E SE PARTISSIMO DA UN FORMICAIO?

DI PINO APRILE

E se provassimo a ripartire da un formicaio? Non ho la pretesa di avere la soluzione che tutti cerchiamo, ma una proposta sì: facciamo del Popolo di formiche una sorta di club in cui ognuno entra con la sua specificità, restando quello che è, ma impegnandosi a unire le sue forze su alcuni progetti comuni, e solo quelli. Associazioni, comitati, centri-studi, cooperative, pariti, movimenti, singoli… ognuno come gli va, ma di concordare una lista di obiettivi, pochi e condivisi. E battersi insieme per quelli. A mano a mano, senza voler rifare il mondo, se ne potranno aggiungere altri, se le forze lo consentiranno. E organizzarsi per finanziamenti, manifestazioni, divulgazione…
Proviamo su alcuni temi. Vediamo se siamo capaci di essere popolo e di portare a casa qualche vittoria. La mobilitazione contro la Secessione dei ricchi ha dato buoni risultati: state coinvolte moltissime persone, docenti, parlamentari, ottenute più di 13mila firme, compiute azioni di volantinaggio dinanzi al Parlamento e in alcune grandi città, sono state consegnate ai prefetti copie dell’appello ai presidenti della Repubblica e delle Camere.
Non si chiede a nessuno di pensarla diversamente, ma di fare qualcosa insieme, se convinti.
Il Paese, probabilmente, sta per dividersi. Se non accadesse, le Formiche devono lavorare perché sia quello che non è mai stato: equo, ovvero garantire le stesse opportunità a tutti i cittadini; se accadesse e, come vogliono i leghisti e i poteri rappresentati dal loro guru, Steve Bannon, l’Italia diventasse il primo Stato nazionale a disgregarsi, le Formiche devono esser pronte a divenire classe dirigente di quello che sarà.
In un caso o nell’altro: si decide cosa fare e lo si fa. Pronti a collaborare con quasi chiunque (va bene l’ecumenismo, ma i leghisti e i loro servi no) per raggiungere i risultati; però non si delega più nulla a nessuno. Con decisione, ma senza pretendere subito la luna: abbiamo bisogno di vittorie: un treno in più, un veleno in meno, per imparare a unirsi. L’obiettivo è politico, in ogni senso. E sotto la dizione “Popolo di Formiche”, si potranno unificare esperienze e iniziative locali diverse. Se ne saremo capaci, potremo anche avere candidati da sostenere: non lo sarò io, che mi candido, però, ad aiutare quelli che verranno indicati a rappresentare queste volontà. Lo farò liberamente, come al solito, ma in modo totale.
Si tratta di unirsi sui progetti, per non dividersi sulle idee. Già in “Terroni” indicai questa come unica via, a mio parere, per dare al Sud la forza contrattuale per uscire dalla condizione coloniale a cui la pseudo unità d’Italia lo ha condannato. In teoria, dovrebbe essere facile, ma non è così: chi domina trova compattezza nel comune interesse di difendere il proprio privilegio; chi è dominato, tende a dividersi nella ricerca personale della condizione meno scomoda fra gli esclusi dai privilegi, essendo più facile salvarsi o elevarsi un po’ da soli, che tentare di salvarsi tutti insieme. I più “bravi” diventano schiavi da cortile e non da campo; e talvolta vengono addirittura cooptati e equiparati al padrone: nell’antica Roma, uno schiavo in gamba e assimilato al sistema di potere, poteva divenire imperatore. Ora hai terroni che votano Lega antimeridionale e razzista, perché “Salvini è cambiato” (certo, certo…, e a me ricrescono i capelli e rispuntano i denti da latte) e dirigenti meridionali del Pd, addirittura i presidenti di Regione, che stanno zitti quando i loro camerati di partito (se sposano la Lega, sono “compagni” di Salvini, no?) dei gruppi consiliari di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna fanno un documento congiunto per sostenere la Secessione dei ricchi promossa dalla Lega. I nomi di costoro saranno ricordati nei libri di storia, quando si racconterà la fine dell’Italia e ci si chiederà il perché: per soldi, esattamente la ragione per cui si fece finta di unirla, approfittando degli ideali di pochi illusi e sognatori (come spiegò Indro Montanelli, dichiarandosi lui stesso tale) e della distrazione e della piccola convenienza (vedi i muti esponenti meridionali dei partiti) di tutti gli altri.
