INDIA MON AMOUR. IL TRIONFO DI GANESH E L’ ELEFANTIACA PAZIENZA 5

DI MANUELA MINELLI

Un’altra delle cose indimenticabili a vita, vissute grazie a Francis e Jacqueline è stato partecipare al Festival degli elefanti al Tempio di Ganesh. Non potete capire cosa significhi letteralmente un “bagno di folla” se non vi è mai capitato di partecipare a un festival religioso importante come quello annuale per il locale tempio di Ganesh, la più giocosa divinità tra le centinaia a cui gli indiani sono devoti, quel dio con la testa di elefante e gli occhi che ridono, protettore dei bambini e della nostra anima fanciulla. Pertanto, il mio preferito.

Cinquantasei elefanti bardati a festa, abbigliati con stoffe sgargianti e scudi dorati cesellati e scintillanti (ma prigionieri e umiliati dalle catene alle zampone, povere bestiole), marcianti a gruppi di tre, ogni gruppo preceduto da una trentina di uomini (poco) abbigliati, diversamente secondo il gruppo  o la tribù d’appartenenza, ma tutti rullanti tamburi e tutti danzanti a ritmo di differenti danze tribali e, a chiudere la mastodontica processione, quindici carri allegorici giganti che ritraggono Shiva, Kalì, Vishnu, l’immancabile Ganesh, vacche sacre, e tante altre divinità, quasi tutte sanguinarie, con facce terrificanti e occhi spiritati e iniettati d’odio che, per effetto di meccanismi ben nascosti dalle vesti sontuose dei pupazzi (i medesimi della fabbrica visitata pochi giorni prima), pugnalano nemici, sconfiggono arpie volanti, domano cinque tigri contemporaneamente, tagliano la testa a grossi serpenti, anch’essi in resina e di ottima fattura. Ma, soprattutto, la folla.

Avete presente la festa di San Gennaro a Napoli, quando il santo, o chi per lui, compie il miracolo e scioglie il sangue? Beh… moltiplicatela per mille e avrete un’idea. La gente, ragazzetti con tagli asimmetrici e improbabili ciuffi alla Elvis, all’ultima moda indiana, vecchi col tipico mudhu (quel telo annodato in vita indossato da tanti uomini indiani), donne con principeschi sari, bambini, turisti, gruppi di ragazzotti che seguono gruppi di giovani amiche a scopo rimorchio, venditori di palloncini, zucchero filato rosa, gelati colorati, torce fluorescenti, intere famiglie con nonni anziani, zie grasse con nipotini in collo, il popolo indiano – tutto forse – è ovunque. Per la strada, in un’onda umana infinita e inarrestabile, uno tsunami in cui non puoi fare altro se non seguire la corrente, a frotte sui tetti delle case e sporgenti dalle finestre, grappoli di persone a perdita d’occhio, come vigneti prima della vendemmia, sui terrazzi, sistemati pericolosamente attorno ai pachidermi, a mucchi, sulla sommità di palazzi in costruzione.

Nel momento esatto in cui pensavo di diventare un chapati  schiacciato tra la folla, i miei amici Francis e Jacqueline con cui ci tenevamo per mano come in cordata, hanno deviato su un piccolo spazio incredibilmente libero e siamo saliti su per delle scale sconnesse, dribblando grossi ferri arrugginiti e zigrinati che sbucano dal cemento armato e mattoni sbreccati, fino ad arrivare sulla sommità di un edificio. Tra rifiuti edili e grosse insegne al neon ormai divelte e inutilizzate sono ammassate intere famiglie con i telefoni cellulari puntati e le nonne con la sedia portata da casa sedute in prima fila, senza cornicioni, ringhiere né muretti di protezione, in barba alle più elementari misure di sicurezza.

Sotto di noi si svolge uno degli spettacoli più incredibili, esagerati, rumorosi, ridondanti e kitsch mai visti!

I poveri pazienti e obbedienti pachidermi fanno due sole cose: agitano le orecchie, grandi come foglie di banano, e lasciano cadere enormi polpettoni durante tutta la via crucis.

La processione dura poco più di un’ora in quello che sembra essere il caos più totale, in realtà è tutto ben organizzato e programmato: elefanti, danzatori, tamburini, carri con i terrificanti faccioni e folla vociante, tutti hanno un’unica meta comune, il Tempio di Ganesh dove, nel tripudio generale, si svolgerà la cerimonia conclusiva. Mentre gli ultimi spettatori tornano verso casa commentando la ridondante festa, un esercito di spazzini in divisa, pulirà la strada da polpettoni, bastoncini di zucchero filato, palloncini sgonfi, involucri di chips, dolciumi, panini e chapati smozzicati.

La mattina seguente lascio il “mio” mini castello sulla “mia” spiaggia e la famiglia che mi ha adottata e che ho adottato, con la promessa di tornare presto qui e con il giuramento solenne che presto anche loro verranno a trovarmi in Italia. Francis vuole portare la sua famiglia a vedere il Colosseo, il Duomo di Milano e la città di Venezia e io gli prometto che sarò la loro guida nella mia Roma.

