VI RACCONTO IL MIO VOTO ALLE MIDTERM

DI MARINA VIOLA

La fila ai seggi. La speranza di poter cambiare le cose. La paura di un’altra batosta per i democratici. E l’orgoglio di portare l’adesivo «I voted» sulla giacca. Cronaca da un seggio del Massachusetts.

Mi sono svegliata presto, nella speranza di riuscire ad andare a votare con mio marito Dan: non so perché, pensavo che sarebbe stata un’occasione romantica, da «unione fa la forza», per fare una cosa importante insieme. Invece lui era già andato alle 7, e portava sulla sua camicia l’adesivo “I VOTED” che danno all’uscita dei seggi. Per cui, ho deciso che almeno avremmo bevuto il caffè insieme, prima che andassi alle urne da sola (un po’ gliel’ho fatta pesare, che non mi avesse aspettato, a dire il vero). Prima però ho dovuto portare il nostro cane Fiona al parco, perché non faceva che abbaiare da 20 minuti. Lì ho incontrato Deb, Michael, Cate e la signora che porta sempre del fegato di gallina per i cani e che, comprensibilmente, ogni mattina è circondata da tutti i quadrupedi della zona.

Al parco tutti tranne me avevano l’adesivo che faceva capire che erano già andati a votare. C’era un’altra atmosfera rispetto a tutte le altre mattine: si parlava con più entusiasmo, come quando, prima delle elezioni presidenziali, sembrava che Hillary Clinton avrebbe vinto a mani basse. Queste elezioni, le midterm, sono una specie di referendum sull’amministrazione Trump (leggi anche: Le conseguenze delle midterm sull’impeachment di Trump) ed eravamo tutti convinti che sarebbero andate malissimo per lui. Ma due anni fa ho imparato a non montarmi la testa prima di vedere i risultati, perché non si sa mai (e infatti il presidente al Congresso ha perso la Camera ma ha mantenuto il controllo del Senato, arginando l’Onda blu).

AI SEGGI UNA FILA LUNGA E COMPOSTA
Dopo un’oretta, ho riportato Fiona a casa, con la sua benedetta pallina arancione tra i denti. Sono uscita di nuovo e ho girato a destra. Due miei vicini stavano chiacchierando e li ho interrotti, ricordando loro di andare alle urne, ma lo avevano già fatto. Insomma, pensavo di essere l’ultima, ma quando ho girato a sinistra dove si trovano i seggi di zona, mi sono imbattuta in una fila era lunga e composta. Quasi tutte le persone erano anziane: gli altri, chi lavora o studia, avevano già fatto il loro dovere. Al mio turno, la signora che a ogni elezione è lì a fare la volontaria, mi ha chiesto l’indirizzo cercandolo sui lunghi ciclostili che aveva davanti a sé. Ha storpiato il mio nome come sempre, e ci ha fatto una crocetta di fianco con una penna rossa. Mi ha passato la scheda, lunghissima, e mi ha ricordato che la penna nera con cui votare era nella cabina, dietro la tenda a stelle e strisce. L’ho ringraziata e sono entrata.

DUE ADESIVI, UNO ANCHE PER MIA FIGLIA DI 12 ANNI
Mi sentivo emozionata, come sempre. Ma questa volta data la batosta di due anni fa, ho cercato di mantenere la calma. Senza neanche leggere i nomi di tutti i candidati, ho riempito automaticamente di nero il cerchietto di fianco a ogni esponente democratico. Ho poi votato no, sì e sì alle tre domande dei referendum solo per il Massachusetts, ho spostato la tendina, e con il cuore in gola, sono uscita dalla cabina elettorale. Mi sono rimessa in fila davanti al tavolo al quale bisognava riconsegnare le schede, ho ripetuto il mio indirizzo a una seconda volontaria anche lei vestita di blu, il colore del Partito democratico, che mi ha invitato a inserire la lunga scheda in una macchina di fianco a lei che sembrava una stampante, ma che non lo era. Alla fine dell’operazione, mi ha salutato calorosamente consegnandomi l’adesivo “I VOTED”. Gliene ho chiesti due: uno anche per per Emma, mia figlia. Le ho spiegato che ha solo 12 anni, ma che non vede l’ora di poter votare. «La aspettiamo!», mi ha risposto la signora, passandomi un’altra etichetta col sorriso. Me ne sono andata, con un misto di imbarazzo e fierezza, mi sono appiccicata l’adesivo sulla mia nuova giacca di pelle finta, sperando che non me la rovinasse. Anche questa volta, ho pensato, «il mio dovere l’ho fatto».