ELEZIONI USA MIDTERM: SENATO REPUBBLICANO, CAMERA DEM, MA TRUMP PUO’ CANTARE VITTORIA. PERCHE’ ?

DI ALBERTO TAROZZI

Sensazionale negli Usa, per una volta i sondaggi, per lo meno quelli degli ultimi giorni, ci hanno azzeccato. Come di consueto le elezioni midterm segnalano una ripresa del partito perdente alle presidenziali (avvenne con Clinton, Bush e Obama). In questo caso la ripresa ha avvantaggiato i democratici. Per i sondaggisti, questa volta, il recupero dei democratici avrebbe però riguardato solo la Camera, dove in effetti la maggioranza per i dem appare sicura. Non avrebbe invece riguardato il Senato, dove infatti i favori ai repubblicani paiono addirittura essere leggermente aumentati.

Nulla di fatto, quindi? Non proprio: in questi casi contano parecchio anche le aspettative, quelle confermate e soprattutto quelle deluse. Deluse in principal modo sono le aspettative dei democratici tra i quali si parlava, forse imprudentemente, di un’onda che avrebbe sommerso Trump, a causa delle sue beghe con la giustizia, delle sue esternazioni maschiliste e xenofobe e di una sua presunta imperizia nel maneggiare la politica ai più alti livelli.

E’ da segnalare su questo versante che queste elezioni hanno al portato in Congresso un numero record di donne (99) e tra di loro afroamericane, musulmane, nere e gay dichiarate.

Dunque una reazione alle esternazioni di Trump c’è stata. Ma va anche detto che, nonostante ciò, i favori per Trump non hanno subito alcun tracollo, quanto meno si registrano perdite minori di quanto a suo tempo, a midterm, dovettero subire Clinton, Bush e lo stesso Obama.

Quindi bicchiere mezzo pieno per Donald? Forse anche qualcosa di più, per differenti ulteriori ragioni.

In primo luogo le elezioni per i governatorati dei vari States. I democratici hanno fallito là dove maggiormente avevano investito: Texas, dove pure qualcosa hanno recuperato, Florida e Georgia. Tutto questo in presenza di un massiccio afflusso alle urne, che sulla carta pareva favorirli. Vale a dire che Trump può ovunque contare su uno zoccolo duro di preferenze, che magari, nelle varie inchieste, risponderà di non essere soddisfatto delle sue esternazioni, ma che si collocherà però dalla sua parte nel momento della chiamata alle urne.

In secondo luogo, a dispetto di quanto si prevedeva al momento delle sue elezioni, si assiste ad un rafforzamento della componente trumpiana dentro al partito, se è vero che lo stesso Cruz, un tempo suo rivale nel Gop e vincitore in Texas, pare divenuto più che mai fedele alla linea, Per non parlare di Romney, che dallo Utah fornisce a bassa voce un replay delle sparate che Donald è uso urlare a giorni alterni sul tema delle migrazioni.

Infine va detto che il fronte dem pare non avere risolto il suo dualismo interno. Bocciati i così detti astri nascenti come Rourke in Texas non viene sciolto il nodo tra la componente del vecchio establishment clintoniano, centrista e guerrafondaio, rappresentato dal nuovayorkese Andrew Cuomo, e quella legata alla sinistra di Sanders, che trova la sua punta di diamante in Elizabeth Warren. Una divisione che potrebbe costare qualcosa se si considera che la campagna per le presidenziali durerà sì due anni ma inizierà presto e andarci con un partito diviso potrebbe risultare controproducente.

Ma al di là di questi dati, tutti legati agli schemi della politica e del politichese, cosa ci dicono queste elezioni, in materia di contenuti?

Da un lato ribadiscono che la composizione di classe statunitense, segnata dall’avvento delle nuove tecnologie, si presta bene a un assalto dei conservatori, alla conquista dei consensi di una classe operaia tradizionale (il caso del Minnesota) presso la quale una visione genericamente modernizzatrice dei rapporti di produzione determina forti timori sul fronte occupazionale.

D’altro lato la questione delle migrazioni, che con il loro carattere di massa stanno assumendo anche negli Usa un impatto differente che in passato, pone interrogativi che potrebbero sfociare in conflitti tutt’altro che pacifici e minare quella compattezza del tessuto sociale statunitense che ha finora fornito ai politici uno sfondo di sostanziale coesione sociale del paese e ne ha reso più facile la governabilità.

Non a caso Trump pare avere avvertito la questione e, almeno nelle ore successive al responso delle urne, sembra accompagnare ai toni trionfalistici una inconsueta politica della mano tesa nei confronti dei dem.
Solo ragioni di opportunismo? Certo condizioni di scontro a tutto campo gli renderebbero difficile governare, tanto più avendo sul tappeto questioni che per lui rimangono scottanti sul piano giuridico, pure se si allontana per ragioni numeriche il rischio dell’impeachment.
Ma forse il problema non è soltanto in questi termini. E’ probabile che anche a lui, nonostante il carattere, non convenga a lungo termine quel clima da guerra civile prossima ventura evocato ai tempi delle presidenziali. Su cosa potrebbero avvenire delle mediazioni nei prossimi mesi sarà materia di discussione per il futuro.

Per il momento sarà bene tornare a parlare seriamente di questioni internazionali. In queste elezioni, nelle quali la questione migratoria ha tenuto banco,a parte le chiacchiere da bar sul Russiagate si è preferito parlare, come in parte era doveroso,delle questioni relative ai singoli stati della federazione, quasi che il mondo finisse al cospetto dei due oceani. In Iran invece, per esempio, paiono parecchio interessati alla linea strategica di Washington in politica estera di cui poco si è parlato. Ma prima o poi può darsi che anche all’elettore medio made in Usa, che ancora colloca l’Iran in Europa e lo confonde con l’Iraq e col Kosovo, la possibilità di una terza guerra mondiale susciti un briciolo di interesse.

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