UN RANCH AI CONFINI DELL’INFERNO. TRA MESSICO E ARIZONA

DI GUIDO OLIMPIO

ARIVACA (Arizona) — Jim Chilton lo dice con voce tranquilla ma ferma: «Su questa terra o sotto questa terra. Da qui non me ne vado». E guarda il suo ranch. Un paradiso sulle porte dell’inferno. Migliaia di ettari al confine tra Arizona e Messico, dove le mucche condividono i sentieri con i contrabbandieri di droga. Sono i narcos la minaccia. Un pericolo costante che ha spinto altri agricoltori ad andarsene. Jim, 74 anni, e la moglie Sue a questa ipotesi non ci pensano. Non è prevista nel calendario e neppure nella loro storia legata visceralmente a queste colline.Chilton è un cowboy. Vero. Ma non conosce solo pascoli e polvere. Dopo la laurea ha lavorato come consulente finanziario, ha girato il mondo, poi negli anni ‘80 ha comprato la tenuta per riprendere quello che da generazioni hanno fatto i suoi: allevare il bestiame. Al suo fianco Sue. Con tenacia e lavoro hanno fatto prosperare la fattoria in un territorio dove si mescolano passato e avventure. Sulle montagne ci sono ancora cercatori d’oro. Uomini soli in cerca della svolta e della «vena». Sotto le piante trovi i resti di antichi insediamenti, minatori venuti da lontano. E qualche radura è stata testimone dei megaraduni degli hippie alla ricerca di luoghi alternativi. Il nuovo si innesta sul vecchio. Come il cacciatore di puma. Si muove a cavallo o sul fuoristrada, sembra un compagno di Tex e va in giro con lo smartphone. Ora questo mondo, più selvaggio rispetto all’epopea dell’Old West, è messo in pericolo dai cartelli della droga. In particolare quello di Sinaloa. Sono queste bande a sfruttare il corridoio che porta negli Usa.

«I narcos piazzano gli esploratori sulle alture. Sono armati di kalashnikov, hanno radio criptate, telefoni satellitari che alimentano con pannelli solari. E spiano le mosse della polizia di frontiera Usa. Anche in questo momento c’è qualcuno che ci osserva», spiega Jim mentre ci inoltriamo verso un deposito d’acqua. Gli spalloni sono furbi. Si coprono le scarpe con pezze di stoffa o spugna per non lasciare impronte. Quindi se ne disfano arricchendo la collezione di Jim. È una partita infinita. I loro complici spingono gruppi di clandestini verso la polizia, un diversivo per proteggere il passaggio dei carichi di marijuana. A volte ci provano con gli ultraleggeri. Li modificano per alloggiare un «cesto» poi riempito di balle di droga. Un volo dall’area messicana di Nogales all’interno dell’Arizona dove sganciano il carico poi raccolto dai complici. Qualche giorno fa ne è precipitato uno poco più a nord, carbonizzato il pilota.

È così lungo tutta la frontiera. Il muro serve solo a contenere. Anche perché ci sono dei buchi. A dividere il ranch Chilton dal Messico c’è un esile barriera in filo di ferro. Basta a fermare le mucche non gli uomini. Servirebbe maggiore sorveglianza, però i fondi non bastano. «Ho offerto alla polizia una ventina di acri per un dollaro all’anno, così potevano costruire una base avanzata — recrimina senza astio Jim — La risposta è stata un no».

Allora i cow boy della frontiera si arrangiano. Fari, telecamere attorno alla casa, occhio vigile. Chilton gira sempre con una pistola e un fucile. Non un show di forza, ma uno scudo. Un suo collega, Robert Krentz, ha fatto una brutta fine, colpito da un killer svanito nel deserto. La violenza inquieta i Chilton ma non indurisce il loro carattere aperto. Ospitali, pronti a aiutare i clandestini che sfidano la morte per entrare in America, generosi. Una coppia profondamente innamorata di ogni singola zolla. Anche perché in un angolo quieto, c’è il piccolo cimitero del ranch dove sono sepolti i genitori di Jim. Difficile non pensare alle parole che paiono scolpite. «Su questa terra o sotto questa terra».

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