IRAN E LIBIA: QUANTO CI COSTANO LE PACCHE SULLA SPALLA DELL’AMICO AMERICANO

DI ALBERTO TAROZZI

E’ di pochi giorni fa la buona notizia: Washington ci ha esentato per sei mesi dal dovere di sanzionare l’Iran in materia di petrolio. Come dire che per altri sei mesi potremo evitare di sanzionare noi stessi cui il petrolio iraniano fa comodo. Nel frattempo però il nostro governo non si sa bene sotto quale impulso interrompe il tentativo di stabilire con Teheran un canale finanziario che possa tenere in vita i nostri intensi scambi commerciali con l’Iran anche in tempi di sanzioni (la notizia la fornisce Alberto Negri che in tale tentativo era coinvolto).

Forse che lassù a Washington qualcuno ci ama? Possibile, anche se, a dire il vero, della stessa esenzione vengono a godere altri paesi coi quali l’amico Donald non è solito fare la faccia del buono. Passi per Taiwan, per la Corea del Sud, per il Giappone e magari anche per l’India. Ma ce lo vedete Trump ammiccare, in vena di amorosi sensi, con  Xi a Pechino e con Erdogan in quel di Ankara? In effetti facendo le somme gli esentati sono i sette che abbiamo indicato. I maligni sostengono che la caratteristica comune di maggior peso che li distingue non consista negli amichevoli rapporti con gli Usa, ma nel volume di importazioni petrolifere dall’Iran, che, per Il 92% del totale, si indirizzano verso i sette paesi citati messi assieme. Vale a dire che, se un flusso di petrolio di tali dimensioni venisse estromesso dal commercio mondiale gli imprevisti in termini di prezzi ed effetti collaterali di vario genere potrebbero toccare anche gli Usa. Sì? No? Forse? Meglio non rischiare. E così Donald ci fa pure la figura dell’amico con le sue esenzioni semestrali può perfino chiedere qualcosa in cambio. Naturalmente anche all’Italia.

D’altronde a  noi Trump ha fornito un altro credito tale da costringerci a contraccambiare. E qui entra in ballo la questione della Libia. E’ noto che su quel versante il peggiore nemico dell’Italia è la Francia. Guarda caso anche a Trump ultimamente la Francia di Macron non sta troppo simpatica. Da quando il suo presidente si crede De Gaulle redivivo e parla di una forza militare europea che avrebbe ovviamente la supermilitarizzata Francia al suo comando, manco fosse  appunto De Gaulle che a suo tempo aveva l’idea fissa di una “force de frappe”, Trump ha smesso di sorridergli. Anche oggi, che era a Parigi per commemorare la comune vittoria in una guerra di 100 anni fa. Per questo a Donald non fa schifo di rifilare un’ulteriore pacca sulla spalla all’Italia, che magari non significa gran che ma che al premier parigino un grande piacere non può fare. E’ così che lunedì e martedì si terrà a Palermo una mega conferenza sulla Libia, appoggiata da Washington. Ma tanto mega potrebbe non risultare. Chi parteciperà?

Il programma presentato solo ieri è vago, il rischio di un fallimento resta alto secondo gli analisti. Come precisa Paolo Lambruschi su l’Avvenire, che sul tema pare una delle fonti più affidabili, i principali leader, dal presidente statunitense Donald Trump al presidente russo Vladimir Putin per finire con il presidente francese Macron, la premier britannica Theresa May e la cancelliera tedesca Angela Merkel, hanno dato forfeit, lasciando il campo a figure di secondo livello. Dunque la simpatia che Trump nutrirebbe nei nostri confronti pare non implichi neppure la presenza del segretario di Stato Mike Pompeo. Mosca sarà rappresentata dal viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov, Parigi invierà il ministro degli Esteri Jean Ives Le Drian. Anche Angela Merkel, ha deciso di farsi sostituire dal ministro degli Esteri Niels Annen e Londra se la caverà. Non ci consola particolarmente la dovuta presenza dell’inviato Onu in Libia Ghassan Salamé, finora non troppo brillante e messo sotto tutela dagli Usa. Certo il suo piano per la Libia prevede il rinvio delle elezioni (e quindi della road map politica) al 2019 in contrasto coi progetti dei francesi e, con l’appoggio della Mogherini, egli conta di realizzare per il prossimo anno una conferenza nazionale, l’unificazione delle istituzioni finanziarie e la creazione di una forza militare per mettere in sicurezza Tripoli. Ma esiste la possibilità concreta di un accordo tra le fazioni libiche?

Si dovrebbe poter contare sulla presenza di Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, appoggiato da Mosca, ma è difficile scommettere su qualcosa di alto profilo, tenendo conto della molteplicità delle fazioni in campo e della loro dimostrata capacità di cambiare casacca quando meno te l’aspetti. Incombe infatti il rischio che, più alto sia il numero delle persone convocate, maggiore diventi la rabbia degli esclusi, come ha rischiato di essere il potente esponente di Misurata Maetig. O come ancora paiono essere la bellezza di 10 partiti e partitini libici. Non a caso è saltata la prevista conferenza della società civile nonostante la diplomazia parallela messa in atto nel Fezzan dalla Comunità di Sant’Egidio.

Basterà a dare un significato di alto profilo all’incontro la presenza nordafricana, dal presidente egiziano al Sisi, sostenitore di Haftar, ai leader dei Paesi limitrofi come Ciad, Niger, Tunisia e Algeria?

Scettico sull’incontro quell’Icg (International Crisis Group) di cui vale la pena ricordare, ai tempi della concessione della contestata indipendenza al Kosovo un posizionamento molto vicino ai dem statunitensi. Logico che da parte loro si enfatizzino i punti deboli dell’incontro, ma resta il fatto che pare oggettivamente difficile che l’Italia possa uscire da Palermo vedendo ratificato un ruolo di grande mediatore, mancando al momento significativi punti d’intesa tra le parti. Il timore che la Cirenaica, militarmente più forte, non voglia e non possa concedere a tavolino a Tripoli il terreno conquistato sul campo è più che fondato.

Per bene che vada potremo guadagnare qualche punticino nella partita con Parigi, ma molto di più la pacca sulla spalla di Donald Trump non potrà fruttare al nostro governo.

Viceversa è già assodato quanto dovremo contraccambiare per quel tanto o poco che stiamo incassando tra l’Iran e la Libia. E’ ancora Alberto Negri a farcelo presente: la realizzazione del controverso gasdotto Tap, che agli Usa serve per controbattere ai progetti formulati da Mosca nei Balcani per portare il suo gas in Europa; l’acquisto dei costosi F-35; la realizzazione del Muos a Niscemi (Sicilia), un sistema militare per comunicazioni satellitari sotto la gestione del Dipartimento della difesa Usa. Tutti obiettivi già pienamente raggiunti, almeno sulla carta, mentre i nostri obiettivi rimangono sulla linea dell’orizzonte e ad ogni nostro passo paiono spostarsi più lontano.