QUEI FOTTUTI TRADUTTORI: RIFLESSIONE SEMISERIA SU UN MESTIERE IN DECLINO

DI CHIARA GUZZONATO

Troppo spesso il lavoro del traduttore viene visto come un buon modo per arrotondare. Chiariamoci: la traduzione è una professione serissima, per la quale bisogna studiare e specializzarsi. Smettiamola di credere che il mese a Londra/Barcellona/Parigi basti per fare di noi gli Umberto Eco della situazione. Non è così: noi traduttori non siamo dei vocabolari viventi, dentro i quali basta inserire una parola in inglese per vederla sputata fuori in italiano. Per essere dei buoni traduttori, è necessario prima di tutto conoscere bene la propria lingua. La traduzione è una mediazione culturale, non solo linguistica.

“Ma dai, con Google traduttore si va da Dio ormai…”. Regola numero 1: mai nominare a un traduttore il maledetto Google traduttore. Funziona benissimo? Prendetevi un qualunque sito web tradotto con il vostro amico automatizzato, e leggete. Un esempio? Amazon: “Nano cazzo bottiglia acqua turantel genie diavolo diavolo”. Non chiedete cosa fosse. Ma continuate pure a servirvi di Google traduttore.

Questa piccola premessa era necessaria per far comprendere la situazione tragica in cui versa la traduzione in Italia. Un paio di mesi fa avevamo evidenziato gli scivoloni interpretativi di improbabili professionisti al Festival del Cinema di Venezia (non alla Sagra del pollo fritto). Oggi vorremmo parlarvi del doppiaggio.

I doppiatori italiani sono i migliori del mondo, voci meravigliose e suadenti eccetera eccetera. Benissimo. Ma perché dobbiamo far dire a questi ignari doppiatori delle cose che gli originali non hanno mai detto? Parliamo esempi alla mano. Documentario sulla vita del ballerino Nureyev, uscito la settimana scorsa. “Danzano in modo lusinghiero”. Ci fermiamo a pensare, cercando un significato recondito in tali poetiche parole. Illuminazione: l’inglese doveva essere “complementary” (complementare), e quel genio del traduttore avrà capito invece “complimentary”. Da qui lo scivolone. Che tra parentesi: ma non si ragiona quando si traduce? Come diamine dovrebbero ballare due danzatori in modo LUSINGHIERO? Mah.

Altro scivolone, qui dovuto all’ignoranza in materia del professionista (?): parlando del grande Mikhail Baryšnikov i sottotitoli, mentre il testimone parla di “Misha”, riportano “Mikhail”. E questo più volte. Ma se colui che parla sta dicendo Misha, che è il soprannome che chi è del mestiere sa che viene usato per chiamare Baryšnikov, perché bisogna cambiarlo e ridurlo al semplice nome, Mikhail?

L’apoteosi arriva però con una traduzione quasi comica, se non facesse piangere per la sua pateticità: “furono eccitati dal leader”. Spalanchiamo gli occhi, indecisi se le lacrime siano di riso o disperazione. Palese che l’inglese fosse “They were excited by the leader”, ma l’uso di “eccitare” in italiano non è lo stesso che in inglese…

Tutto questo accade perché chi dovrebbe fare (bene) il suo lavoro non è qualificato. E perché? Perché si pretende di pagare cifre ridicole, che i professionisti veri non accetterebbero mai. E da qui le castronerie.

Un film che sta facendo emozionare al cinema da metà ottobre è “È nata una stella”, con Lady Gaga e Bradley Cooper. Un paio di cose che danno fastidio: un errore chiaro a chi mastica un po’ di inglese è un “non è stato nessuno, ma lui”. Quel “ma lui” era un “but him”, che risalendo all’originale dovrebbe essere “It was nobody, but him”. Qui andrebbe tradotto come “non è stato nessuno a parte lui”.

Un’altra cosa che troviamo insopportabile nei film, ma che è specchio del modo moderno di parlare, è l’uso di termini inglesi quando abbiamo un termine italiano stante a indicare la stessa cosa. Esempio: in “È nata una stella”, Bradley Cooper dice a Lady Gaga “Sai? Saresti una bravissima songwriter”. Songwriter? Qualcuno mi spieghi chi parlerebbe così nella realtà. Perché non dire la cantautrice? O l’autrice di canzoni?

Gli errori sono dunque presenti ovunque, nascosti alle orecchie dei più, ma ben udibili a chi è del mestiere. A volte sono molto più gravi, e cambiano il senso di un’intera frase chiave di un film. È il caso di “Shutter Island”, quando l’ultima battuta di Di Caprio, che in inglese afferma “It’s better to die a good man than live as a monster” diventa “È meglio vivere da mostro o morire da persona per bene?”. Perché aggiungere un interrogativo che l’originale non ci dà?

Senza contare, tra le traduzioni abominevoli, quelle dei titoli dei film, per i quali bisognerebbe aprire un capitolo a parte: in questo caso i colpevoli non sono i traduttori, ma coloro che decidono di cambiare totalmente titolo per un Paese, pensando forse che sia più adatto culturalmente. Uno fra tutti: “Se mi lasci ti cancello”, che suona come una commediola romantica e fa perdere totalmente il senso profondo dell’originale, “Eternal sunshine of the spotless mind”, una citazione colta di nientemeno che Alexander Pope.

Concludiamo con l’evergreen “fottuto”. Ormai da quando le pellicole straniere che sbarcano in Italia sono un pullulare di fottuto qui e fottuto lì, ci sembra quasi normale usarlo. Ma vi rendete conto che nessuno nel mondo reale direbbe “passami quel fottuto piatto!” oppure “sono fottutamente stanco”? Questo è un classico esempio di “calco” dall’inglese: in pratica, la frase in lingua straniera, invece di essere adattata in una forma usata nella nostra lingua, viene tradotta così com’è, calcando appunto la struttura originale. Ed ecco che un “give me that fucking dish”, che un americano o un inglese userebbe tranquillamente, diventa per noi un “fottuto” assolutamente straniante. Almeno fino a qualche anno fa. Oggi pare che le nuove generazioni, pregne di serie Netflix, stiano iniziando a utilizzare questi termini nella loro quotidianità.

Ricapitolando: nessuno sa fare bene una fottuta traduzione, ma i professionisti.