MINORI CON LA VALIGIA: DALL’AFFIDO CONDIVISO AL DECRETO PILLON

DI MARINA NERI

 

La separazione fra i coniugi è sempre un momento delicato per la famiglia intesa quale principale consesso umano.

Per tutti i componenti del nucleo familiare, giungere al momento fatidico della rottura è un percorso irto di difficoltà decisionali, emozionali e, in ultimo, anche economiche. Ad esserne coinvolta è la sfera emozionale e spesso la soluzione adottata implica sentimenti di perdita, sofferenza, e nella fase iniziale, difficoltà gestionale.

Non vi è separazione senza conflittualità. Nel momento in cui la c.d affectio maritalis viene meno consegue come logica appendice l’esigenza di porre fine alla convivenza e questo comporta una serie di problematiche logistiche, economiche, spesso egoistiche, foriere di incomprensioni, di intollerabilità e di atti di vera e propria belligeranza all’interno della coppia.

Il grado di maturità, di cultura, di sensibilità dei coniugi riesce, spesso, a sopire la conflittualità e a traghettare la famiglia verso una transizione civile ed organizzata.

All’interno di un meccanismo duale (coniugi), si inserisce la prole e la separazione diviene un procedimento complesso in cui, almeno in linea di principio e normativo, si è sempre cercato di porre al centro la figura del Minore.

Se la conflittualità non viene tenuta sotto controllo all’interno della coppia, scaturiscono sentimenti di frustrazione, rabbia, risentimento che riverberano i loro effetti sul nucleo, ingigantiscono la portata dell’astio, amplificano il conflitto.

In questa esasperazione le persone coinvolte perdono di vista l’esigenza di tutelare la genitorialità a fronte della conflittualità e la famiglia si paralizza generando un impasse in cui il bambino assorbe il malessere subendo una notevole destabilizzazione.

Proprio per attenuare questi aspetti di grande impatto sulla sfera emozionale del bambino, tanto nella separazione consensuale, quanto nella separazione giudiziale, si è posto al centro della normazione la Tutela del Minore.

E lo si è fatto sempre. Nelle ipotesi di ascolto del Minore, opportunamente affiancato da personale qualificato, soprattutto nei casi di affido conflittuale o di violenza assistita.

Nella previsione della quantificazione dell’assegno di mantenimento, in quanto al figlio deve essere garantito il tenore economico e di vita che aveva in costanza di matrimonio.

Nella previsione della salvaguardia della bigenitorialità, con l’affido condiviso.

Nella previsione che il minore debba potere mantenere i contatti e le relazioni con i nonni.

L’interesse del minore, nel nostro diritto, è il principio cardine da cui partire per stabilire ogni condizione riguardo l’affidamento dei figli.

Ove non vi è accordo, il Giudice deve tener anzitutto presente che il figlio ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale (art. 315 bis c.c.).

Fino al 2006 la nostra normativa prevedeva, come principale forma di affido, l’affido esclusivo, che limitava l’esercizio della potestà di un genitore (detto genitore non affidatario), mentre costituiva eccezione l’affido congiunto applicato, se richiesto da entrambi i coniugi, in base alla normativa sul divorzio del 1970.

Con la legge n° 54 del 2006 è stato stabilito il c.da “affido condiviso”: “entrambi i genitori sono titolari del diritto-dovere al mantenimento della prole, alla sua educazione, ad agire per il conseguimento del benessere psicofisico dei figli. Ad entrambi i genitori sono riconosciuti eguali ed idonei strumenti di tutela del proprio diritto: ciascun genitore può sempre rivolgersi al giudice per denunciare la sopravvenienza di fatti nuovi, nonché per chiedere la cessazione di un comportamento molesto da parte dell’altro”

La legge sull’affido condiviso del 2006 che ha innovato profondamente la materia, prevede l’affido condiviso con tre possibilità di collocamento del minore:

a) Collocamento prevalente: presso il genitore cui è stata assegnata la casa coniugale. E’ la forma di collocamento più utilizzata per favorire la tranquilla crescita del minore nello stesso ambiente in cui viveva al momento della unità familiare.

b) Collocamento alternato o turnario: è prevista una turnazione di collocazione del minore presso ciascun genitore.

c) Collocamento invariato: non è il minore a spostarsi dalla casa coniugale, ma sono i genitori a viverci secondo una turnazione.

Le ultime due ipotesi sono poco applicate, sebbene una evoluzione giurisprudenziale abbia spesso introdotto l’affido paritario nei provvedimenti di separazione dei coniugi. In questi casi, opportunamente vagliati dai magistrati coadiuvati da consulenti tecnici ed assistenti sociali, il minore, in ragione anche dell’età e della situazione, trascorre pari tempo con entrambi i genitori.

Ovviamente tali disposizioni, in casi in cui la conflittualità genitoriale è blanda, hanno ricadute sui provvedimenti accessori quali la quantificazione dell’assegno di mantenimento, l’attribuzione della casa coniugale, la ripartizione delle spese ordinarie e straordinarie. Si comprende come il principio non possa essere esclusivo ed assoluto dovendosi esaminare le situazioni caso per caso. Sempre ed imprescindibilmente, nell’interesse del minore.

