VICOFARO: GLI UNTORI DELLE PAURE ED I MEDICI PER I DIRITTI UMANI

DI LUCA SOLDI

 

Sono ormai settimane che gli untori stanno diffondendo il germe della paure fra le famiglie di Vicofaro. È un virus che trasmette indifferenze, intolleranza e comprensibilmente intacca quelle difese che sono più facili da abbattere.
Quelle che risiedono nelle nostre case.
Ha come oggetto i figli che dovrebbero essere “accompagnati” verso i corsi del catechismo e che adesso il vento della calunnia che circola a Pistoia, ha imposto ai poveri genitori di tenere a casa o peggio ad indirizzare verso le parrocchie vicine.
Don Massimo Biancalani ha cercato di smentire in ogni modo, ha tentato di convincere che fra le persone ospiti della comunità di Vicofaro non ci sono ne epidemie, ne virus.
Che non ci sono ne malattie tropicali, ne pandemie trasmissibili.
Ed in questa domenica, ha voluto mettere in chiaro una volta per tutte come stanno le cose.
Lo ha fatto nella liturgia della Parola, conclusa la lettura di quel passo del Vangelo di Marco (12,41-44) che significativamente narra di Gesù che seduto nel Tempio, che ammonisce di guardarsi: “dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”.
Per loro il Salvatore non ha dubbi: “Essi riceveranno la condanna più severa”.
Don Massimo, nella sua omelia ha voluto sottolineare tutto ciò attraverso anche il passo del Vangelo che prosegue nel raccontare della vedova, povera, poverissima e sola che al cospetto del Maestro gli dona due monetine, tutte il suo avere, per fede, per amore della Sua Parola. Un dono, “un tesoro” un valore ben più alto di tutto quello che gli hanno donato gli altri che in fondo gli hanno “offerto” solo una parte del loro superfluo.
È stato a questo punto che don Massimo ha voluto dare la parola ad un medico, ad uno dei pilastri fra i volontari, ad una persona speciale che più di altre si impegna allo spasimo per la cura dei giovani ospiti di quel luogo di accoglienza.
Ed il dottor Roberto Barontini, in una sala resa attonita dal suo racconto, ha voluto parlare da professionista indiscutibile ma soprattutto da uomo, da laico, delle paure legittime ma del tutto irrealistiche, ingiustificate.
Ha voluto raccontare con parole che non si possono riassumere, di quel vero “ospedale da campo” di cui occorrerebbe essere orgogliosi, di quel luogo che cura da quella disumanità che oggi si vuol far essere prevalente su ogni sentimento.
Mentre può esserci una umanità che sconfigge ogni odio ed ogni paura.
Ecco di seguito il testo dell’accorato intervento del dottor Barontini, raccolto integralmente questa domenica 11 novembre 2018, a Santa Maria Maggiore di Vicofaro:
“Don Massimo non mi deve ringraziare. Io devo ringraziare lui che mi ha dato, dopo una lunga vita come medico ed anche, purtroppo, come politico, la possibilità di fare una cosa che non avevo mai fatto. La più difficile della mia professione ma anche la più importante: curare i ragazzi che sono qui e non solo qui.
Allora io dico questo’, Massimo ha ricordato che sono un laico, è vero, però faccio parte di una associazione che si chiama Medu, medici per i diritti umani.
Cosa vuol dire diritti umani? Io sono guidato nella mia azione dalla Convenzione Internazionale per i diritti dell’uomo che dice:
“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.
Questo articolo della Convenzione mi ha ispirato, mi ha fatto coinvolgere nella mia azione professionale e non soltanto professionale.
Venendo a noi, i ragazzi che sono qui vengono da mondi diversi dal nostro. Vengono da mondi quasi tutti di sofferenze, di paura, di guerre, di fame. Porto un esempio: la Nigeria.
Era il Paese più ricco dell’Africa, verde. Sono passati i tubi dell’Eni, per il petrolio ed il Paese ed il paesaggio, è scomparso. Da allora chi di questi ragazzi beveva un bicchiere di acqua assaporava petrolio, chi mangiava un pesce assaporava petrolio.
Porto l’esempio solo della Nigeria per dirvi l’ambiente di vita in cui sono vissuti molti di questi ragazzi.
Veniamo alla questione delle malattie africane, di quell’area, sono diverse le malattie in Africa
Se poi parliamo della malaria, qui nei dintorni daranno la colpa a questi migranti e non alla zanzara Anopheles.

