LA LIBERTA’ DELLA SOLIDARIETA’ , LA SFIDA DELL’INTEGRAZIONE

DI LUIGI MANCONI

«Sono un uomo, niente di umano ritengo a me estraneo». Attorno alla citazione di Terenzio – in cui la condizione umana è ritenuta essa sola sufficiente a fondare un senso di comune appartenenza – ruotano tra le più belle riflessioni dei classici sul «dovere della solidarietà».

Seneca, in particolare, richiama questa citazione a proposito della funzione della solidarietà nella società, paragonata a un portico di pietra che crollerebbe se le singole sue parti non si sorreggessero a vicenda. E alle più antiche espressioni della solidarietà- quali il dividere il pane con chi non lo abbia e mostrare la strada a chi l’abbia smarrita (doveri così connaturati alla condizione umana da essere definiti, dai romani, «communia»)- Seneca aggiunge il porgere la mano al naufrago: declinazione di quel dovere di accoglienza dell’hospes considerato sacro sin dalla tradizione greco-romana.

LA SOLIDARIETÀ avrebbe poi spiegato effetti importanti sulla stessa tradizione giuridica, fondando quella particolare categoria di doveri rispetto ai quali più forte si avverte la simmetria tra precetto morale e normativo. E avrebbe poi fondato anche una peculiare libertà, sancita da ultimo dal Consiglio costituzionale francese, con la dichiarazione di illegittimità del delitto di solidarietà verso i migranti, dovendo sempre proteggersi la «libertà di aiutare» gli altri, siano essi regolarmente soggiornanti o meno sul territorio nazionale. La solidarietà come libertà, dunque, oltre che come «dovere inderogabile» (come recita la nostra Costituzione), quale espressione tra le più autentiche dell’umanità.

EPPURE, in una fase storica, quale quella attuale, in cui sarebbe quantomai necessaria una maggiore coesione sociale, proprio una categoria – ad un tempo etica e giuridica – come quella della solidarietà, appare sempre più recessiva e sopraffatta dall’antagonismo tra gli «ultimi e i penultimi», inasprito dalla frequente strumentalizzazione della paura e del disagio sociale. Quello dell’immigrazione è uno dei settori nei quali questa tendenza si manifesta con maggiore incisività, tra la rappresentazione mediatica dei flussi migratori come «invasione» e la reale difficoltà della loro gestione, aggravata anche dalla tendenza a trattare la questione migratoria non quale fenomeno strutturale, ma meramente emergenziale.

La mancanza di una strategia di lungo periodo volta ad affrontare, in tutta la loro complessità, le implicazioni sociali, economiche e politiche dell’immigrazione ha infatti finito con il relegarne la gestione ad iniziative di carattere prevalentemente volontario e contingente, così scaricando soltanto su determinate aree geografiche e sulle fasce della popolazione più fragili gli effetti di una convivenza non sufficientemente preparata. Basti pensare che le amministrazioni comunali partecipanti al sistema Sprar di protezione dei richiedenti asilo rappresentano soltanto il 39% circa del totale dei comuni italiani.

Ciò dimostra come gli oneri dell’accoglienza non sono, in altre parole, adeguatamente distribuiti in tutto il territorio nazionale, concentrandosi invece solo in alcune aree geografiche, nelle quali la tensione sociale è destinata a subire un inevitabile inasprimento, in assenza di politiche lungimiranti e razionali di governo dell’immigrazione.

L’ESIGENZA, di alcune forze politiche, di dimostrare di voler affrontare la questione migratoria con continue quanto velleitarie prove di forza, si è poi spinta sino al punto di negare l’attracco a una nave carica di migranti e persone in condizioni di particolare fragilità, quali donne incinte e minori.

A favorire la rappresentazione dello straniero in termini di nemico pubblico ha concorso anche la tentazione – cui spesso si è ceduto – di ridurre la complessità dell’immigrazione a mera questione penale, accrescendo la costellazione di reati privi di offensività a terzi, da cui questo settore dell’ordinamento è caratterizzato.

SI È COSÌ REALIZZATO un sotto-sistema giuridico speciale per i soli migranti, privati persino, se irregolari, della facoltà di esercizio di diritti fondamentali, che come tali spettano a chiunque a prescindere dalla cittadinanza. A ciò, solo in parte, hanno rimediato pronunce d’incostituzionalità – come nel caso del divieto di matrimonio o dell’aggravante di clandestinità- o saggi atti amministrativi, come per il divieto di rilascio di atti di stato civile, interpretato dal Ministero dell’interno come non ostativo, ad esempio, al riconoscimento dei figli, pena il rischio di rendere adottabile (perché in stato di abbandono) ogni figlio di irregolari. Sono poi alquanto carenti le misure per l’integrazione- che pur avrebbero dovuto fondare, il regime del permesso di soggiorno «a punti» – : dall’insegnamento della lingua e dei principi costituzionali fondativi della nostra collettività, sino a un sistema di acquisto della cittadinanza fondato non esclusivamente sull’«appartenenza di sangue» ma sull’effettiva integrazione della persona.

Né si può pensare che siano sentenze – come quella di condanna di un indiano sikh che voleva circolare con un pugnale simbolo della propria tradizione religiosa- a realizzare coattivamente l’integrazione degli stranieri, in assenza della ricerca del miglior equilibrio possibile tra conformità ai principi fondativi del nostro ordinamento e rispetto del pluralismo e della diversità.

IL PARALLELISMO tra la rigidità – eccessiva al punto di perdere ragionevolezza- delle politiche di controllo e l’insufficienza delle misure di reale integrazione dei migranti accolti, ha così finito con l’aggravare il clima di ostilità verso stranieri sempre più marginalizzati. Il che è peraltro paradossale per una società, quale quella italiana, caratterizzata da un rilevante invecchiamento della popolazione e decremento della natalità, alla quale gli stranieri contribuiscono con l’apporto di circa il 9% del Pil e di un punto percentuale di contributi sociali.

L’accoglienza e l’integrazione degli stranieri costituiscono, allora, non soltanto espressione di quella solidarietà che è ad un tempo libertà del singolo e «dovere inderogabile» della collettività, ma anche una sfida da vincere per la competitività (non solo economica) del Paese, anche grazie all’arricchimento che genera ogni confronto tra diversi.
( IL MANIFESTO)