FILOMENA

DI SANDRO MEDICI

Quella mattina Fauciasecca non voleva svegliarsi. L’odore del giorno fatto non bastava a rianimarlo. Ogni tanto apriva un occhio e la luce del primo agosto lo stordiva. Anche le galline gli giravano intorno e lo chiamavano, ma con prudenza. Però Fauciasecca proprio non voleva cominciarla, quella giornata. E non era solo perché il padrone Vittorino non era venuto a portargli lo zuppone: ogni tanto succedeva di restare digiuno e c’era abituato. Sentiva nell’aria tanta paura, paura di morte.
Sui due scalini che sporgevano nel vicolo, Filomena sceglieva il grano, si teneva i grani ricchi e scartava le malegran. E guardava vogliosa la finestra di fronte, con le sue amiche che imparavano a cucire da mast’Assunta, Il padre, Vittorino, non voleva che ci andasse.
“Contadina sei nata e contadine aia rumane'” – le aveva detto.
E così sceglieva il grano e giocava con Ofelia, la piccola figlia di mast’Assunta, attenta a contenerne le grida e le gioie: Vittorino poteva svegliarsi dal suo sonno riempito dal vino. La sera prima era tornato dalla cantina che non si reggeva. Appena entrato in casa, era rotolato: e quando Filomena s’era alzata dal letto per aiutarlo, un pugno le aveva bruciato il petto.
Era bello quel vicolo, Filomena con la sua treccia bionda normanna e le mani nel grano, Ofelia che correva da una porta all’altra, il fornaio Maurino che raccoglieva gli impasti da portare al forno, le figliole di di Mast’Assunta che cantavano l’amore e riempivano l’aria di odori di donna.
Quel giorno Totonno aveva pregato Maurino il fornaio di lasciarsi accompagnare per potergli stare vicino in quel giro di ordinazioni. E quando se l’era trovata di fronte, gli sembrava di scoppiare lo sguardo e il respiro.
“Lo volete per la prima o la seconda infornata” – chiedeva Maurino.
E Totonno guardava avido la bocca di Filomena, pronto a impossessarsi di tutti i suoni di quella risposta. Poi il fornaio era passato oltre, ma gli occhi di Totonno erano rimasti lì, da Filomena seduta sul grano, tra una treccia bionda e quelle labbra, ora socchiuse, ora contratte.
“Filume'” – da dentro la casa un richiamo rabbioso, una voce che aveva visto lo sguardo di Totonno.
Filomena aveva lasciato gli scalini e si volgeva verso la porta. Un’ombra, due canne di fucile, un colpo, un altro colpo. Il petto squarciato e il sangue nel grano, e Vittorino con il fucile abbassato che urlava e già piangeva.
Le sartine di mast’Assunta erano intorno al corpo di Filomena: chine, guardavano quella bocca rimasta aperta. Poi anche la bocca si era chiusa nell’ultimo sorso di sangue. Altra gente era scesa nel vicolo e le donne subito s’erano messe a mormorare lamenti e disperazioni. Bianca e stretta contro il muro, la piccola Ofelia aveva chiuso gli occhi e piangeva appena.
Fauciasecca aveva avuto un sobbalzo. Guaiva e si dannava; spaventate, le galline s’erano nascoste.
Il cane di Vittorino aveva poi spezzato la corda che lo teneva legato e correva furente tra gli ulivi. Era arrivato in paese e poi alla casa del padrone, e non aveva trovato che il sangue nel grano e voci di pianto. Le sue unghie raschiavano la porta chiusa e nessuno riusciva a placarlo. Poi s’era accucciato, aveva leccato le macchie di sangue seccato e se n’era andato via lento e mugolante. Nessuno l’avrebbe più rivisto.
Le figliole di mast’Assunta cucivano l’ultimo vestito di Filomena, un vestito bianco di vergine, che però serviva per la morte. Avevano lavorato fino a notte; e non appena s’erano fermate per riposarsi e ricominciare a piangere, c’era stato un battito lieve alla porta. Nessuna voleva andare a vedere. E quando infine mast’Assunta aveva aperto il battente, c’era un chiaro di luna tremante e due gambe che se ne tornavano indietro nel vicolo, due piedi nudi e piagati.
Filomena era venuta a vedere il suo vestito bianco di vergine morta.