AMARE E’ DIRE ALL’ALTRO TU ESISTI

DI MAURIZIO PATRICIELLO

Il credente dice: esisti perché Dio ti ha voluto. Chi non crede in Dio, crede che a volerlo sia stato il caso. La fede è dono, ricerca, fatica, bellezza, senso. Non è obbligatorio credere. Certo, se Dio c’è, non saranno gli atei a gettarlo giù dal cielo; se non dovesse esserci, tutte le preghiere di tutti i credenti di tutti i tempi non basterebbero a metterlo sul trono. La fede è una sfida, una scommessa. Ritorna Pascal. Indispensabile per gli uomini è convivere pacificamente. Per farlo occorre essere umili, avere rispetto, mettersi in ascolto, munirsi di pazienza. Più attenzione deve essere accordata a chi parla a bassa voce, a chi non sa parlare, a chi si esprime con difficoltà o in un’altra lingua. Credenti e non credenti possono – anzi devono – aiutarsi, stimolarsi, arricchirsi a vicenda. Papa Francesco nel giorno dedicato ai defunti, si è recato a deporre un fiore sulle tombe dei bambini mai nati. Un gesto tenerissimo che ci invita a riflettere sul mistero della vita e della morte. Ognuno di noi ha cominciato a esistere essendo un invisibile puntino. Una piccola parte della nostra vita l’abbiamo vissuta nel grembo materno, un’altra la stiamo consumando, un’altra ancora la godremo nell’eternità. Questo per chi crede, e per chi non crede? Se la morte dice la fine di tutto, essere nati non è stato poi un grande affare. Poco male quando si muore in tarda età e dopo una vita passata nel benessere, ma quando la vita arranca? Quando la malattia, la povertà, la sofferenza ti tengono in ostaggio? La riflessione sul dolore innocente non avrà mai fine, nè troverà mai risposte definitive. Il credente affida a Dio anche la sua ignoranza. Gli uomini per uscire dalla logica della giungla – dove il più forte impone la sua volontà – si danno delle leggi. Nella giungla, vecchi, bambini, ammalati vengono lasciati indietro. Nella società civile, bambini, vecchi, ammalati hanno diritti che gli altri riconoscono. Le leggi le fanno gli uomini e, a volte, purtroppo, fanno leggi di cui, in seguito, dovranno vergognarsi. Ogni società ha i suoi valori. Il duello cui – ottusi e fieri – si sfidavano i nostri antenati a noi appare disumano e sciocco. C’è qualcosa sulla quale credenti e non credenti possono trovarsi d’accordo? Certamente: la persona umana. Tutto ciò che non si desidera per se stessi non deve essere fatto all’altro. Comandamento religioso? Laico? Diciamo razionale, onesto, logico. Ma la persona umana quando diventa umana? Logica vuole: dal primo istante del concepimento. Ogni essere vivente ha avuto il suo inizio, invisibile ma reale come il Vesuvio. Immagina di vivere in un tempo di tremenda carestia. I morti si contano a migliaia, le piante seccano, i semi per uno sconosciuto motivo, marciscono nella terra umida. Un giorno un contadino riesce nell’ antica impresa. Dai chicchi seminati iniziano a spuntare invisibili germogli. Un po’ di pazienza e diverranno spighe, ancora un po’ e ci sarà pane da mangiare. La gente grida al miracolo. Non tutto è perduto. Immaginate adesso che un nemico voglia distruggere quelle pianticine zeppe di vita, di futuro, di speranza. La gente glielo impedirebbe con le buone o con le cattive. Da quei tenerissimi germogli dipende la loro sopravvivenza. Immaginate che tutti, uomini e donne, diventino sterili. I vecchi muoiono, la popolazione si assottiglia, figli non ne nascono. Così per anni. C’è ansia, preoccupazione, angoscia. All’orizzonte già s’intravede l’incubo della fine. Poi delle ragazze restano incinte. Si sparge la notizia, rinasce la speranza. Nelle piazze si festeggia, si brinda, si balla, si canta. Quei grembi gravidi sono preziosi più di mille miniere d’oro. Quelle ragazze vengono coccolate, tutelate, difese, curate. Custodite gelosamente. Portono in grembo il futuro dell’umanità. Non intendo banalizzare il dramma dell’aborto, desidero solo incantarmi al miracolo della vita. La mia, la tua, quella delle future generazioni. A tutte le cose che si ripetono nel tempo – l’alba, il tramonto, la rugiada, la nascita di un bambino – l’uomo si abitua. Non è un bene. Occorre conservare la capacità di stupirsi. La legge sull’aborto consente alle donne di autodeterminarsi. Per alcuni è una vittoria, per altri una sconfitta. Di certo, divide, addolora, lacera. Solo quando non fa danno a nessuno, un diritto può essere goduto appieno. Non morte tua vita mia, ma vita tua vita mia. Una domanda rimbombe nella mente: si è fatto tutto, ma proprio tutto, per tutelare, insieme al diritto della mamma, anche quello del bambino non nato? Quel figlio poteva nascere? A questi bambini il Papa ha portato un fiore. Ha voluto dare la parola. Qualcuno ha detto che quel gesto è “una inaccettabile violenza nei confronti delle donne”. Quali donne? E perché mai? In un mondo civile, dove anche ai cani e ai gatti viene data sepoltura in apposito luogo, perché uno spazio riservato ai bambini mai nati dovrebbe turbare le coscienze? Dispiace. Di più, addolora, sconcerta. Se è vero che l’aborto è sempre un dramma, dovremo avere il coraggio di dire che un fiore, un lumicino, un nome scolpito su una piccola lapide aiuta a elaborare il lutto non ad acuirlo. Porta conforto non tormento a tanti genitori mancati. No, il gesto di Francesco, non offende nessuno, al contrario dona speranza anche a chi non ebbe la forza di portare avanti una gravidanza indesiderata. E si arrese. Non pensiamo che il muro contro muro faccia bene a qualcuno. Lasciamo sempre uno spiraglio aperto. Chi oggi non crede domani potrebbe ritrovare la fede. Nel corso della vita si può cambiare idea. La scienza avanza e ci fa sapere cose prima sconosciute. Lasciamo stare le polemiche. Non servono, sono inopportune, almeno in questo caso sono del tutto fuori luogo. Accogliamo il gesto del Papa con riconoscenza. E se da quel gesto una sola gravidanza a rischio dovesse arrivare a termine, ringraziamo Dio. O, se volete, il fato, la provvidenza, il caso. Perché è sempre vero – per credenti, miscredenti, non credenti – che chi salva una vita, salva il mondo intero. Padre Maurizio Patriciello.