BOCA-RIVER E LA FOLLE BELLEZZA DEI DERBY

DI DARWIN PASTORIN

Buenos Aires in fermento: sabato prossimo alla Bombonera e il 24 novembre al Monumental si svolgeranno le partite di andata e ritorno della finale della Coppa Libertadores, la Champions League del Sudamerica.

Si affronteranno due club ricchi di gloria, mito e storia della capitale, i club per eccellenza: Boca Juniors e River Plate, fondati da genovesi. Baires vivrà due giornate di fortissima, rovente e intensa passione. La rivalità è accesa, si farà di tutto per evitare incidenti e violenze, i match verranno trasmessi, in diretta, in tutto il mondo.

Boca-River, il Superderby o Superclásico, per la prima volta di fronte nell’atto decisivo della Coppa più ambita. Inutile fare pronostici, la sfida è apertissima. La mia nostalgia va a Diego Armando Maradona al Boca e al “principe” Enzo Francescoli al River. Il trofeo è già stato vinto sei volte dal Boca Juniors e tre dal River Plate: ma questa è l’occasione unica e speciale, da non perdere, da non “poter” perdere.

Fu Eduardo Galeano a rivelare questa vicenda, che spiega (probabilmente) tutto:

“Credo che fu Osvaldo Soriano a raccontarmi la storia della morte di un tifoso del Boca Juniors a Buenos Aires. Quel tifoso aveva passato tutta la vita a odiare il River Plate, secondo copione. Ma sul letto di morte chiese di essere avvolto in una bandiera nemica. Così poté esclamare, esalando l’ultimo respiro: muore uno di loro!”.

Il primo derby della mia vita è stato Palmeiras-Corinthians. La mia famiglia, siamo nella seconda metà degli Anni Cinquanta, era emigrata in Brasile, a San Paolo e il pallone entrò subito a casa nostra. Mio fratello maggiore, Lamberto, era un patito corintiano, io invece deliravo per il Verdão, che un tempo si chiama Palestra Italia ed era la squadra dei nostri lavoratori, oltre ad avere come centravanti un certo José Altafini.

Ancora oggi sugli spalti viene esposto il tricolore. Quando il Corinthians perdeva, mio fratello piangeva a dirotto e si rifiutava di mangiare. Mia mamma lo puniva e io ero felice, come di fronte a un aquilone colorato a un trenino elettrico!

Nel ’61 eccoci tutti a Torino, nella stagione illusoria ed effimera del “Boom Economico”. Decido di tifare per la Juventus, per via di quel nome che racchiude la giovinezza per sempre. I derby erano molto infuocati, la Juve conquistava gli scudetti, ma spesso era il Toro a trionfare nella stracittadina, in virtù del suo “tremendismo granata” e nel vivere “quella” partita come qualcosa di assoluto.

Su questa rivalità, capì tutto Giovanni Arpino che scrisse:

“La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un esperanto anche calcistico, il Toro è gergo. E qui il peso del campanile trova finalmente sfogo, piedistallo, unicità espressiva, anche se l’immagine della squadra granata è amata per quanto seminato, tanto tempo fa e in ogni luogo d’Italia, i gol e i lutti dei Valentino Mazzola e dei Maroso”.

Oggi il mio derby in famiglia è Juventus-Cagliari. Mio figlio Santiago è tifosissimo del Casteddu ed è cresciuto con i racconti, da parte dei nonni materni della Barbagia, di Gigi Riva, il breriano Rombo di Tuono. Sabato scorso siamo andati allo stadio a Torino per il nostro derby (c’era anche Paola, la sua fidanzata peruviana): abbiamo vinto 3-1. Ma lui, ovviamente, non ha avuto dubbi: “Sono orgoglioso dei miei giocatori, si sono battuti da leoni e voi avete ottenuto il successo senza merito”.

Ogni volta, vi assicuro, è sempre questa musica…