LAVORATORI PRECARI E TITOLARI DI P.IVA RISCHIANO DI NON VEDERE MAI LA PENSIONE

DI MARINA POMANTE

 

Un lavoro precario non permette di percepire la pensione, questo dramma tra qualche anno sarà per i lavoratori del settore come una spada di Damocle che penderà sulla loro testa.
Un’indagine dell’Espresso porta alla luce la storia di una donna che all’età di 72 anni ancora lavora come precaria per una multiservizi dove è addetta alle pulizie di una mensa scolastica, si occupa di apparecchiare e a fine pasto degli alunni, alla risistemazione della mensa e inoltre allo sgombero della spazzatura. Ma quello che fa pensare è proprio il fatto che questa signora che abita a Novate Milanese, una zona ricca del profondo nord, debba, alla sua veneranda età, ancora provvedere a se stessa con un impiego, perchè nei vari anni ha sempre avuto contratti precari. La signora ha avviato una battaglia legale contro l’Inps per difendere il suo diritto alla pensione. L’avvocato Daniela Manassero ha raccontato all’Espresso che questa signora ha iniziato a lavorare nel 1961 e in seguito nel 1971 si è dedicata alla famiglia per poi rimettersi a lavorare dopo sette anni. L’Inps per via di un errore e di una discriminante interpretazione della legge ha ritenuto che non abbia maturato l’anzianità di servizio, cioè i 20 anni di contributi, per accedere alla pensione. Dal 2000 a oggi, lavora con un contratto part time a fasi alterne nelle mense scolastiche. Con gli anni e l’età sopraggiunta, la signora ha avuto problemi di salute ed essendo in malattia da parecchio tempo, ora rischia il licenziamento.
Questa discriminante non la vivrà solo le signora di 72 anni. Nel settore scolastico ci sono 100 mila persone che vivranno la medesima situazione. Tutto quel personale che si occupa delle pulizie, della ristorazione, dell’assistenza ai disabili o la manutenzione degli edifici, dovrà lavorare oltre i settant’anni per avere diritto alla pensione minima. Il sindacalista della Cgil Giorgio Raoul Ortolani ha spiegato all’Espresso che tutto ciò: “è solo la punta di un gigantesco iceberg che si infrangerà sull’Inps non appena i lavoratori flessibili e quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il ’95, cioè con l’introduzione del sistema contributivo e l’avvento dei contratti precari, avranno i capelli bianchi”.
Ecco che come un lento ma inesorabile countdown esploderà tra dieci anni questo fenomeno sociale. Oggi siamo annebbiati dal palliativo del reddito di cittadinanza e quota 100 che promette un reinserimento nel lavoro ma che ancora non trova il giusto adeguamento, ogni giorno cambia identità. Dalle ultime notizie si teneva conto di tutti gli aventi diritto con decorrenza un anno, da qualche giorno invece aleggia l’idea che il periodo sarà di tre anni, ma non sarà per tutti, si cercherà di capire chi avrà i giusti requisiti.
Quindi queste politiche un pò confusionarie creeranno nei cittadini un gap lavorativo di notevole portata e le promesse fatte si ritorceranno contro gli stessi Organi di Governo.
Purtroppo questo comporterà del tempo e si accorcerà sempre di più la possibilità di proteggere categorie che oggi devono sopravvivere con stipendi inferiori ai 12 mila euro l’anno.
Il ricercatore Michele Raitano ha condotto un’indagine proprio sul fenomeno e l’ha pubblicata nel Rapporto sullo Stato Sociale. Dall’anno ’95 il 44% delle persone percepisce una paga inferiore ai 12 mila euro lordi per tre anni su dieci anni, un altro 20% ha trascorso sei anni su dieci in questa stessa condizione. Solo il 36% di chi è entrato nel mondo del lavoro da vent’anni ha una storia contributiva piena.

Prendendo in esame il lavoratore medio, la cui paga e di circa 21 mila euro annui, si vede che solo il 22,7 per cento ha una contribuzione maggiore, mentre il 44,5 per cento ha accumulato meno di 12 mila euro. Quindi questo 44% della popolazione non comincerà subito (e per i successivi 15/20 anni) a guadagnare, si ritroverà con una pensione che si attesterà al di sotto del reddito di povertà: “Sotto questa soglia c’è il 51 per cento delle donne, il 35 per cento dei laureati, il 42 per cento dei diplomati e il 58 per cento di chi si è fermato alla scuola dell’obbligo”

L’esempio dei centomila addetti alle scuole serve proprio ad introdurre il fenomeno e a far capire cosa accadrà a metà della popolazione lavorativa italiana.
Questo tipo di precarietà lavorativa induce a lavorare per 20 anni ma l’altalenanza del servizio non fa accumulare sufficienti mesi di contribuzione.

Il sindacalista Ortolani spiega che nella sola regione Lombardia ci sono 2500 lavoratori pronti a passare alle vie legali: “L’Inps sta perdendo tutte le cause e viene regolarmente condannata a pagare 9.200 euro per i tre gradi di giudizio. Per le sole spese di lite l’Inps dovrebbe sborsare 23 milioni”, anche altre persone vivono le stesse difficoltà della signora settantaduenne. Nel caso della signora difesa dall’avvocato Massanero: “L’Inps reputa che questa signora debba continuare a lavorare ancora per tre anni e sette mesi per raggiungere il minimo di vent’anni contributivi”. I mesi estivi per l’Inps non sono stati considerati nel conto degli anni di lavoro, con tutto che la signora ha un contratto a tempo indeterminato ma è di tipo part time a “ciclo verticale” che definisce che si sta a casa per un periodo determinato dell’anno.

