sarà la mia dimora dei prossimi due giorni, finché non partiranno le signore, dove mi accolgono con sorrisi ed estrema disponibilità, una delle caratteristiche proprie degli indiani, ma soprattutto degli abitanti del Kerala. Sono accerchiata da bimbi e mentre nelle mani di Francis si materializza un grande, bellissimo, candido rotolo di morbida carta igienica (non ridete… qui è un bene prezioso!),  penso che la vita può regalarti doni inaspettati.

Il giorno dopo mi sveglio fresca e riposata, faccio colazione fronte backwaters, con una comitiva di merli indiani e con i figli dell’amabile padrona di casa che giocano sulla piroga di legno inviandomi timidi quanto luminosi sorrisi.

Quando ritorno al piccolo castello di bambola, con un pezzo di spiaggia e di mare che saranno solo miei per sei giorni, sono davvero felice. La mattina presto e la sera i pescatori rientrano con le barchette strette e lunghe, portando a terra il frutto del loro lavoro. Ma in mezzo alle reti restano impigliati anche certi curiosi pesciolotti palla con la faccia buffa e spinosi come un istrice. Li chiamano stinger fish, non si mangiano perché hanno un veleno nel corpo, neppure le voracissime cornacchie né gli aironi ci si avvicinano. La loro è una sostanza psicotropa che, pare, dopo un breve processo di lavorazione, venga estratta dal loro corpo e che alcuni ragazzi… fumano traendone effetti allucinogeni. Una sorta di pesci all’LSD insomma. I pescatori li odiano perché le spine di cui sono ricoperti danneggiano le reti e perché sono invendibili quindi, una volta disincastrati dalle reti, li scagliano con violenza sulla battigia. Fanno un rumore soffice quanto orribile, tipo flop! come un colpo di pistola attutito da un cuscino.

Ora, siccome a me pensare di farmi una canna di pesce palla spinoso mi ripugna non poco e mi fa una pena infinita vederli morire sotto il sole già cocente, con le loro boccucce aperte e gli occhietti tondi e lucidi da pesce terrorizzato, tento di salvarli facendoli rotolare fino al mare senza toccarli. Del resto mica è colpa loro se sono nati velenosi! Penso a quanta gente è nata velenosa e spesso mortale e se la cava alla grande, casomai scaraventando gli altri verso una brutta fine.

Dopo meno di due giorni che vivo qui mi sembra già una vita, mi sembra che con la famiglia nella cui casa sono ospite, Francis, Jacqueline e le piccole Olivia e baby Hanna, ci si conosca da sempre. Sapete quelle cose che anche al buio trovate gli interruttori della luce, oppure a tentoni nel frigo distinguete il succo di mango dalla bottiglia dell’acqua? Il letto dove dormo è esattamente, incredibilmente identico a quello di legno intagliato sulla testata, che scelsi per la mia casa di neo sposa e che ancora ho, a che ora vi porteranno il chay e cosa vi dirà il vicino al mattino presto. Abitudini… che sembrano consolidate da una vita. Per sopperire alla mancanza della mia adorata Pepita rimasta a Roma, arriva anche un cucciolo dispettoso e simpaticissimo che, poiché nato sulla spiaggia dei pescatori, battezzo Fisher, e che in segno di profondo affetto mi rosicchia una ciabatta, i piedi e un cuscino e non si sposta dal mio giardinetto, se non per seguirmi in spiaggia.