Saluto gli operosi pescatori che a ogni alba e a ogni tramonto partono con le loro barche, cuciono reti, disimpigliano conchiglie e pesci palla spinosi e ridono sdentati, contagiandoti di allegria Saluto anche quei ladruncoli dei merli indiani, per cui non puoi lasciare per un attimo un pezzo di pappalam incustodito che…gnam…questo sparisce in un battito d’ali, poi mi avvio col tuk tuk del fratello di Francis verso Varkala, la più celebre località dello stato del Kerala, a metà tra Woodstock e Ibiza.

Varkala, patria idiscussa dello yoga e della medicina ayurvedica, è amache tra le palme, bungalow a picco sul mare, aironi di gesso, ma anche in carne e piume, che adornano gli eleganti resort con ashram e cliniche ayurvediche annesse, decine di negozietti tardo hippy style, figli dei fiori occidentali un bel po’ ageè, spiagge e mare con onde alte che ogni tanto ammaccano qualche incauta turista russa, localini frikkettoni, localini romantici, localini con candeline, localini vegani, vegetariani, gluten free, localini che sfoggiano buffet con enormi pesci marlin e parate di crostacei, localini con terrazze sul mare per Surianamaskar (Saluto al Sole, fondamentale sequenza di posizioni yoga), localini italiani pasta-pizza-salad-espresso-cappuccino, l’uno appiccicato all’altro, senza soluzione di continuità. Il localino dove ho cenato come un monaco tibetano si chiama Puccini La La (immagino che il proprietario sia un patito dell’opera italiana e magari la canticchia mentre al mattino si fa la barba) ed è una specie di fast-food dove ti puoi prendere piatti vegani ayurvedici a volontà, da pentoloni di terracotta che sobbollono per effetto di una candela nel pentolone sottostante, estratti di melograno, ananas e papaia per una cifra ridicola.

A Varkala l’ambiente è assai cosmopolita, qualche grassa signora russa truccatissima, ragazzi con i dreadlock e i tappetini da yoga a tracolla, fanciulle nordiche in shorts, signore che entrano ed escono dai numerosi centri di massaggi ayurvedici, classi di yoga (hatha, vinyasa, iyengar e altre scuole yogiche mai sentite), profumi d’ambra, patchouli, vaniglia, vetyver, musiche orientali, campane tibetane e mantra cantati come una colonna sonora che invita a distendere corpo e spirito. L’accoglienza al Bamboo Village è stata very friendly, con un giovane Bob Marley ventitreenne dai denti bianchissimi, perennemente sorridente, tatuato e pluri piercingato, dondolante sull’amaca, che è l’aiuto manager. Sarà lui ad accompagnarmi al Kuttikattu Sree Badrakali Ksethra Temple dove, dopo un’emozionante cerimonia densa di olii odorosi, incensi fumanti e un’infinità di candeline, terminata con un delizioso boccone di riso dolce con lenticchie e verdure e avvolto nella consueta foglia di banana, ho richiesto il mio personale mantra di protezione che l’indomani mattina mi verrà consegnato a… casa, ossia al bungalow, racchiuso in un kavacha d’argento e avvolto in una foglia di banano che porterò sempre al collo in ricordo del viaggio più incredibile della mia vita.

Se vi trovaste a passare per Varkala vi suggerisco il miglior posto per godere di tutti gli stili di colazione e anche di tante squisite cucine internazionali. Finalmente un vero cappuccino italiano e that’s incredible!…a richiesta anche con latte di soia, e un coppone di frutta fresca con muesli e corn flakes fatti in casa, scaglie di cocco, anacardi e crema di latte, più due fettone di pane, anche lui fatto in casa, integrale, tostato e imburrato.

Il proprietario del Darjeeling Cafè si chiama Vinod Viswa, ha trentadue anni e da sette ha aperto questo delizioso ristorantino tutto coccole, petali di fiori veri e profumati sparsi sui tavoli, candeline e peace&love. Inoltre ha una guest house non lontano da qui. Nella stagione dei monsoni, quindi in quella che è la nostra estate, Vinod chiude il suo locale e viaggia: sale e scende dagli aerei per visitare e imparare l’accoglienza turistica in America, in Europa, negli Emirati e in altre città asiatiche e orientali, per riportare nel suo Darjeeling Café e nella sua guest house, gli stili, le atmosfere, gli arredi che più gli sono piaciuti nelle città che visita. Girando il mondo Vinod copia ovunque va quei piccoli dettagli che faranno del suo locale il migliore di zona in quanto a qualità, gusto, savoir faire, discrezione e pulizia.

Ma Vinod è soprattutto un artista e realizza dei mandala a mano libera, meravigliosi e coloratissimi, con cui decora locali, case, porte, tavoli e tavolini, testate del letto e qualsiasi cosa abbia bisogno di essere ….“mandalizzata”.

(Continua)

      

 

 

(Ph. Manuela Minelli)