IN MORTE DI MARIASILVIA SPOLATO, PRIMA DONNA CHE SI DICHIARO’ OMOSESSUALE

 

 

DI CLAUDIA PEPE

Quanto costa la libertà e il rispetto per la propria dignità, il rispetto di sé stessi e la considerazione del proprio essere? Quanto costa ancora oggi vivere felicemente l’amore di qualunque sesso sia? Quanto costa non adeguarsi al conformismo che cataloga, che classifica, che vuole riportare qualsiasi persona a frenare le proprie emozioni e le proprie passioni?
La storia di Mariasilvia Spolato che è morta pochi giorni fa all’età di 83 anni, è una storia di libertà. Una libertà che ha pagato sulla sua pelle, nella sua solitudine, nelle notti a dormire sulle panchine di un parco. Notti che accoglievano il suo canto d’amore, i suoi ricordi tra i banchi di scuola, la poesia di un’anima che non ha mai voluto vendersi ad un destino non suo.
Mariasilvia è stata la prima donna italiana a dichiararsi lesbica nel 1972 durante una manifestazione femminista. L’8 Marzo 1972, Mariasilvia quel giorno, uscì da casa e si appese un cartello al collo.
C’era scritto “Liberazione omosessuale” e per quelle due parole Mariasilvia non si rese conto di aver fatto la storia. Abbattendo quel muro di gomma che ancora oggi fa infrangere sentimenti e sogni di persone che si amano. Quell’8 Marzo 1972 costò a Mariasilvia, una professoressa di Matematica laureata con 110 e lode, il suo posto di insegnante. Fu considerata “Indegna” della sua professione, “indegna” di vivere con gli altri, “indegna” di esistere. Era “indegna” solo perché aveva dichiarato il suo diritto ad amare, a professare la consapevolezza e la presa di coscienza delle sue emozione. Abbattendo al prezzo della sua vita, pregiudizi, preclusioni, l’esclusività dell’amore unico, l’emancipazione per i diritti di tutti. L’allontanarono tutti forse perché credevano, come ancora oggi, che l’omosessualità fosse una malattia, una malattia contagiosa, una malattia inguaribile. Un cancro della società. La cacciò di casa anche la famiglia, una famiglia che invece di abbracciarla, la cacciò senza denaro e con solo i vestiti che aveva addosso. Mariasilvia, così si trovò con un sacchetto di plastica e il suo cartello. Simbolo di dolcezza e tenerezza. Le panchine le cambiava ogni notte, e di giorno camminava. Camminava da sola con il sole e con la pioggia, nessuno si accorse che quella donna che aveva fatto la storia, arrancava senza far rumore e senza farsi notare intonando melodie che capiva solo lei. Lei, la poetessa dell’amore, della libertà, la poetessa della vita. Eppure quella signora con una borsetta di plastica che conosceva le stelle una a una, aveva scritto un manuale di matematica pubblicato da Zanichelli, ma anche libri sulla liberazione sessuale femminista. Con Angelo Pezzana, nel 1971, ha fondato la rivista “Fuori”, diventata successivamente la prima organizzazione dichiaratamente gay d’Italia, paese in cui – soprattutto 50 anni fa – l’impegno per i diritti civili era molto più difficile di oggi. Spolato ha scritto decine di articoli per le riviste d’area e pubblicato “la prima poesia lesbica del neofemminismo italiano”, e un libro che ancora oggi è considerato una bibbia dei diritti civili, “I movimenti omosessuali di liberazione”. (Fonte Fanpage.it) Una clochard che inondava con la sua fierezza, la bellezza, lo splendore e l’incanto. Dopo aver camminato per anni è arrivata fino a Bolzano dove è stata ricoverata in ospedale per una pericolosa infezione a una gamba, fu alla fine prima accolta in un rifugio Caritas e poi nella casa di riposo Villa Armonia, dove è morta il 31 ottobre scorso.

Mariasilvia è morta, ma la morte l’aveva già scontata con la sua vita. Vita fatta da umiliazioni, derisioni. Portando però nelle sue mani vecchie e rugose l’orgoglio e l’umiltà delle persone che credono nella vita, nel gioco degli sguardi, e nella seduzione di occhi verdi in cieli grigi e senza perdono.

Mariasilvia è morta in una casa di riposo di Bolzano. Da 9 giorni la sua salma si trova in una cella frigorifera dell’obitorio della città, in attesa che qualcuno organizzi il suo funerale. Nessuno si è fatto avanti neanche per riconoscerla sopra ad una tavola di marmo, nessuno l’ha voluta riconoscere, nessuno la vuole. Neanche da morta.
Probabilmente il funerale lo organizzerà il Comune, ma spero che tutti quelli che devono un pezzetto di libertà a questa donna, si facciano avanti. Portando al collo il suo cartello. Quello che ha pagato con la vita. “Liberazione omosessuale”