LEZIONI AMERICANE

Ovvero la sconfitta del “politicamente corretto”
Il verdetto delle elezioni “midterm”, almeno negli ultimi decenni, è stato quasi sempre contrario al partito del presidente in carica.
Tutto lasciava pensare che sarebbe stato così anche questa volta. Con un voto di sanzione che avrebbe potuto e dovuto colpire Trump per una serie infinita di ragioni che attenevano, insieme, alla sostanza e alla forma della sua politica: adesione smaccata alle esigenze del “big business”, da una parte, e intelligenza con il nemico (vedi “Russiagate”), dall’altra, per citarne le più forti.
Ma il voto/sanzione non c’è stato. O, più esattamente, quello dato per certo agli inizi della campagna elettorale (i democratici sopra di 14 punti percentuali), si è progressivamente evaporato ai limiti dello zero nel corso della medesima. Quanto bastava per riconquistare la Camera dei Rappresentanti (ottima cosa); ma non per rimontare la china al Senato e nei Governatori, al contrario.
Qualcosa evidentemente non ha funzionato “nel corso della medesima”. O meglio ha funzionato per i repubblicani; ma non per i democratici.
I repubblicani hanno avuto “una” campagna elettorale: unità del partito e di tutte le destre possibili e immaginabili intorno al presidente; esaltazione dei risultati raggiunti; attacco frontale nei confronti degli altri in una sorta di referendum tra Bene e Male.
Sull’altro fronte si è registrata una mobilitazione eccezionale dell’associazionismo di base: donne, giovani, ispanici, ambientalisti, difensori dei diritti civili. Un insieme di forze che però non ha trovato una sponda, leggi un fattore politico unificante e un leader di riferimento nel partito democratico.
E semplicemente perché quest’ultimo non ne disponeva. E, soprattutto, perché pensava di potere comunque vincere anche facendone a meno.
Sul primo elemento parla l’evidenza dei fatti. A contrastare Trump il solo Obama (i coniugi Clinton si sono accuratamente tenuti fuori dalla mischia); ma più per difendere la sua eredità che per tracciare orizzonti futuri. Per il resto la cacofonia del “fai da te” dei vari candidati: liberi noi di esaltare i, pochi, rappresentanti di una socialdemocrazia di là da venire e l’Economist di esaltare le virtù centriste come chiave del successo (con l’immancabile risultato di vedere regolarmente battute le sue “star di riferimento”).
A determinare, invece, la totale sordità strategica del fu partito di Roosevelt, alimentata dalla convinzione, tanto errata quanto dura a morire, che, per vincere, bastasse e avanzasse occupare il terreno del “politicamente corretto”.
Così si pensava che il centrismo sarebbe stato l’antidoto vincente all’estremismo.
Così si pensava che per mettere Trump nell’angolo fosse più che sufficiente contestarne stile e comportamenti senza sobbarcarsi alla fatica di rimetterne radicalmente in discussione le strategie politiche e la visione del mondo dello schieramento che rappresenta.
Così si pensava, in definitiva, che, per vincere, bastasse dichiararsi “urbi et orbi” diversi dall’odiato avversario, risparmiandosi la fatica di dimostrare (sempre “urbi et orbi”) la propria identità alternativa a quella della destra.
Queste righe, lo confesso, dovrebbero avere come destinatario quel partito italiano che ha avuto per anni il sogno di potere arrivare a Kansas city: e cioè di diventare come i democratici americani. Sperando che qualcuno lì dentro possa recepire il mio messaggio; e che questo possa arrivare in tempo, prima del suo definivo autodissolvimento…