ANCORA PRIVATIZZAZIONI? NON E’ UN CAMBIAMENTO NE’ UNA NOVITA’

DI NICOLA FRATOIANNI

Come spesso è accaduto negli ultimi 25 anni della politica italiana, ogni volta che si pone un problema di bilancio, o di necessità di far quadrare i conti, i vari governi che si sono succeduti, hanno inserito una voce nelle entrate previsionali, che riguarda le privatizzazioni. Cioè vendiamo il patrimonio dello Stato, per poter ripagare i debiti, mentre rimane intatta una montagna enorme di patrimonio privato accumulato. Anche il governo 5 Stelle–Lega manda una lettera a Bruxelles in cui c’è scritto chiaro e netto che nel 2019 aumenteranno il monte privatizzazioni di 18 miliardi di euro.

Non c’è niente da fare, tutti i governi che si sono succeduti con le diverse forze politiche hanno proposto le solite vecchie storie. Per cui a pagare sono due volte i cittadini più poveri, mentre a incassare sono due, tre, quattro volte quelli più ricchi, che non pagano alla collettività ciò che dovrebbero e poi possono partecipare alla vendita dei beni pubblici dei cittadini, con i capitali accumulati, e continuare ad accumulare e mangiarsi pezzo dopo pezzo l’economia italiana.

Al netto della questione politica, poi, c’è un aspetto più tecnico che non convince e che merita un approfondimento maggiore rispetto a quanto dichiarato da Di Maio, impegnato a trovare una chiave di lettura di queste privatizzazioni, che le renda accettabili per l’anima più “pubblica” del Movimento 5 Stelle (un’anima che esiste, se è vero che per anni abbiamo condiviso alcune fondamentali battaglie sulla natura pubblica e statale di alcuni beni e servizi essenziali).

Di Maio racconta che le privatizzazioni non riguarderanno i “gioielli di famiglia”, ma il patrimonio immobiliare. Che tradotto vorrebbe significare che non si vendono quote di aziende di Stato che hanno in mano gli asset strategici dell’economia italiana, ma palazzi, immobili e non so cos’altro.

Bene: posto che anche il patrimonio immobiliare pubblico potrebbe avere un utilizzo più giusto, più equo e più serio, piuttosto che darlo in bocca ai soliti pescecani speculatori, in questa Italia in cui 50mila persone non hanno una casa e ben 700mila persone sono in difficoltà con il mutuo, il governo dovrebbe spiegare dove intende recuperare 18 miliardi, a meno che non intenda vendere l’Altare della Patria, il Colosseo e magari il David di Michelangelo.

Credo serva specificare, per esempio, che dal 2011 al 2016 sono stati rastrellati “appena” 15 miliardi dalla cessione di quote azionarie, tra cui Sace, Simest, Enav, Generali, una tranche di Enel, Fintecna, Fondo Italiano d’Investimento, e una quota di Poste italiane. Quote azionarie, quindi, con un valore ben diverso e ben più alto e appetibile rispetto agli immobili.

Per altro, già il governo Gentiloni (come i precedenti Renzi, Letta, Monti, Berlusconi e via a scendere) prevedeva quote di privatizzazioni, ma per una cifra ben più bassa, cioè lo 0,3% del Pil. Un terzo rispetto a quanto paventato dai governanti del cambiamento. E già quella strategia era stata sonoramente bocciata dall’Ufficio Parlamentare di bilancio, figuriamoci se si presentano presunte coperture da privatizzazioni per 18 miliardi.

E ciò che è peggio, poi, è che tutti questi anni di svendita del patrimonio dei cittadini hanno dimostrato che le privatizzazioni fanno bene solo a chi acquista, visto che il debito pubblico non ha accennato a scendere. Dal 1994 le privatizzazioni hanno portato 110 miliardi nelle casse dello Stato, il debito pubblico è cresciuto. E negli anni 2011-2016, come già detto, nonostante vendite per 15 miliardi, l’ammontare del debito è aumentato, passando dai 1.897,9 miliardi del 2011 ai 2.260,3 miliardi di marzo 2017.

E allora, Di Maio deve innanzitutto spiegare cosa intendono vendere, con che tempi e con che modalità. Considerando poi che anche nelle privatizzazioni esistono le banali leggi di mercato per cui, se uno Stato è alla canna del gas e ha solo 12 mesi di tempo per raggranellare 18 miliardi di euro, finisce che il prezzo lo fa chi compra e non chi vende, con enormi vantaggi per il privato e danni per il sistema pubblico che svende e svaluta. Ci dica il governo a quali altri salassi dobbiamo sul serio prepararci.

Il problema rimane sempre lo stesso: nessuno in questo Paese ha il coraggio di mettere le mani lì dove è necessario e di fare ciò che in altri paesi europei già esiste, ovvero una tassa sulla ricchezza, che riequilibri la distribuzione delle risorse e le metta nelle tasche di chi ha meno, prendendole da chi ne ha accumulate tante. Il deficit, come ho detto più volte, non è un problema se viene utilizzato per investimenti e se a questo si accompagna una seria politica redistributiva.

Ma se si fa debito per aumentare la spesa corrente e poi si svende il patrimonio pubblico, finisce che metti le mani nelle tasche dei soliti noti, i più deboli e i meno tutelati. Non proprio una novità, né un cambiamento.