LA TELA DEL RAGNO. 2. MORTE DI UN POLITICO

DI PAOLO VARESE

Se il 1978 viene ricordato per l’anno dei 3 papi sul soglio di Pietro, in realtà un altro evento ancora oggi ricordato colpì il paese. Un fatto che, per certi versi, non è mai stato chiarito, nonostante i processi e gli arresti. Il 16 marzo infatti, in via Fani, a Roma, un commando delle Brigate Rosse rapì lo statista e presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, lasciando a terra i 5 uomini della sua scorta. Un rapimento anomalo, per colui che avrebbe dovuto essere il fautore della “democrazia operante”, altrimenti chiamata “compromesso storico” dal segretario del P.C.I. dell’epoca, Enrico Berlinguer. Il primo elemento di sospetta anomalia è dato dal fatto che, ad essere rapito per motivi di opposizione politica, non fu il segretario della Democrazia Cristiana, Giorgio Andreotti, figura assai più operativa e senza dubbio più con in contrasto con la sinistra, di cui le B.R. erano il braccio armato, seppur disconosciuto dagli stessi aderenti al partito. Alla domanda, rivolta ai brigatisti catturati, sul perché venne scelto di rapire Moro invece di Andreotti, venne risposto che il secondo era troppo protetto, mentre in realtà ogni romano sapeva bene che il divo Giulio si recava a messa a piedi tutte le mattine, e con una scorta molto limitata. Una contraddizione stridente anche a livello operativo, in quanto per rapire Moro venne organizzata una azione non da dilettanti e non di poco conto. E sempre parlando del momento del sequestro, sono state smentite anche le dichiarazioni relative alle prove effettuate dai terroristi prima del fatidico giorno, poiché solamente la sera prima del 16 marzo venne impedito ad un furgone Ford Transit di potersi muovere, squarciandogli le gomme, proprio nel momento in cui passava l’auto del presidente. Sembrano particolari ininfluenti, ma sapere che un commando organizzato aveva pianificato un rapimento conoscendo gli spostamenti esatti di una persona, lascia presupporre anche una rete informativa addentrata nei livelli più profondi dello Stato, anche perché quel giorno Moro non stava seguendo il solito itinerario. Nella vicenda si inseriscono, col tempo, diversi personaggi, uno dei quali, il colonnello Giovannone, del Sismi, il 18 febbraio, aveva segnalato la notizia di una operazione terroristica importante da attuarsi in Italia, ma nessuno si prese la briga di proteggere i bersagli più in vista. Fin qui nulla di strano in una Italia allo sbando, ma il punto focale invece è che lo stesso Giovannone, il 2 marzo, aveva avviato le trattative con un gruppo di miliziani palestinesi per poter liberare Aldo Moro. Il 2 marzo, ossia 14 giorni prima del rapimento, almeno stando a quanto riporta un documento agli atti della commissione autenticato da un notaio di Oristano e visionato dall’ex presidente della Commissione Difesa della Camera. Un documento che avrebbe dovuto essere distrutto ma che invece girò per molte mani. È strano anche notare che in via Fani, quel giorno, era presente un colonnello del Sismi, Carlo Guglielmi, e la sua presenza era stata rivelata da un collega, insospettito da una visita ricevuta da Guglielmi proprio in quel giorno. Sulle modalità del sequestro sono state effettuate indagini nel corso di 40 anni, non arrivando ad alcuna definizione certa neanche degli appartenenti al gruppo armato, ma anche relativamente ai brigatisti che tennero prigioniero Moro molte domande sono rimaste senza risposta. Infatti, responsabile del rapimento di Moro, a livello organizzativo, fu Mario Moretti, un uomo che probabilmente porterà i suoi segreti nella tomba. Si fece notare nel 1973, quando scrisse un cartello che un dirigente dell’Alfa Romeo, Michele Mincuzzi, sequestrato dai brigatisti, doveva tenere davanti a se. Un cartello recante una scritta ed il simbolo delle B.R., la famosa stella a 5 punte. Peccato che in quella occasione la stella di punte ne aveva 6, come la stella di David, simbolo di Israele. In seguito Moretti disse di essersi confuso, non sapendo come disegnarla, ma pare abbastanza strano che, uno dei maggiori esponenti delle B.R., o perlomeno così definito dalla Questura di Milano, iscritto alla Facoltà di Economia e Commercio, in contatto e contrasto con l’ideatore del simbolo, Renato Curcio, non sapesse come disegnare una stella a 5 punte. Secondo alcuni esperti del settore, rigorosamente anonimi, in realtà quel disegno sbagliato fu un segnale per i servizi segreti israeliani, un modo per essere contattato da loro. Durante i 55 giorni in cui Moro venne tenuto segregato, in diversi punti della capitale, alcuni avvenimenti fecero sospettare gli stessi brigatisti della fedeltà di Moretti al movimento. In particolare la scoperta del covo dove Moretti abitava con la compagna, in via Gradoli, avvenuta a causa di una perdita d’acqua. La scoperta di una scopa messa di traverso sul rubinetto del bagno, proprio per lasciarlo aperto, fece subito sospettare di uno stratagemma per ringraziare i servizi segreti dell’avvertimento ricevuto circa la loro individuazione da parte di altri apparati dello stato, e d’altra parte via Gradoli era stata nominata da un Romano Prodi in veste di medium, che aveva riferito di aver sentito il nome Gradoli durante una seduta spiritica. Di più evidentemente non poteva dire. Ma perché, comunque, rapire Aldo Moro? Solamente per l’apertura a sinistra nella guida del paese? Plausibile, ma non abbastanza per volerlo eliminare dallo scenario politico e civile, e forse la ragione vera è da ricercare nel cosiddetto “lodo Moro”, ossia un patto segreto di non belligeranza tra Italia e Fronte per la liberazione della Palestina, sottoscritto proprio grazie all’intervento del colonnello Giovannone. Si è sempre detto che il “lodo Moro” non è mai esistito, ma le lettere di Moro dal covo in cui era imprigionato sembrano rivelare il contrario, specie nel passaggio “E ciò dimenticando che in moltissimi altri paesi civili si hanno scambi e compensazioni e che in Italia stessa per i casi dei Palestinesi ci siamo comportati in tutt’altro modo” di una lettera indirizzata all’ambasciatore fuori ruolo all’ONU, Luigi Cottafavi, ed in un’altra, indirizzata all’Onorevole Flaminio Piccoli, della D.C., in cui scrive “… e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannone, che Cossiga stima. Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente”. Quindi un politico italiano amico dei nemici di Israele, o perlomeno preoccupato per una escalation terroristica che avrebbe potuto far precipitare la nazione nel terrore e nel sangue, in special modo poiché di transito per altri luoghi. Sembrerebbe una storia disgiunta dal tragico epilogo di Papa Luciani, ma anche nel caso Moro intervennero personaggi legati alla P2 ed alla Banda della Magliana, quindi alla mafia e quindi al potere economico. La tela del ragno non si vede se non da lontano.