Francis e Jacqueline hanno una storia d’amore da romanzo. Lui proviene da una famiglia di pescatori, ma si innamora perdutamente di lei e della sua dolcezza. Ma Jacqueline appartiene a una casta superiore a quella di Francis, così, per sposare la donna che l’ha incantato e che gli darà due splendide bambine, il povero Francis ha rimediato una coltellata in petto dai cugini di lei e mi fa vedere la cicatrice che per fortuna non ha lasciato conseguenze gravi. E’ nel loro piccolo angolo di paradiso che lascio forse il pezzetto più grande del mio cuore, con loro si è stabilita un’amicizia che è quasi una parentela. Insieme si va in città a fare compere, come una brava zia acquisto piccoli regalini per le mie “nipotine indiane”. Olivia, quasi sette anni, sa abbinare tutte le nazioni alle loro capitali, anche quelle difficilissime come il Kazakhistan, il Sudan o la Malesia, studia nella migliore scuola di Kollam, perché papà e mamma seppure con enormi sacrifici, vogliono che le loro figlie abbiano il top dell’istruzione e prima di salutarmi mi regala un disegno bellissimo. Anche questo sarà il motivo che mi spingerà a mettere in contatto Francis con la mia amica che lavora con le case vacanza e i turisti di mezzo mondo e, anche se lei parla solo spagnolo e italiano e lui indi e inglese, riesco seppure a migliaia di chilometri di distanza a risolvere la parte burocratica, tradurre ciò che dice l’uno all’altra, fargli stipulare un contratto in inglese, stamparlo, farlo firmare a entrambi per vie traverse e telematiche con una connessione internet sporadica e lenta, e finalmente provare a garantire alla Francis family un po’ di sicurezza economica.

La regione del Kerala è famosa anche per l’alta concentrazione di cliniche ayurvediche dove si può usufruire di massaggi, consulti medici, acquistare prodotti dell’antichissima medicina e cosmesi ayurvediche e quindi chiedo a Francis che, solerte, mi accompagna nella migliore di tutta Kollam: la Santhigiri, santuario ayurvedico-clinica-scuola-centro massaggi-produttrice di prodotti ayurvedici, dove trascorro il più rilassante, divertente e salutistico pomeriggio della mia vita. Da due nerborute quanto materne signore, ricevo un massaggio a quattro sapienti mani, con olii caldi magici e medicamentosi, ricavati da piante misteriose che loro stessi lavorano, pestandole nei mortai di pietra, bollendole, sobbollendole e rimestandole. Partendo dalla sommità della testa, Sheyla e Asya, mi hanno schiaffeggiata, accarezzata, palpeggiata, tamburellata, massaggiata, rilassata, pizzicata, ammorbidita, hanno sciacquato via memoria e volontà, facendomi scivolare fronte-retro-lati su un tostissimo lettino da massaggi di mogano, ormai ridotta a una pasta per la pizza nelle loro mani, mi hanno resa incapace di muovere anche un solo mignolo, annullando – cosa che credevo impossibile – persino il dono della parola e del pensiero e resa simile a una gaudente melanzana sott’olio. Quindi, sorridendo, mi hanno gentilmente invitata a entrare in un parallelepipedo di legno (avete presente la sauna del signor Venanzio de “Il giornalino di Gian Burrasca”, a cui il protagonista alza via via la temperatura? Esattamente quella!) e io incredula e felice mi sono accomodata nel mio sogno di bambina (la sauna del signor Venanzio desideravo provarla da cinquant’anni!) da cui dopo meno di un quarto d’ora (forse… o un minuto o due anni… chissà…) ne riemergo con qualche etto di liquidi in meno, scivolosa come un capitone napoletano prima della vigilia, bollita come un’aragosta, e con una tisana rosa bollente in mano, ormai priva di ogni desiderio se non quello di una botte di minerale naturale ghiacciata.

È stato anche molto divertente intervistare le ancelle indiane senza che io parlassi in indiano né loro l’inglese, ma ci siamo capite ugualmente. Costo del total body massage? L’equivalente di tredici euro! (Lo so, lo so… non ci credo neppure io, ma è così!).

Se doveste capitare da queste parti, Kerala, Kollum Beach, Fisher Village, suggerisco con tutto il mio cuore di fermarvi qualche giorno nel piccolo castello sul mare, il Sea Castle Beach Homestay di Francis & Jacqueline, dove con meno del costo di una pizza italiana potrete avere una notte con colazione tipica keralese (cucinata al momento e super abbondante), in un vero angolo di paradiso, spuntini e pasti cucinati in maniera divina con ingredienti tipici da Jacqueline (solo pranzo e cena si pagano a parte, con meno di cinque euro l’uno), ma anche farvi portare dal solerte e incredibilmente paziente Francis nei posti che non sono sulle guide turistiche (tipo “quella” clinica per massaggi ayurvedici), come una gita a Munroe Island dove la sottoscritta ha scattato almeno cinquecento fotografie, scivolando su una piroga di legno nel dedalo di canali che si snodano in una jungla con alberi di cocco, ananas, anacardi, banane, alberi della gomma e curiose felci timide che si chiudono al solo sfiorarle, con uccelli blu, scimmiette, serpenti e altri curiosi animaletti.

