DALLA MARCIA DEI 40 MILA A OGGI. LA LUCE CHE VIENE DA TORINO

Rassicuratevi. Per quello che vale, non sono diventato calendario (leggi fan di Calenda). E non condivido per nulla l’entusiasmo suscitato nella quasi totalità delle forze politiche e dei media dalla manifestazione di Torino: vista come antesignana dell’immancabile vittoria della borghesia riflessiva contro la barbarie grillina e delle magnifiche sorti e progressive del nostro paese contro le resistenze localistiche di un ambientalismo irresponsabile. Aggiungendo che si può essere pro o contro la Tav per ragioni di merito; e non per pregiudiziali ideologiche.
Ciò detto, la manifestazione indetta dalla “società civile” torinese è estremamente significativa: per ciò che la distingue dalla marcia di trentott’anni fa; e per ciò che rivela dello scontro in atto oggi e delle sue proiezioni future.
Nel 1980 i quadri Fiat dicevano no al clima di disordine ostile esistente in fabbrica e al Pci che aveva dimostrato, con la presenza di Berlinguer ai cancelli la sua totale solidarietà con i fautori del disordine. Oggi gli eredi del Pci sono in prima fila nel ristabilire un ordine momentaneamente turbato, fino all’esibire la loro nuova identità sventolando cartelli proTav nell’aula della Camera.
Nel 1980, il personale Fiat che sfogava collettivamente la sua frustrazione non era minimamente consapevole che dalla sua protesta sarebbe nato un processo di riflusso (o, se preferite, di normalizzazione) prolungato, ininterrottamente, sino ai giorni nostri. Oggi i protagonisti della protesta e il vasto arco di forze che la sostiene hanno ben chiaro quale è il nemico da abbattere o da ridurre a più miti consigli: leggi il Movimento 5 Stelle.
Su questa linea, sono sia il Pd che l’Europa. Che quando attaccano Salvini in nome dell’antifascismo (salvo ad aggiungere che fascisti sono anche i grillini) esibiscono semplicemente la loro falsa coscienza: perché a Salvini si contesta quello che dice, mentre a Di Maio e ai suoi seguaci vengono contestati i loro propositi e i loro programmi. Naturalmente, lo schieramento a difesa dell’ordine costituito che, nella vicenda Tav, va da Renzi a Berlusconi fino a Salvini, non è in grado di formare alleanze di governo e non è nemmeno unito nel trattamento da riservare ai grillini: Renzi e le brave signore di Roma e Torino vorrebbero distruggerli, Salvini conta, come si diceva, di ridurlo a più miti consigli.
Resta però il fatto che l’asse informale nato intorno a Torino sarà determinante per le grandi scelte che ci aspettano nel prossimo futuro. Il tutto, attenzione, a conferma delle tendenze già in atto.
Così lo stato proseguirà la sua missione; che è quella di sostenere, senza se e senza ma, le richieste dei gruppi di pressione privati, perché unici in grado di “dare lavoro” ( l’economia piemontese ha bisogno della Tav per risollevarsi? E Tav sia…).
Così la strategia delle grandi opere e delle nuove costruzioni farà sempre più premio su quello della sistemazione e del recupero dell’esistente (nuove autostrade, nessun riparo al dissesto idrogeologico, nuove speculazioni urbanistiche e moltiplicazione delle strutture non utilizzate e in rovina).
Così infine tutto questo si tradurrà nella definitiva scomparsa dai nostri teleschermi sia del Mezzogiorno che dei suoi abitanti; ma non sono forse loro i principali responsabili della loro rovina?
E’ però lecito domandarsi se i privati siano poi così bravi. E valga, al riguardo, l’esperienza del 1980: quando la Fiat, recuperata la libertà d’azione si avviò verso una serie di scelte l’una più rovinosa dell’altra, sino a precipitare in una crisi da cui solo l’inventiva di Marchionne l’avrebbe risollevata…