Minore la cui tutela trova il suo precetto nell’art. 30 della Costituzione (“è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”) e dagli articoli 9 e 18 della legge 176/1991, che ha ratificato la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo da cui scaturisce che è diritto del figlio “intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i genitori”, poiché “entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l’educazione del fanciullo”.

Una normativa all’avanguardia quella italiana, incentrata tutta sulla figura del minore. Spesso vanificata da una cronica carenza di personale all’interno dei Tribunali e da una scarsa sinergia istituzionale che lascia la Famiglia abbandonata a se stessa nel momento cruciale delle sue criticità.

In questo alveo si è inserito il Contratto di Governo che in merito al diritto di famiglia ha inteso intervenire radicalmente, non con provvedimenti strutturali tesi ad affiancare le famiglie nella fase della transizione dalla unione alla separazione, ma con drastiche misure tese a stabilire coattivamente la bigenitorialità paritetica a prescindere dalle situazioni e dalla centralità della figura del minore.

Gli obiettivi del governo riguardano proprio una rivisitazione dell’affido dei figli stabilendo che: “sarà necessario assicurare la permanenza del figlio con tempi paritari tra i genitori, rivalutando anche il mantenimento in forma diretta senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento e valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del grave fenomeno dell’alienazione parentale”.

Dal contratto di governo è scaturito il c.d Decreto Pillon. Il senatore leghista Pillon, avvocato, mediatore professionista ha firmato un decreto atto a rivoluzionare il diritto di famiglia con riguardo alla sua espressione patologica, cioè il momento dello scioglimento della coniugio.

L’art. 11 del precitato decreto recita: “Indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori, il figlio minore, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e con la madre, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali, con paritetica assunzione di responsabilità e di impegni e con pari opportunità. Ha anche il diritto di trascorrere con ciascuno dei genitori tempi paritetici o equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale.

Qualora uno dei genitori ne faccia richiesta e non sussistano oggettivi elementi ostativi, il giudice assicura con idoneo provvedimento il diritto del minore di trascorrere tempi paritetici in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, con ciascuno dei genitori. Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre.”

Sempre nel decreto Pillon è previsto che devono essere indicate nel piano genitoriale “la misura e la modalità con cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento diretto dei figli, sia per le spese ordinarie che per quelle straordinarie, attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa”, tenendo conto del costo medio della vita.

Il disegno di legge ha sollevato molte critiche da parte di centri antiviolenza, associazioni per i diritti dell’infanzia, giuristi e costituzionalisti che ne hanno sottolineato rischi e criticità.

E’ previsto infatti, in esso, che i bambini dovranno trascorrere almeno 12 giorni al mese a casa di ciascun genitore ma non si tiene in debita considerazione il fatto che talvolta ci sono circostanze rapporti, o accordi tra i genitori che lo rendano proibitivo o scomodo. L’art. 11 del progetto di legge prevederebbe poi che chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non ha il diritto di tenerlo con sé secondo tempi ‘paritetici’. Ove la disposizione non venisse modificata introdurrebbe una illegittima disparità di trattamento, ponendo in una posizione di subalternità il genitore economicamente più debole.

E’ previsto che prima di separarsi, in caso di presenza di minori, i coniugi saranno obbligati a una forma di mediazione. Un aspetto molto controverso. Una mediazione obbligatoria, onerosa a carico dei coniugi.

Si oppone a tale previsione la considerazione che l’obbligatorietà mal si concilia con la non gratuità e che l’obbligo di mediazione impone ad esempio alla donna vittima di violenza domestica di comunicare, secondo la prassi della mediazione, al maltrattante la sua intenzione di interrompere la relazione.

La cronaca quotidiana presenta costantemente casi di efferati delitti proprio di donne che avevano comunicato al coniuge la loro volontà di non volere proseguire più una vita coniugale costellata di violenza. Quindi, è risaputo che questo è il momento di maggior rischio per atti di violenza che sappiamo potere sfociare nell’aberrante fenomeno del femminicidio.

Peraltro il decreto Pillon sembra non considerare che la mediazione nei casi di violenza è vietata dalla Convenzione di Istanbul che obbliga gli stati aderenti ad adottare forme di risoluzione alternative alle controversie, e questo vale anche per le mediazioni familiari.

Il decreto prevede una c.d “clausola di invarianza finanziaria”: lo Stato non avrà ulteriori oneri dall’approvazione della legge.

Ma se è così, i coniugi meno abbienti non potranno avvalersi dell’istituto del gratuito patrocinio cioè le spese legali a carico dello stato. Sarà a loro esclusiva cura il pagamento del mediatore e del coordinatore genitoriale. Cui prodest tutto ciò?

Al Mediatore, sicuramente che non dovrà aspettare i tempi ciclopici del rimborso da parte dello stato.

