LA PERNIGOTTI CHIUDE. PRONTI I LICENZIAMENTI PER 100 DIPENDENTI

DI DARIA FALCONI

Ricordate quel delizioso trapezio di gianduia torinese dentro un involucro dorato? Chiunque se lo ricorda. Chiunque ne ha mangiato uno. La Pernigotti, oramai storica fabbrica italiana, entrò proprio con quel piccolo boccone di paradiso sua versione iconica del Gianduiotto, nell’immaginario collettivo della penisola.
E oggi l’azienda nata dalla drogheria che Stefano Pernigotti aprì nel 1860 in Piazza del Mercato a Novi Ligure e che dal ’68 era una delle più importanti produttrici di cioccolatini, torroni e uova di pasqua, chiude i battenti annunciando l’imminente licenziamento di 100 dipendenti.
“Una decisione assurda e inaccettabile”, sentenzia così il sindaco di Novi, Rocchino Muliere che si è dichiarato intenzionato a far luce sull’accaduto. Sembra molto strano infatti che nonostante l’industria dolciaria rimanga una dei settori più longevi e proficui abbia presentato nell’ultimo periodo sempre e solo perdite. Ad ogni modo il progetto per ora vede la chiusura definitiva dell’azienda che sono nel 2013 era stata acquistata dai fratelli turchi Toksoz. Solo la rete marketing verrà mantenuta per sostenere le vendite di prodotti fatti in Turchia. Una scelta “necessaria” quanto poco chiara e forse semplicistica che allontana sempre più il sogno del made in italy date le dichiarazioni del segretario Flai Cgil Marco Malpassi che rivela le insistenti proposte che negli anni avevano avanzato a fronte di costanti bilanci in rosso.
E invece l’azienda nonostante i suggerimenti ha preferito ignorare le loro preoccupazioni e adesso è costretta ad agire così. Un progetto quasi lasciato volontariamente andare in malora e per questo i cittadini indignati si sono mossi.
E infatti tra gli altri sopra menzionati ha voluto esporsi anche il segretario generale della Ugl Paolo Capone dichiarando: “Auspico che il governo proceda con un piano adeguato di ammortizzatori sociali per i tanti dipendenti al centro di questa delicata operazione industriale. Basta con le delocalizzazioni facili che minano il tessuto imprenditoriale del Paese e creano disoccupazione. Serve un piano industriale serio che non guardi solo ai bilanci aziendali, ma preservi la dignità dei lavoratori”. Una situazione delicata sulla quale occorre indagare e trovare soluzioni riparatrici per andare incontro ai lavoratori e alle loro famiglie ad oggi senza più entrata