ANDREA NON VUOLE MORIRE. E SCRIVE UN LIBRO PER LA SUA PICCOLA GIULIA

DI CLAUDIA PEPE

Quel momento in cui ti dicono: “Mi dispiace ma lei ha un cancro incurabile”, ecco in quel momento rimani freddo, sembra che la cosa non ti riguardi, non sei tu il malato. Hai una reazione di annullamento della realtà, non scendono le lacrime, ti accorgi che qualcosa di devastante è entrato nella tua vita, dal comportamento di chi ti è accanto. C’è chi chiede di uscire per poter scappare, chi ripone il viso nelle mani, e tu, quello che ha pochi mesi di vita, rimani impassibile. Vedi solo il tuo cuore sanguinare sul tavolo senza sporcare nulla. In silenzio batte. Allora lo prendi e lo conficchi dentro di te. Perché adesso più che mai ti deve stare accanto. Per non morire subito. E per morire hai poco tempo e mille folletti affollano la tua mente, ascolti il grido di dolore nel tuo petto. Cerchi di rimanere sereno e calmo per chi ti è accanto, per chi ti dovrà accompagnare con parole d’amore verso il tuo tramonto, verso il tuo forse, verso il dolce scollinare nel sonno con la mano dentro la mano che dovrà coprirti gli occhi. Ma prima pensi alla persona a cui dato la vita, a cui deve rimanere qualcosa di te oltre ad uno sfocato ricordo, a delle foto intarsiate nello scrigno di un tempo perduto.
Andrea Bizzotto ingegnere industriale 33enne di Cittadella in provincia di Padova è malato di un sarcoma sinoviale. Il sarcoma sinoviale è un sarcoma dei tessuti molli. Si tratta di un tumore raro. L’incidenza di questa neoplasia è di solo 1-3 casi per milione di individui. E Andrea lo ha al al terzo stato. Lo ha scoperto mentre la sua bambina Giulia Grace stava per nascere. Il solito mistero della vita: il bene e il male, la vita e la morte. E Andrea ha deciso di dare vita alla sua morte e al Mattino di Padova racconta:” Quello che più mi mancherà è la mia bambina, Giulia Grace. Nessuno merita un tumore incurabile a 33 anni. Io mi meritavo la possibilità di crescere ed educare la mia piccola Giulia, portarla al primo giorno di scuola, prepararle il suo cibo preferito con amore, fare un viaggio da solo con lei. Mi meritavo almeno di lasciarle un ricordo reale di me, non un video o un libro”. Sono parole che ci fanno rendere conto del dolore che si prova, e nello stesso tempo l’amore che non conosce la morte. Non voler morire per non per se stessi ma soprattutto per non poter vedere crescere sua figlia, non vedere i suoi primi passi, le sue prime parole. Non voler morire per sé stessi ma per correre con sua figlia inseguendo aquiloni sulla spiaggia, comprare la prima cartella, trascorrere insieme il suo primo Natale, i suoi primi sogni, la bellezza che prende forma sfiorando con il respiro dell’amore, il profilo di tua figlia. Andrea racconta con dolcezza del suo incontro con la moglie Maria, conosciuta in Germania: una relazione da cui è nata, appunto, Giulia. E poi descrive con quella rabbia di un giovane che aveva tutto il futuro che gli veniva incontro, quello che il maledetto tumore gli sta togliendo. Quello che a noi sembra normale, per un malato oncologico diventa tutto impossibile. Fare colazione tutti insieme, fare una passeggiata, una gita, pensare alle vacanze, lavorare per poi tornare a casa e trovare le donne della sua vita che lo accolgono con un sorriso. No, per un malato che ha pochi mesi di vita si aprono ogni giorno le porte di reparti dove tutte e tutti sono sempre sorridenti e gentili. Perché sanno che sei alla fine, e almeno in quei lettini dove la flebo è sempre attaccata al tuo corpo come il prolungamento di una morte annunciata, il sollievo di una carezza è importante. “Mi sono sottoposto a 30 radioterapie locali e a quattro cicli di chemio adiuvante – racconta lui – ma dopo meno di un anno ero in metastasi” dice Andrea per chi non sa cosa vuol dire sentirsi dire sei in metastasi, provate a immaginare un buco nero dove non c’è possibilità di fuga. Solo sofferenza, bottigliette di veleno che iniettano nel tuo corpo, malessere, dolore, il corpo che poco alla volta cede nelle ossa, nel vomito, nella diarrea, nella stipsi, nella disperazione. Ma Andrea vuole lasciare come eredità alla sua piccola Giulia Grace le sue parole. Le parole sono più di qualsiasi lascito, perché sono espressioni, parole che fanno cose, parole che ogni volta che Giulia avrà bisogno di lui, sa dove potrà trovarlo. Per questo, ha deciso di scrivere un libro, una sorta di autobiografia, e di registrare alcuni video per lasciare in eredità un suo ritratto, quanto più concreto e reale, alla bambina.

Il libro verrà stampato alla Graphico di Cittadella, il prossimo mese è prevista l’uscita e tutto il ricavato andrà alla piccola. Il titolo provvisorio è “Storia di un maldestro in bicicletta”. Andrea vuole sopravvivere il più a lungo possibile, magari arrivare “fino ai 40”, come dice lui, o comunque esistere abbastanza a lungo da lasciare traccia della sua esistenza in quella di sua figlia. “Giulia sarà molto arrabbiata – scrive Andrea nel libro, pensando a quello che succederà dopo la sua morte – e purtroppo non capirà inizialmente. Maria sarà triste e disperata. Mia figlia probabilmente troverà una figura paterna ed io lo spero sinceramente”.

E nelle tue parole Andrea non dimenticarti di scrivere le cose belle che comunque vivrete insieme. Perché non c’è nessuno che potrà dividerti da tua moglie e da tua figlia. Nessuno mai farà scomparire le tue impronte d’amore nell’animo di un fiore che sboccia.