Questo è lo schema del nostro Paese (Sud colonia interna del Nord), e per questo, la politica è geografia a Nord e ideologia a Sud. Dalla spoliazione del Regno delle Due Sicilie a oggi, la costante storica è: il Nord si divide in “partiti nazionali”, ma agisce compatto a proprio vantaggio e contro il Mezzogiorno. Già un secolo fa, lo stesso Gaetano Salvemini non ne poteva più del fatto che se c’era sciopero nazionale per i diritti degli operai del Nord, i braccianti del Sud aderivano; se si doveva farlo per i braccianti, gli operai andavano a lavorare e li lasciano soli.
La vicenda dell’Autonomia-Secessione con cui garantire al Nord risorse e privilegi negati al Sud, richiesta da Veneto-Lombardia-Emilia Romagna e altre a seguire (persino, incredibile, da un paio di Regioni del Sud che vorrebbero accodarsi: come chiedere al boia: «C’è posto anche per me?», «Certo!», risponde quello, indicando il ceppo su cui poggiare la testa) è l’ultimo atto di una guerra ai meridionali condotta prima con le armi, poi con la politica e la rapina della Cassa dello Stato, in cui tutti versano e da cui solo il Nord può attingere (guardate la mappa degli investimenti pubblici, delle “grandi opere” a puro scopo di tangente, come il Mose, tratti dell’alta velocità doppioni di altre linee, Centri di ricerca…, tutto solo a Nord e con soldi pubblici).
Decine di docenti universitari hanno dimostrato che tale presunta Autonomia e vera Secessione è la fine dello Stato chiamato Italia. Ok, se è questo che si vuole, si fanno i conti, e ognuno per i fatti suoi. Ma non con l’ultimo furto. Veneto e complici, infatti, mirano ad andarsene fottendo la cassa e lasciando ad altri il debito, che è stato fatto per ingrassare loro (al Sud, manco le strade, niente alta velocità o niente treni e basta).
È un insulto, ma loro vincono, perché sulla rapina sono tutti d’accordo: infatti, per il Sud, non c’è differenza (a parte brevi eccezioni, subito soffocate, all’inizio del Novecento e dopo la seconda guerra mondiale) fra governi storici e attuali, di centrodestra, centrosinistra, fascista e gialloverde (i cinquestelle cui il Sud aveva affidato le sue speranze con una valanga di voti, provano a fermare la Torino-Lione, ma altri inutili alberi della cuccagna vengono confermati, incluso il disastroso Mose e il Terzo Valico Genova-Milano, mentre si lasciano in piedi i mostri che uccidono il Sud, dall’Ilva alla Tap).
I generosi tentativi di mettere in piedi una forza meridionalista che sostenesse le ragioni del Sud sono tutti naufragati contro risultati elettorali minimi, per frammentazioni ideologiche o conflitti fra aspiranti leader. Il che non è male, perché il conflitto democratico ci vuole, ma portato all’estremo, salva i leader, non importa se di pochi, e distrugge il progetto comune. Ma c’è il progetto comune? Sì, forse, ma generico: dal “riscatto” alla “rinascita”, passando per prima questo, no prima quello; e nell’indecisione fra questo e quello, né questo né quello.
E se provassimo con le Formiche? Ci diamo un appuntamento a breve da qualche parte, chi c’è c’è e si parte? Ditemi la vostra. Chi ci sta?