GUARDIAMO GLI INVISIBILI, NON ESISTONO ANCHE SE VIVONO TRA NOI

 

 

DI CLAUDIA PEPE

Esistono persone, persone che lavorano, che si danno da fare, persone che vivono una vita apparentemente tranquilla. E ci sono anche tante persone invisibili: tante volte, noi li vediamo e li scansiamo per non affrontare la nostra coscienza. Ci sono i migranti, che ormai sono diventati pasto di pesci a cui la carne umana è diventata più familiare delle onde che li sospingono nelle correnti. Ci sono i diversamente abili che ogni giorno affrontano la resilienza senza che nessuno se ne accorga.
Ci sono le giovani di colore che diventano prostitute per un miraggio di vita, illuse, sedotte e violentate. Ci sono anziani che con la solitudine parlano asciugandosi gli occhi. Accompagnati da badanti, manichini imbalsamati nei loro sarcofagi eretti da una dignità scordata nei pensieri del passato. Ci sono ragazzi drogati, quelli che la vita li ha minacciati, li ha sconfitti, li ha illusi nelle loro camerette scure. Persone che esistono nelle periferie delle nostre anime, nei punti più oscuri delle nostre ordinarie follie. Gli invisibili: i clochard che ti danno fastidio per quel loro senso di libertà e di movimento ostinato, incuranti dei giudizi della gente “per bene”, quella gente che si rivolge a loro come ci si rivolge alle deiezioni dei loro cani. Gli invisibili sono quei ragazzi bullizzati, indifesi e lasciati agonizzare nella loro paura di esistere. Quei ragazzi che per un oscuro gioco della mente diventano anoressici, bulimici. Ragazzi che si tagliano il corpo per sentire il loro dolore uscire, ragazzi che bevono per scolare sempre più giù la loro vita. Invisibili lo sono per chi parla con loro senza inchinarsi a guardare i loro occhi. Noi insegnanti, ogni giorno ci scontriamo, ci incontriamo amorevolmente con gli invisibili che tante volte hanno anche famiglie invisibili. Ma c’è anche un’invisibilità che tanti non vedono. L’invisibilità del bene, quell’operare l’empatia, quella che ti guarda negli occhi e ti fa sorridere. Noi insegnanti, potremo narrare tante storie bellissime, di condivisione, di aiuto, di com-passione, di inclusione. Storie che accadono ogni giorno, ma non abbastanza da far emergere il bene dal male. Perché come dice Primo Levi:
” Esiste un contagio del male: chi è non-uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione”.
Le nostre classi tempi di emozioni, di ricordi, di immagini legate ad ognuno di loro. Le classi della nostra scuola, con i banchi che raccontano la loro storia, le loro risate, e i momenti in cui guardano dalla finestra le striscie degli aerei che compongono disegni in cui rincorrono il divenire. Questo è il nostro cuore, cresciuto in questo ambiente non sempre accogliente ma vivo grazie alle loro parole, ai loro viaggi, alle loro passioni. Ci sono ragazzi invisibili, ma nei limiti umani, noi insegnanti, cerchiamo sempre di trovare il tempo dell’ascolto, il momento di una parola sommessa, le occasioni dove le parole, gli assensi, i silenzi e le lacrime raccontano le loro realtà. Quante volte mi è capitato di vivere l’invisibilità, farla mia e giorno dopo giorno insieme ad uno sguardo, ad un incoraggiamento e a delle risate nate dalla bellezza della gioventù, il freddo è diventato tepore. E mentre ti abbassi per appoggiare una mano sulle spalle, ti accorgi di raccogliere un viso rivolto a terra, ti accorgi di un pianto sorretto da mani che cercavano solo le tue per scaldarsi. Ecco, parliamo di ragazzi che indubbiamente soffrono, ma non dichiariamoli morti. Loro sono lì per affermare che la loro vita conta, che non vogliono diventare invisibili. E lo sanno, perché toccandosi il petto sentono il battito del loro cuore.