Al coniuge economicamente più forte che ha un’arma di ricatto notevole fra le mani.

Il tutto, ovviamente, a detrimento di chi si vuole separare, in particolare delle donne che hanno poche risorse economiche.

Fino ad oggi l’alienazione genitoriale è un aspetto non sconosciuto ma trattato caso per caso, nell’ambito della evoluzione giurisprudenziale, che prima di addivenire ad un soluzione estrema ne valuta le cause, il contesto, il nesso eziologico. La proposta di legge asserisce che il rifiuto dei minori di vedere o rimanere con un genitore può essere considerato frutto di condizionamento da parte dell’altro genitore, che rischia, così, di perdere la propria responsabilità genitoriale. Si pensi ad una ipotesi del genere inserita in un ambito di violenza familiare, con le conseguenze cui può condurre un’applicazione rigida di tale previsione.

Nel decreto Pillon è previsto l’obbligo di redigere un piano genitoriale riguardante ogni aspetto della vita del figlio.

Emerge dalla lettura del testo, che ogni variazione, ogni mutamento al piano deve passare sempre al vaglio della Mediazione obbligatoria con costi aggiuntivi ed oneri a carico delle parti.

Ogni variazione graverà maggiormente sul coniuge economicamente più debole.

Ci si chiede, se le donne, soggetto statisticamente più debole nel rapporto di coniugio nel nostro paese, per condizioni di vita e di lavoro, non riusciranno ad assolvere gli oneri finanziari imposti dalla legge, subiranno la conseguenza del rapporto continuativo con il minore?

Nel decreto è altresì previsto che nei casi di denunzia di violenza domestica, quando la donna chiede l’applicazione dell’ordine di allontanamento, occorre dimostrare che i soprusi e le vessazioni siano sistematici. In caso contrario, per scongiurare l’abuso della denunzia, la denunziante rischia a sua volta di essere accusata di procurare gravi pregiudizi alla relazione padre-figlio, di determinarne l’alienzazione genitoriale. Per contro, quindi, rischia di essere lei stessa privata del rapporto col figlio. Una previsione così restrittiva costituirà sicuramente deterrente alla denunzia, a scapito dei soggetti deboli esponendoli a costante pericolo di vita.

Infatti è risaputo che le donne vittime di violenza familiare hanno difficoltà ad uscire dalla prigione degli affetti in cui domina il partner abusante.

Gli automatismi del disegno Pillon non possono far dimenticare che la rete della violenza si estrinseca attraverso il fattore economico, quello psicologico, e quello fisico. La legge, se approvata, comporterebbe “l’impossibilità per le donne, in particolare per quelle con minori risorse economiche, di chiedere la separazione, di potere mettere fine a relazioni violente e tutelare i loro figli dalla violenza”( Avv. Francesca King, esperto diritto di famiglia).

La stessa Garante per i diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza, dott.ssa Filomena Albano, è insorta dinanzi al tenore delle norme contenute nel decreto. Il Garante ha dichiarato che “la separazione non è mai un momento facile, neppure per gli adulti, ma nel bilanciamento dei diritti, quelli dei minori devono comunque essere posti al centro della questione”.

L’automatismo, la rigidità delle previsioni normative di cui al decreto non sono la via percorribile.

E’ stata predisposta una relazione che il Garante per i dirittti dell’Infanzia e dell’adolescenza ha depositato in Commissione Giustizia della Camera al fine di scongiurare la trasformazione in legge del decreto così come strutturato.

La pioggia di critiche, ha fatto correre ai ripari esponenti del Movimento 5 Stelle .

Sul ddl Pillon è in corso un confronto serrato all’interno della maggioranza. Lo stesso Di Maio, intervistato sul punto, ha dichiarato che il decreto così com’è necessita di revisione e approfondimento.

Ad esperti e tecnici del diritto appare chiaro l’intento del decreto: ridurre al minimo le separazioni ed i divorzi.

Ma tutto ciò non implica una riduzione dei costi della Giustizia. Implica la Negazione stessa della Giustizia.

Laddove si miri alla coattiva inscindibilità del legame matrimoniale rendendo eccessivamente onerosa e difficile la separazione e, con questa, magari potere mettere fine a una relazione violenta, si è perso di vista qualsiasi contatto con la realtà, si è avulsi dal principio di legalità.

La normativa italiana esistente in materia è all’avanguardia. Più che percorsi rigidi e standardizzati con un obiettivo adultocentrico, occorre una magistratura competente, numerosa, cancellerie dotate di personale e strumenti adeguati, un’avvocatura altamente specializzata per consentire non l’applicazione di sterili norme generiche e generalizzate, bensì una valutazione caso per caso in maniera seria, puntuale e che metta in primo piano le esigenze concrete del figlio. Tutto, quindi, con al centro non le esigenze dei genitori, ma la Persona e lo Sviluppo della Personalità del minore.

Perché in fondo, come scriveva Tolstoj:”Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.”