A ROMA MUORE UN UOMO INVISIBILE IN UN MONDO CHE NON HA PIETA’

DI CLAUDIA PEPE

È morto un uomo. È morto un uomo di 52 anni. È morto di sfratto. Di povertà, di solitudine, di paure e di sofferenza. Così si legge in un post su Facebook pubblicato da Fabrizio Ragucci, segretario dell’Unione Inquilini della capitale.
È morto un uomo, un uomo depresso che nella sua vita deve aver portato su una schiena ricurva e dolente, un bagaglio di luci e bagliori, e di bui pesti dove brancolava danzando con la follia.
Stefano Pesce è morto solo, nel letto di una clinica psichiatrica in cui era stato trasferito giorni fa dalla ASL e dai servizi sociali. È morto un uomo, senza soldi, sfrattato dalla sua bella casa dove era cresciuto, e accompagnato mano nella mano dalla cecità della gente è finito a dormire sulle panchine.

Continua così Fabrizio Ragucci:” «Per la città, Stefano non era un uomo. Era pratica inevasa, una delle tante e delle migliaia e delle decine di migliaia che riempiono i cassetti di impiegati ed assessori. Un nome-cognome-data-di nascita nella lista d’attesa delle case popolari, un utente X che chiede appuntamento ai servizi sociali. Relitti-umani, Roma ne è piena. Li notiamo solo raramente, uno su mille e comunque mentre affondano». La storia di Stefano, ci spiega Fabrizio, è una storia «normale», una storia che potrebbe toccare tutti noi. E tutti, aggiunge «dobbiamo sentirci un po’ responsabili». 

«Ragazzone depresso, senza una lira in tasca, solo. Era finito sotto sfratto: dalla casa bella in cui era nato e cresciuto, alle pendici del Gianicolo, al freddo di febbraio sulle panchine di Villa Pamphili. Ho provato ad aiutarlo. Siamo riusciti a fargli avere una piccola pensione di invalidità e ad ottenere per lui il “privilegio” d’un posto letto in un centro di accoglienza. Prendete nota, perché è ciò che vi sarebbe concesso nelle sue condizioni: un punteggio nella graduatoria case popolari, elevato ma praticamente inutile (perché case non se ne costruiscono da decenni), una promessa di contributo economico a sostegno dell’affitto (ma qual è il proprietario privato che affitterebbe casa a uno sfrattato matto e povero?).E poi basta, punto e cavatela da te». «La morte di Stefano – conclude Fabrizio – è importante perché è esemplare. Abbiamo reso omaggio al milite ignoto. Oggi vi scrivo di un povero ignoto, che potrei essere io come chiunque altro. Morto perché povero, solo e malato».

È morto un uomo e il suo bagaglio di cose regalate e trovate. Forse sorprese nei cassonetti. La borsetta di plastica con dentro le sue coperte e le scarpe grosse, per quando non senti più i piedi, un pezzo di pane per quando non trovi niente e forse poi, non hai neanche voglia di quello. La gente passava, lo guardava con uno sguardo che nega ogni possibilità di esistere e di far rumore. È morto un uomo che si faceva guardare, ma la gente non lo voleva vedere. Un uomo che non rientrava nelle nostre vite, nelle nostre famiglie apparentemente felici e nella stupidità che fa sì che un uomo quando dimostra le sue fragilità e debolezze lo si debba emarginare, lo si debba far morire ancor prima che la lama fredda della morte sia l’unica sensazione di calore che gli attraversa la vita.
Stefano non ha mai chiesto nessuna elemosina, nessun commento, nulla usciva dalla sua bocca sempre serrata come una maschera di dolore, muta nel modellarsi dei suoi sentimenti. Le imprecazioni, i commenti e i rifiuti per lui erano forse necessari per sentirsi sicuro, per potersi rifugiare nella ragione degli ebbri. Perché essere un “barbone” è l’accettazione e forse la speranza, di non essere riconosciuti, di passare inosservati, di mimetizzarsi tra le mille maschere della gente. Vivendo di fianco e mai con gli occhi che guardavano un orizzonte lontano. Non poteva rincorrerlo, ma sempre portato dentro la sua grande anima. E’ morto un uomo che trascinava lentamente la sua follia con ordinata intelligenza senza disturbare nessuno, con le sue poesie e i suoi occhi che quando ti guardavano, sentivi un brivido lungo la schiena e avevi solo la forza di voltare il viso. Per non voler trovare nulla di te stesso dentro le sue nocche gelate. Stefano ricorda quelle persone di cui narrano i vangeli, quelle che portano la croce conoscendo la buona novella, quelle persone di cui tutti raccontano ma pochi conoscono. Quelle persone che della loro vita non vogliono delegare nessuno, preda delle loro visioni deformate, narrate ad un sacco a pelo.
Stefano non voleva che nessuno entrasse nel suo labirinto infinito costruito da chissà quali emozioni, quali malattie, quali sofferenze. I suoi occhi tracciati così nitidamente dalle sopracciglia scure ti guardavano e ti raccontavano il suo rumore silenzioso. Vorrei aver avuto un suo abbraccio. Lo scambio della pace che non conosce differenze, ma solo occasioni per appoggiare la tua testa accanto alla sua. E ti fa ritrovare finalmente vera. Stefano, ora, è libero di guardare le sue stelle. Quelle che ha scelto lui di fissare, seguendole nel loro ininterrotto cammino verso un’altra alba che lo bacerà come i bambini più innocenti, raccontandogli le favole che piacciono a lui. Anche lui ha avuto i suoi momenti di sofferenza e di pubblico massacro, ma nessuno gli ha dedicato mai la vita nel suo nome. Non faceva rumore Stefano, anche quando avrebbe dovuto urlare. Eppure nelle sue mani potremo ritrovare tutta l’essenza dell’umanità, quella di cui abbiamo bisogno. Un’emozione che ti fa conoscere un mondo diverso, privo di tutto e pieno di passioni. Di un profumo antico nelle pieghe della memoria. Stefano era musica. Era una musica mesta ma fiera che suona con una corda sola, capace di racchiudere tutte le armonie che ci aprono all’universo. Ora Stefano è riuscito a raddrizzare la sua schiena schiacciata dai venti del mondo. E forse, noi troveremo una fine e lui finalmente il suo inizio.
È morto un uomo di 52 anni, non era nessuno, non aveva niente, non voleva niente. E’ morto un uomo simbolo di questo mondo che vive nascondendosi perché non sa più guardare un’aurora.