Ma non è solo questa categoria a subire una “vessazione” lavorativa, nella stessa condizione si trovano tutti quelli che si occupano di assistenza e cura sanitaria, il personale addetto ai lavori stagionali e la ristorazione, gli assistenti di volo e il personale addetto al turismo. I lavoratori delle imprese di pulizie, dipendenti di imprese private con contratti a tempo parziale o a singhiozzo. Addirittura alcuni dipendenti part-time dell’Inps hanno fatto causa.
La categoria dei metalmeccanici stagionali si trova in questa condizione: tutti con periodi di vuoto contributivo. Anche i lavoratori stagionali della Piaggio di Pontedera si trovano a vivere la stessa situazione, spiega il sindacalista, confermando che è un fenomeno generalizzato.

Furono gli assistenti di volo dell’Alitalia che nel 2010 portarono all’attenzione il problema, Avevano lavorato con un contratto part time ciclico verticale, per più di 20 anni, per cui avevano all’attivo contribuzioni per alcuni mesi si e per altri no.
Si rivolsero alla Corte di Giustizia Europea perchè l’Inps non concedeva loro il diritto alla pensione. La Corte diede ragione ai lavoratori sulla base del principio di non discriminazione dei lavoratori a tempo parziale. Va anche evidenziato che questo tipo di contratto non concede alcun diritto all’indennità di disoccupazione, proprio perchè è un tempo indeterminato.
L’avvocato Manassero spiega perchè l’Inps non sana la questione, non lo fa perchè tocca al Governo regolare tale materia.
Nella passata Legislatura, nella Finanziaria 2018 sono stati presentati due emendamenti, uno dal Pd e un altro dal M5S, ma il presidente Gentiloni non permise il voto.
Adesso la Lega e il Movimento 5 Stelle si erano detti pronti per risolvere il problema, tuttavia nella Manovra finanziaria di quest’anno non appare proprio esserci tale materia.

Il sindacalista Ortolani continua a spiegare che se per questo tipo di lavoratori è possibile trovare un’alternativa facendo affidamento al contratto indeterminato, per le altre categorie che vivono carriere discontinue, diventerà più difficile. Ortolani spiega anche che, un lavoratore per vedersi accreditata l’annualità ai fini pensionistici dovrà guadagnare almeno 10.440 euro l’anno, pari a 200 euro a settimana.
Tale soglia non è raggiunta nemmeno dai lavoratori part time impiegati per 12 mesi l’anno se non superano le 24 ore settimanali. Se il lavoratore non raggiunge tale soglia, il numero delle settimane considerate per il conteggio della pensione si riduce. Nel 1992 sono stati definiti i minimi contributivi, ma in quel periodo il lavoro era una certezza. Oggi siamo di fronte al fenomeno che vede un lavoratore su quattro con occupazione a part time, quindi per il 25% almeno dei lavoratori, quei minimi sono inarrivabili. I lavoratori con contratto a termine e intermittente, i precari i lavoratori a singhiozzo e le partite iva da fame, andranno incontro a un irrisolvibile problema sociale.

Il direttore del patronato Inca della Cgil di Brescia, Giuliano Benetti, racconta che molto malcontento proviene da donne sessantenni costrette a continuare a fare lavori pesanti per poter raggiungere i 20 anni di contributi ed avere così diritto a 750 euro della pensone di anzianità. la richiesta che viene posta più spesso a Benetti e proprio se valga la pena continuare a lavorare visto che tanto beneficeranno del reddito di cittadinanza.
Il sindacalista Francesco Castellotti racconta di ultrasessantenni che proseguono a lavorare pur avendo diritto alla pensione perchè l’importo che l’Inps erogherebbe loro è troppo misero. Spiega anche che persone di settant’anni chiedono quanto dovrebbero versare volontariamente per coprire i “buchi contributivi”, poichè non raggiungono i 20 anni.

Il reddito di cittadinanza e la quota 100 non semplificheranno un sistema lavorativo congestionato. Il diritto al lavoro retribuito deve essere sostenuto da Leggi che tutelano il lavoratore stesso. Con le politiche sbagliate (Jobs act) che hanno indebolito i diritti dei lavoratori, con il sistema delle tutele crescenti, che hanno visto la Legge 300 troncata di parti importanti, molti di questi diritti sono andati ulteriormente persi.

Probabilmente la soluzione per riattivare l’occupazione è proprio nel far ripartire l’economia e i consumi, per ingenerare la Domanda e consentire alle aziende di procedere ad occupazioni stabili, senza che queste vadano ad incidere pesantemente sul bilancio dell’impresa, quindi una politica di livellamento verso il basso della pressione fiscale, potrebbe costituire la chiave di volta per ovviare a questo. Servirebbe anche una Misura che possa agevolare il reintegro nel sistema lavoro di chi già ultraquarantenne non riesce a trovare collocazione seppure capace ed abile.