GLI USA IN MEDIO ORIENTE FAVORISCONO DAVVERO LA PACE?

DI FULVIO SCAGLIONE

C’è una corrente di pensiero molto radicata che continua ad attribuire l’attuale caos del Medio Oriente a un presunto disimpegno degli Stati Uniti rispetto alla regione. A volte, anche solo l’ipotesi di un disimpegno viene considerata ragione sufficiente per far crescere a dismisura iproblemi mediorientali.

Il problema è che non c’è stato e non c’è alcun disimpegno Usa. Certo, vi sono state epoche in cui i soldati americani dispiegati in Medio Oriente erano addirittura 125 mila, contro i 25 mila attuali. Ma un Paese che ha basi operative in Arabia Saudita e Qatar, una flotta all’ancora in Bahrein e un numero imprecisato di operazioni antiterrorismo in corso in un numero imprecisato di Paesi, può dirsi disimpegnato? E poi, quando i soldati erano molto più numerosi, tipo negli anni 2006-2008, il Medio oriente era più stabile e tranquillo? Qualcuno si ricorda che cos’era l’Iraq in quegli anni, con una media di mille civili uccisi ogni mese? La realtà dice il contrario. E cioè: gli Stati Uniti non sono mai stati così presenti e impegnati in Medio Oriente. Basta fare un piccolo elenco delle decisioni di Donald Trump e della sua amministrazione:

1. le relazioni con l’Egitto, dopo qualche turbolenza presto superata sul tema dei diritti umani, sono di nuovo ottime. Il 9 settembre Mike Pompeo, segretario di Stato, ha firmato e trasmesso al Congresso il documento con cui il Governo Usa autorizza un finanziamento di 1,2 miliardi di dollari all’Egitto per l’ammodernamento dell’arsenale.

2. Con Israele e Benjamin Netanyahu è luna di miele perenne. Lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme ha rovesciato mezzo secolo di diplomazia e ha messo ancor più nell’angolo i palestinesi. Non contento, ha nominato ambasciatore un avvocato, David Friedman, che è quasi più ultra dei coloni stessi.

3. Con l’Arabia Saudita tutto procede a meraviglia. Grandi affari con la vendita di armi che il principe Mohammad bin Salman può impiegare nello Yemen e in Siria, dove la Casa Bianca e la Casa reale sostengono le stesse milizie curde.

4. Nello stesso tempo, è sempre più aspro il conflitto con l’Iran, dopo la disdetta dell’accordo sul nucleare firmato anche dagli Usa (con Russia, Ue e Onu) nel 2015 e l’annuncio di prossime sanzioni economiche che saranno, dice Trump, “le più dure di sempre”. Per attaccare l’Iran, inoltre, Trump non esita a entrare in urto con l’Unione Europea, che sta cercando un sistema per continuare a commerciale con l’Iran senza subire le cosiddette “sanzioni secondarie” da parte degli Usa.

Secondo voi, questo si può chiamare disimpegno? Il problema degli Usa e, vista la loro potenza e influenza, del mondo, è semmai il troppo impegno, l’impegno cieco e improvvido. L’Egitto di Al Sisi sta rapidamente passando dal rango di Stato autoritario a quello di Stato repressivo e oppressivo. Israele, con le leggi sulla natura esclusivamente ebraica dello Stato, rischia di avviarsi sulla strada dell’apartheid. L’Arabia Saudita, quel posticino dove la gente viene messa a morte con la decapitazione o la lapidazione, 71 condanne eseguite finora nel 2018, 146 nel 2017 e 153 nel 2016…

Ma che parliamo a fare, Trump ora dice che Mohammad bin Salman non c’entra niente con l’efferato omicidio del giornalista Jamal Kashoggi, che altro possiamo aggiungere? Sono questi gli alleati degli americani, oggi, in Medio Oriente. Sono quelli su cui il trio Trump-Pompeo-Bolton ha deciso di scommettere tutto, in omaggio all’ossessione anti-Iran che domina il mondo sunnita e che gli Usa hanno deciso di sposare. È banale ma con alleati come quelli non si va lontano. Sempre nell’ipotesi che il piano sia di far diminuire il caos, non di aumentarlo.

http://www.occhidellaguerra.it/usa-medio-oriente-trump/?fbclid=IwAR0DrzLbdjkGt6odGYPvRbJfKH8cnWZNme1ZMO9HGPvOYhAD730AfGScJcE