Oppure farvi scarrozzare nella magnifica Kollum, dentro al faro con la Signora Guardiana del faro, al mercato del pesce dove enormi marlin vengono soppesati da clienti per lo più maschi (pare spetti all’uomo la scelta del pesce) sezionati e fatti a tranci e tocchetti, o nel variopinto mercato delle spezie, alla ricerca dei souvenir nei negozi meno turistici, nella terrificante industria per la lavorazione degli anacardi dove, indignatissima, ho disobbedito al divieto di scattare fotografie e, senza farmi notare, ho tentato di documentare l’orribile sfruttamento di quattrocento donne, costrette a lavorare in stanzoni senza luce, intossicate dai fumi oleosi degli anacardi arrostiti, che anneriscono volti, mani e polmoni. Ragazze giovanissime, donne anziane e di età media, divise per gruppi secondo la mansione assegnata loro, sedute per terra, avvolte nei loro tipici sari che, per poche rupie, dalla mattina alla sera selezionano, tostano, puliscono, smistano quintali di deliziosi anacardi che allieteranno gli happy hours di mezzo mondo, in una catena di montaggio umana che di umano e di happy non ha proprio nulla. A un certo punto mi è sembrato anche offensivo riprendere quei volti scuri, segnati dalla miseria, eppure con una dignità negli sguardi rassegnati e persino con dei sorrisi mesti utili a sopportare vite difficili che in India, molto spesso, possono essere la normalità.

Un poco più allegre mi sono sembrate le signore e signorine impiegate in un’azienda per la produzione di corde in fibra di cocco, in una campagna dove la vegetazione cresce rigogliosa e selvaggia. Si canta e si ride davanti all’obiettivo di una macchina fotografica straniera e il filare quella specie di capelli delle noci di cocco, con arnesi di legno che sembrano usciti da un libro di favole antiche, diventa quasi un gioco.

Non distante dai grandi magazzini dove sono ordinatamente sistemati chilometri di corde di cocco, c’è  un posto incredibile e vagamente inquietante: il laboratorio all’aperto, in mezzo alla foresta, dove si costruiscono pupazzi per processioni, carri, festival e affini. Qui enormi teste di divinità dalle fauci spalancate, con nasi adunchi o facce di elefante, tronchi di umanoidi giganti con occhi spiritati o seni di plastica appuntiti e agghindati come trapezisti di circo, giacciono da una parte in attesa di essere ricollocati sopra immense statue di resina, con parti meccaniche che gli permetteranno di prendere vita nelle prossime sfilate e cerimonie, nascoste da abiti sontuosi e coloratissimi, gambe e braccia di giganti che dovranno essere assemblate fino a ricomporre divinità con sguardi diabolici, mostri a tre e più teste, donne che vorrebbero essere bellissime e figure che si rifanno all’antichissima mitologia indiana.

Volete fare un giro a Varkala o su un battello nel vicino lake ? Francis vi porta e  sarà anche la vostra guida. Necessitate di un thè o un caffèllatte bollente? Sigarette? Una birretta ghiacciata? Dovete farvi lavare qualche indumento? Aggiustare una fibbia? Vi serve un dottore? Vi occorre una sarta a domicilio? No problem: chiedete pure e in tempi brevi questa deliziosa e moderna Kerala family di religione cattolica, esaudirà ogni vostro desiderio. Se desiderate confondervi con le elegantissime donne dell’India, entrate in uno dei numerosi shop che vendono stoffe a metraggio per poche decine di rupìe, scegliete la stoffa tra le miriadi di tipi e colori e con meno di dieci euro avrete un completo tunica, pantaloni e stola fatto su misura per voi, da sfoggiare anche in una cena in terrazza con i vostri amici una volta tornate a casa. E facendoli morire d’invidia, per giunta. Uno dei motti preferiti dei keralesi è no problem, dont’ worry, be happy !

Credeteci anche voi e vi accorgerete che qui (quasi) tutto può essere risolvibile sorridendo.

(Continua)

                                     

 

                     

(Ph. Manuela Minelli)