“NIENTE DI PERSONALE”, DI ROBERTO COTRONEO

DI FABIO BALDASSARRI

1. Non so se a voi farà lo stesso effetto, ma in “Niente di personale” (Roberto Cotroneo, prima edizione quest’anno con La Nave di Teseo) ci ravvedo una specie di seguito di “Fratelli d’Italia” (Alberto Arbasino, prima edizione decine di anni fa con Feltrinelli). C’è assonanza fra i due autori, seppure anche distanza. Cotroneo parla delle sue esperienze portando l’inizio del libro a prima del suo arrivo in Roma nella redazione dell’Espresso che è del 1985, e così va più appresso all’anno in cui uscì il libro di Arbasino nell’edizione che è del 1963 ma riscritto nel 1976 (stavolta per le edizioni Adelphi). Del resto la distanza fra i due è anche anagrafica visto che Cotroneo è del 1961 e Arbasino del 1930 per cui, trattandosi principalmente delle esperienze vissute posteriormente ai vent’anni, si potrà dire che Cotroneo trae ispirazione dagli anni ’80-‘90 mentre Arbasino dagli anni ’60-‘70. E si potrà anche dire che se c’è una certa assonanza nello stile, la distanza la si avverte nello stato d’animo. Entrambi, per molte pagine, parlano di quelle esperienze come se appartenessero a tutti, usando un plurale che non sempre consente di distinguere quanto ci sia, nei due testi, di autobiografico e quanto di romanzesco. Ma per ciò che riguarda lo stato d’animo, nonostante i due autori facciano i raggi x al periodo di cui ciascuno ha scritto, in Cotroneo si evidenzia la tristezza, la malinconia, una sorta di depressione, e in Arbasino quel brio disincantato che lo caratterizzerà sempre (tra l’altro esiste una terza riscrittura del 1993, di nuovo con Adelphi, di “Fratelli d’Italia”). Del resto il climax di “Niente di personale” risente degli anni di piombo e del formarsi di quello che venne definito il prossimo venturo “uomo a una dimensione” (ricordate Marcuse?). Il climax di Arbasino, invece, passa dalle speranze del primo dopoguerra a certi stravaganti entusiasmi per il miracolo economico che consentivano all’autore di volteggiare molto mondano, seppure corrosivo, talvolta sarcastico e talaltra ironico.

2. Sembrerà curioso ciò che ora scrivo, ma vi avverto che ho suddiviso questo pezzo in tre paragrafi e il primo l’ho redatto prima di aver letto fino in fondo “Niente di personale”. Pertanto dopo il secondo paragrafo tirerò le somme, ma sin d’ora credo di poter anticipare che nel suo insieme questo pezzo non vi distoglierà dall’interesse per la lettura. Se così non fosse cambierei, qui, ciò che dovesse essere cambiato, ma dubito che ve ne sia bisogno. Approfitto, semmai, di questa specie di interludio per informarvi che il libro è composto da 5 parti per un totale di 378 pagine. Tosto per un romanzo, non vi pare? Ma anticipo che fin dalle prime parti vi chiederete (come ho fatto io) se veramente si tratta di un romanzo o di un’importante autobiografia. In proposito vi informo che l’editore presenta così l’opera: “Un atto d’accusa stringente e radicale, la fotografia di quello che siamo diventati. L’inno a un tempo perduto, a un tempo cristallizzato e rivendicato: la storia e lo sguardo di un uomo capace di passione, indignazione, ironia, che fa del narrare invettiva e resistenza, perché la memoria a volte è l’unica chiave per salvare il futuro”, ma siccome l’editore premette che il narratore è “uno scrittore che ha lavorato a lungo nel mondo dei giornali e della cultura” e che nel libro si interroga sul perché “è scomparso il mondo di Moravia e Calvino, di Fellini e Sciascia”, giungendo a chiedersi dove sia finito “il grande giornalismo, e l’anima delle case editrici”, ben difficilmente si potrà non identificarlo col protagonista della narrazione perché, difatti, Cotroneo è sicuramente tutto questo, cioè giornalista e critico letterario, romanziere, saggista e persino fotografo. Dunque il romanzo ci sta, tra report di incontri veri e incontri di fantasia, segreti di famiglia e un matrimonio in crisi… ma questo lo si scoprirà solo arrivando alla fine.

3. E così, alla fine, poi, ci sono arrivato. E ci sono arrivato rapidamente, come succede con un noir quando, dopo aver letto in quali condizioni è stata trovata la vittima e qualcosa intorno all’ambiente in cui il delitto è stato consumato, vorremmo sapere senza perdere troppo tempo chi ne è il colpevole. Ma come sappiamo non posso dirvelo. Non sarebbe corretto nei confronti dell’autore, dell’editore e nemmeno del lettore che un po’ di suspense la cerca sempre nei libri che legge. Se lo dicessi, oltretutto, questo lettore potrebbe rimproverarmi qualora, tornando indietro nelle pagine, scoprisse di non aver assaporato abbastanza un’ottima prosa e la descrizione di dettagli tali da farlo sentire non del tutto esterno al libro ma interno alla sua trama e quindi in grado di anticiparne l’esito, insomma di sentirsi gratificato intuendo tale esito anzitempo. Ad essere precisi, però, devo dire che il libro di Cotroneo non è per niente un noir, ma una cronaca condotta sul filo della memoria che arriva ai tempi nostri amareggiata, delusa, cui non basta neppure una buona dose di cinismo per volgere le sensazioni che si provano almeno all’impassibilità. Ebbene: se nel primo paragrafo ho parlato di una certa assonanza con il libro di Arbasino “Fratelli d’Italia”, in quest’ultimo potrei parlare di assonanza con il film di Sorrentino “La grande bellezza”. Roma, ad esempio, è ben presente nel libro di Cotroneo, ma poi ti accorgi di quanto tutto sia cambiato rispetto all’inizio della sua avventura di giornalista e scrittore e, in ultimo, quanto sia cambiato l’intero mondo e siamo cambiati noi. E questo, credo sia il cuore nero dell’opera.