I GIOVANI DICONO ADDIO A UN’ITALIA CHE (FORSE) NON LI VUOLE

DI MONICA TRIGLIA

Sara, romana, 31 anni, da cinque a Sidney, Australia, come manager di un ristorante. Filippo, 44 anni, nato a Pietrasanta, fondatore a Londra – dove si è trasferito nel 2006 – di LondonONEradio. Irene, fiorentina, ora manager di startup a Tallin, Estonia. Edoardo, nato a Roma nel 1980, “figlio di un carrozziere e di una casalinga”, produttore cinematografico a Los Angeles. Giovanni, 39 anni, sorrentino, oggi insegnante all’università di Melbourne.

Sono alcune delle storie raccolte nel documentario “Italia addio, non tornerò”. Cinquanta minuti di immagini, musica (originale di Massimo Priviero) e testimonianze nati da un’idea di Marinella Mazzanti e curati dalla giornalista Barbara Pavarotti. Un filmato importante perché spiega bene una delle ragioni principali che portano l’Italia a essere sempre più povera. Una povertà crescente che non è solo economica ma intellettuale, di energie, di intelligenze, di entusiasmo.

Realizzato dalla Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione italiana di Lucca, “Italia addio, non tornerò” testimonia e denuncia la più numerosa emigrazione dal dopoguerra: quella di oggi. Un’emigrazione che – se si guarda soprattutto a chi è nato tra gli anni Settanta e gli anni Novanta – rappresenta una vera e propria emorragia. Se ne sono andati, e se ne vanno, ragazzi e ragazze che non trovano più ragioni per tentare di costruirsi una vita dignitosa in Italia. Ed è questo un elemento di una gravità assoluta. Constatarlo lascia l’amaro in bocca.

«Partono per necessità, ma anche per passione, per sfida o per scelta. Per curiosità e voglia di fare» spiega Pietro Luigi Biagioni, direttore della Fondazione Paolo Cresci che conserva il più vasto archivio al mondo di foto e documenti sull’emigrazione italiana. «Ci si trasferisce all’estero per cercare lavoro e per realizzarsi. L’emigrazione italiana, ferma per decenni fino agli anni Settanta, è tornata ai livelli del dopoguerra e aumenta ogni anno».

Lo confermano i dati dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che pone l’Italia all’ottavo posto come Paese di emigrazione, prima dell’Afghanistan. E quelli del più recente dossier del Centro studi e ricerche Idos, che denuncia che quasi 300 mila giovani se ne sono andati nell’ultimo anno. Ragazzi che partono consapevoli di loro stessi e delle loro capacità.

«L’Italia, Paese invecchiato e pessimista, non sembra più essere un Paese per i giovani» sottolinea Pietro Luigi Biagioni. E ricorda l’allarme lanciato anche dalla Fondazione Migrantes (Cei) la settimana scorsa: a partire alla volta dell’estero non sono solo più i giovani ma anche gli ultracinquantenni. «Sì, siamo già nella fase dei nonni» dice Biagioni. Pensionati che raggiungono i figli espatriati. O che scelgono Paesi con un regime fiscale favorevole, dove non pagano tasse. «Perché cercare una terra migliore è una legittima aspettativa per tutti».

Un’aspettativa legittima come quella di Chiara, milanese. «Ho lavorato sei anni per un’azienda che, dopo contratti a termine di sei mesi, e anche di un mese, alla fine mi ha definitivamente lasciato a casa» racconta in “Italia addio, non tornerò”. «Ho cercato per cinque mesi un altro posto di lavoro, un qualsiasi lavoro. Niente. Così ho deciso». Oggi Chiara vive a Melbourne e fa la subacquea.

Ad ascoltarla, ad ascoltare ogni storia, si capisce perché nessuno di questi giovani intenda tornare a casa. Perché il loro sia un addio e non un arrivederci.

Ed è per Chiara, e per tutti gli altri “figli di gente normale”, la dedica che apre il filmato che è davvero da vedere: «A ogni italiano partito ieri, in partenza oggi e che partirà domani. Possa il suo destino essere giusto, forte e dolce”.