C’è la malaria, c’è il dengue, anche questa causata da una zanzara, c’è la mancanza di vitamine, sono tutte cose africane.
Noi però né abbiamo di diverse, abbiamo la meningite, abbiamo il diabete, qui abbiamo le malattie cardiovascolari. Sono due mondi diversi. Allora quando sono venuto qui io dovevo cercare di capire che tipo di patologie avevano questi ragazzi. Patologie simili ma non uguali a quelle che ho curato per tanti anni.
E dovendo vedere questo mi sono accorto che dovevo stare in mezzo a loro.
Fare in modo che loro avessero una assistenza preventiva più alta perché venivano da un mondo diverso, dove ci sono meno vaccinazioni, quindi più esposti alle nostre malattie. Vi porto l’esempio della tubercolosi.
Vi dico questo, ho fatto fare ben due volte delle ricerche su due casi di sospetta tubercolosi avuta nel passato.
Esami così approfonditi per vedere se ci sono stati contagi nel passato, non adesso, nel passato
Tutti e due i risultati sono stati negativi. Questa cosa, cari amici, non la fa nessuno perché sono esami fatti in più, per sicurezza.
Questo per dirvi che sono assistiti, poi ci si può ammalare anche se siamo assistiti.
Vedete le cose che preoccupano, qui dentro sono i traumi e le lesioni
Dei primi due che ho visitato qui: a quello che aveva un gonfio ad un braccio, ho domandato, che cosa hai fatto? Una frattura, ho fatto fare la radiografia.
Ho visto.
Ho chiesto come poteva essere successo, la risposta: “A martellate”.
Il secondo aveva un danno ad una vertebra, gli ho fatto fare la lastra, ho domandato, come è successo?
La risposta: “Con il calcio di un fucile”.
Un’altro ancora aveva un danno grave ad un occhio, l’ho mandato a visitare, l’avevano ridotto così a cazzotti.
Tutto questo dico non per creare paure ma per dire che questi ragazzi hanno sofferto per cose diverse dalle nostre ed hanno vissuto momenti tragici.
Due di loro li stiamo curando con il sostegno di Medu per essere andati fuori di testa per la paura. Uno di loro che era a Macerata, al tempo del terremoto, è scappato per la paura andando in giro per l’Italia, è arrivato qui in condizioni psichiche molto deteriori.
Questo per sottolineare che si dica pure quello che si vuole ma l’importante è che si tenga fede al modello della Convenzione internazionale, ma potrei dire lo stesso anche anche a riguardo della Costituzione della Repubblica: Nessuno può essere essere estradato dal Paese in cui viene accolto. Chi si trova ad essere qui per motivi politici non può essere mai rimandato indietro.
Chiudo con una cosa che mi è venuta a mente questa notte. Non so se conoscete la storia del dottore Albert Schweitzer. Era un sacerdote luterano che poi è diventato un grande medico. E’ andato in Africa a curare i lebbrosi. È stato anni ed anni in mezzo ai lebbrosi.
C’è un aneddoto che lo riguarda di quando scoppiò la guerra, la seconda guerra mondiale, lui era tedesco ed era nel Congo Belga.
Era notte, una infermiera andò ad avvertirlo che ormai era giunta mezzanotte e non sarebbe più potuto stare in mezzo ai malati.
Sarebbe dovuto fuggire.
Fu spenta la luce ed il dottor Schweitzer se né andò via da quell’ospedale lasciando i malati in balia di se stessi.
Quella luce che fu spenta, qui non si deve spengere.
Il dottor Schweittzer volle andar via perché c’era la guerra. Qui guerre non c’è né sono.
Questa luce non va spenta anche quando è notte.
Non spengerla ( don Massimo), grazie”.