LA SOLITUDINE E IL DOLORE DI GIUSEPPE GIORDANO

DI CLAUDIA SABA
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La Cattedrale di Palermo
accoglie le nove bare delle vittime dell’alluvione di Casteldaccia, tra gli applausi di migliaia di persone.
Poi resta solo il silenzio, pesante come un macigno che si fa pietra, quando un dolore e’ così forte.
Ci sono i piccoli amici di Federico Giordano, il bambino di 15 anni morto per salvare la sorellina Rachele.
Poi il coro riprende:“Federico! Federico sempre nel cuore!”.
I suoi amici di sempre non sanno darsi pace per questa morte ingiusta.
Palloncini bianchi all’ingresso della cattedrale, si alzano verso il cielo.
Palermo è a lutto e piange tutte le sue vittime.
Qui dove tutti si conoscono, non sembra possibile sia accaduta una tragedia così.
Il giovane papà di Federico e Rachele, Giuseppe Giordano, alza la bara della sua piccola di appena un anno.
Poi abbraccia la bara di sua moglie.
Tutto ciò che rimane della sua vita, della sua famiglia, del suo amore è racchiuso lì, dentro quelle tre bare davanti a lui.
La più triste è quella di Rachele, così piccola e già portata via dalla sorte.
Ancora prima di poter vedere, tutte le bellezze di questo mondo.
Lei, il mondo, lo ha soltanto sfiorato.
Il papà piange disperato.
Ha voluto che nella cassa, venisse sistemato il suo peluche preferito a farle compagnia: Minnie.
La bara di Federico, il fratello di Rachele, è poco più avanti.
“Papà la tengo io” aveva detto a suo padre quella sera maledetta.
L’aveva presa in braccio e tenuta alta per non farla bagnare.
Ma non è bastato quel gesto d’amore per allontanare il destino.
Entrambi se ne sono andati via, risucchiati dalla furia del fiume in piena.
“Dobbiamo fermarci, non possiamo proseguire oltre, indifferenti davanti a tanta sofferenza. Dobbiamo “sentire” queste morti, far nostro questo dolore, compatirlo, portarlo insieme a quanti ora ne sono schiacciati. Dobbiamo tutti cambiare”, recita monsignor Oliveri nella sua omelia.
E quel “dobbiamo cambiare tutti”, suona come un’accusa alla coscienza di tutti.
Si, dobbiamo cambiare davvero, dobbiamo smettere di pensare che “tanto non succede nulla”.
Perché non è così. Perché le cose accadono quando superficialità e arroganza diventano il nostro modo di vivere.
Qui l’abusivismo è sicuramente il principale colpevole.
La Procura di Termini Imerese indaga per disastro e omicidio colposo, per il momento contro ignoti, in attesa di poter dare un nome preciso ai responsabili.
Sulla villetta, dal 2008, pendeva un ordine di demolizione del Comune che però era stato impugnato dai proprietari davanti al Tar.
Forse si sarebbe potuto procedere prima alla demolizione, ma questo sarà la magistratura a stabilirlo.
Ora si può soltanto piangere per queste morti assurde.
La vita dovrà continuare comunque.
Anche per Giuseppe. L’uomo che ha perso tutto e che oltre i suoi due figli in un solo attimo, si è visto portar via la moglie, il padre, la madre e il fratello.
A Giuseppe resta solo una bambina da crescere, l’unica sopravvissuta alla furia del fiume in piena.
E forse sarà proprio lei a prendere per mano il suo papà e a strappargli di nuovo un sorriso.
Domani.

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