RIPIJAMOSE ROMA. CON LA CULTURA

DI BORIS SOLLAZZO

 

 

Roma, tutti ne parlano e nessuno la conosce. Neanche i romani, che ne hanno mantenuto la superbia, ma non l’orgoglio di proteggerla, se non a parole. Roma, la nuova frontiera del degrado: staccata da Milano, così europea da quando le hanno assegnato l’Expo (ahi, Virginia, quelle Olimpiadi quanto ci sarebbero servite), ma anche da Napoli, capofila di quelle capitali culturali, artistiche che stanno provando, tra mille difficoltà, a cercare una via altra, alternativa per il progresso, grazie alla contestata ma straordinaria epoca De Magistris. Roma è stata dimenticata da governi che non l’hanno considerata centrale – pensateci, dal milanese Berlusconi al fiorentino Renzi, passando per il tecnico Monti e ora i peones grillini, nessuno ne riconosce o ha riconosciuto l’unicità – e da chi, abitandola, non ha saputo esserne degno, saccheggiandola, come nel Medio Evo, senza darle nulla in cambio.
Mentre scrivo, la città è scossa – anche un po’ ipocritamente , diciamolo: la “tossica” Desirée è diventata santa solo perché a stuprarla e ucciderla, pare, siano stati 4 africani, altrimenti sarebbe rimasta un numero nella lista degli ultimi – da una ventata di indignazione per il delitto Mariottini. Si parla di degrado di San Lorenzo come se lì, al Pigneto, a San Basilio e in tanti altri presidi capitolini periferici non sapessimo che da anni vige un regime di criminalità più o meno organizzata, di devastazione morale e materiale, di abbandono, nel senso letterale del termine.
Mettersi le mani nei capelli, battersi il petto, serve a poco. Così come annullare il progetto Renzo Piano per le periferie, come ha fatto l’attuale governo gialloverde. Questo tsunami di fango lo si può arginare solo con una diga culturale. Poco serve la repressione, se la rivoluzione non parte dalla testa e dai cuori, se non impariamo a rispettare la nostra città. Le nostre piazze, ora occupate militarmente da chi si fa di alcol o droghe, a San Lorenzo come al Pigneto, i nostri parchi, dove spesso si rifugiano i disperati, le nostre periferie, sempre più dormitori dimenticati dal resto della città, anche a causa di un trasporto pubblico ridicolo (provate ad arrivare da Roma Nord al Torrino, per dire o da Roma Sud alla Cassia, o da Ponte di Nona verso ovunque).
Quelle piazze, vile, strade riempiamole con la cultura. Raccontiamole al cinema (come ha fatto Milani con Paola Cortellesi e Antonio Albanese in Come un gatto in tangenziale, con quel finale in cui la Roma bene e quella sbagliata di Bastogi si incontrano a Piazza Cavour, dove ahinoi a volte si danno la punta anche alcune baby gang), viviamole. Con festival, incontri, presentazioni di libri, concerti, spettacoli, flash mob. Vi ricordate quando il Tenda a Strisce sorgeva tra Collatina, Prenestina, Cinecittà e Palmiro Togliatti? O quando David Zard portò il GranTeatro a Tor di Quinto e poi a Saxa Rubra? Quando Gassman portò il Teatro Popolare Itinerante dove molti, in divisa, non avevano voglia o coraggio di andare? Eravamo ancora un popolo e un paese inclusivi, una città che magari nun se faceva problemi a mannatte a fanculo, ma che non ti negava un’opportunità. La Roma di Nicolini e più tardi di Veltroni, ha saputo farci credere in un futuro, in una possibilità di crescita per tutti. I grandi parchi ripuliti o riscoperti, videro sparire le siringhe e ricomparire i bambini, il Teatro a Tor di Nona lì ci portò DiCaprio ma anche Michele Placido a ricostruire un identità e un tessuto sociali e intellettuali.
Ripijamose Roma, con la cultura. Dal basso, con una rivoluzione popolare, ritrovando la forza e la voglia di elevarci, riscoprendo la bellezza, sostenendo esperienze meravigliose e sofferte come quella del Teatro della Dodicesima (da sempre sostenuto dalla famiglia Mattei, Roberta, l’attrice di Non essere cattivo, Massimo, suo fratello, la mamma), sempre in lotta per rimanere aperto perché lì a Spinaceto sia un presidio polifunzionale necessario. Ovviamente fuori dai radar di Comune e affini. Pensiamo alla Scuola Volonté, scuola di cinema gratuita che, dalla Magliana, ha portato forze fresche al cinema e un modo diverso, di quel quartiere, di guardare a se stesso. Seguiamo la lezione del Piccolo Cinema America, di Valerio Carocci e i suoi ragazzi, che hanno portato il grande cinema a San Cosimato, così come alla Cervelletta e al Porto di Ostia, quest’estate. Migliaia di persone che hanno riqualificato luoghi dimenticati o violati dalla criminalità con la loro presenza, la loro curiosità, la loro voglia di scoprire. Così come i ragazzi del Delle Province capitanati dal nostro Pier Paolo Mocci e da Max Bruno. Ripijamose Roma: qualcuno ha già cominciato, ma non saremo mai abbastanza. E così libri, teatri e cinema occupati e non, scuole d’arte, centri sociali e culturali, palchi e microfoni sostituiranno degrado, siringhe, dolore, disperazione. E qui, su questo giornale, sogniamo di poter fare presto una map di tutti i luoghi recuperati da una Roma, ma soprattutto una romanità rinata. Solo la bellezza può battere l’orrore.

MAP Magazine