TOMMY & JERRY, DUE MUSICISTI PRODIGIOSI INSIEME SOLO ALLA FINE

DI MICHELE ANSELMI


Naturalmente erano quasi tutti venuti per Tommy Emmanuel, il vulcanico, funambolico e simpatico chitarrista australiano che il pubblico italiano apprezza da anni. Pienone, quindi, alla Sala Sinopoli dell’Auditorium, mercoledì sera, per quello che però è un tour a due, negli Stati Uniti battezzato spiritosamente “Tommy & Jerry Show”, essendo della partita anche il dobroista Jerry Douglas, forse il più famoso al mondo. Risultato? In Italia suona Tommy Emmanuel “with special guest” Jerry Douglas, negli Stati Uniti è il contrario.
Ciò detto, non si tratta di gara. I due prodigiosi musicisti, l’uno 63enne (Tommy) e l’altro 62enne (Jerry), sono amici davvero, si intendono, si ricoprono reciprocamente di complimenti e da qualche mese hanno dato forma a questa collaborazione, partita dalla registrazione di un classico di Jimi Hendrix, “Purple Haze”, in una vibrante versione strumentale acustica (fa parte del nuovo cd di “duetti” di Emmanuel, intitolato “Accomplice One”).
Il concerto romano, nel quadro di un piccolo tour italiano di cinque date, non ha deluso i fan dei due, soprattutto quelli del chitarrista, accolto comprensibilmente come la vera star della serata. Già perché, a differenza di quanto io mi sarei aspettato, il concerto è diviso in tre parti. Prima esce da solo Jerry Douglas, diciamo per farsi conoscere agli italiani; poi arriva Tommy Emmanuel per un lungo set nel quale dà fondo al repertorio classico; infine i due si riuniscono sul palco per il finale (o quasi) .
Armato del suo dobro “BlackBeard” con variatore di accordatura, per passare velocemente dal Sol al Re e viceversa, Douglas ha eseguito più o meno il consueto mix che piazza all’interno dei concerti americani, un tempo con Alison Krauss e ora con la sua band rock-jazz. I brani sono quelli, da anni: “A Tribute to Paddy O’Connell”, “Lil’ Roro”, “Little Martha”, “Route Irish”, “Spain” di Chick Corea unita ad “American Tune” di Paul Simon… Dal suo ultimo disco esce anche il blues “2:19” di Tom Waits, che il dobroista canta con voce arrochita, perché suoni più in linea col testo.
Di solito Jerry “flux” Douglas è, appunto, più fluido, morbido. Stavolta, tra una battuta sulle elezioni di “midterm” e una gag su un vecchio brano in parte detestato, appare vagamente contratto, impreciso; ma è anche vero che il dobro, da solo, perfino nelle mani del migliore al mondo, rischia un po’ di stufare (e parla uno del ramo).
D’altro canto il pubblico è tutto in attesa di Tommy, che arriva saltando, parlando di bufale e pomodorini, subito sommerso dagli applausi. L’uomo è un vero “one man show”, dalla tecnica miracolosa: che senso del ritmo, che fraseggio acrobatico, ma anche che gusto quando smette di far vedere quanto è bravo, come nel caso del pulsante “Deep River Blues”, della struggente “Hurt” alla maniera di Johnny Cash o della rielaborazione toccante di “Over the Rainbow”. Emmanuel fa della sua chitarra una batteria, un’arpa, una cornamusa, usando accordature “aperte” che gli permettono di cucire insieme melodia e accompagnamento, in un tripudio di armonici. Quando poi ripropone il consolidato medley dedicato ai Beatles il pubblico impazzisce.
Bravo? Bravissimo, non ci piove; ma ogni tanto, per i miei gusti, esagera nel virtuosismo al calor bianco, quasi fosse una goliardica gara con se stesso, benché faccia parte del gioco, anzi dello show.
Finalmente, in sottofinale, è la volta dei due insieme, e la musica cambia, nel senso che l’intreccio di chitarra e dobro sottrae Tommy & Jerry ad una sorta di superlavoro: i suoni scorrono più leggiadri, ispirati, gradevoli, almeno per me, come nel caso del tradizionale “Tennessee Waltz”, del bel strumentale “Half Way Home”, pure dei cantati “Hey Joe” e “I’m on Fire”. Verrebbe voglia di vederli continuare a lungo, ma sono passate due ore e 40 minuti, c’è spazio per un ultimo bis: che esegue, chissà perché, solo Tommy Emmanuel. Un’indelicatezza.