IL SUMMIT DEI FURBETTI E LA VITTORIA DEL GENERALE HAFTAR

DI ALBERTO NEGRI

C’era un’aria da furbetti di provincia alla conferenza di Palermo sulla Libia. Di provincia perché a questo summit mancavano quelli che contano sulla scena internazionale: Trump, Putin, Merkel e Macron. Di furbetti perché gli americani, non volendo partecipare a questa esibizione, pur avendo Trump fatto una promessa al premier Conte, hanno mandato un sottosegretario, neppure il capo del dipartimento di Stato Mike Pompeo.

La parata dei furbi

Ma furbetto è stato anche il premier Conte, che ha cercato di mettere insieme tutti, sapendo bene di scontentare qualcuno e infatti la Turchia se ne è andata sdegnata abbandonando con il vicepresidente turco, Fuat Oktay, Villa Igea prima della fine. Anche i turchi, per la verità, fanno i furbetti: con il Qatar sostengono da anni i Fratelli Musulmani e pure i gruppi jihadisti libici che hanno usato nella guerra contro Assad in Siria. Senza contare che proteggono Khalifa Al Ghweil, ex premier che ha tentato di far fuori Fayez Al Sarraj, attuale capo del governo di Tripoli insediato con l’aiuto degli italiani.

Il filo rosso Italia-Qatar

Più defilati sono stati i qatarini, e ci mancherebbe: vendiamo a Doha miliardi armi (navi Fincantieri) e gli abbiamo dato una mano quando i sauditi li hanno ostracizzati proprio per la storia dell’appoggio ai Fratelli Musulmani. Ma soprattutto il Qatar ha miliardi di investimenti in Italia e ci tiene molto a proteggerli. Il più furbetto di tutti però è stato il generale Khalifa Haftar, padrone della Cirenaica, che con la pantomima del vengo e non vengo è riuscito a diventare il protagonista di questa kermesse libica. Non solo. Haftar, pur avendo rifiutato di partecipare ai lavori ma solo agli incontri bilaterali, ha fatto la figura del “pacificatore” con la stretta di mano al premier del governo di Tripoli Fayez al Sarraj. In poche parole Haftar ha snobbato la conferenza ma si è portato a casa l’attenzione e di tutti e la stima di Conte che lo ha pubblicamente elogiato.

Niente firme niente impegni

Cosa si è deciso al summit? Niente che non si sapesse già. A Palermo nessuno ha firmato niente e nessuno si è impegnato davvero su nulla. Per sua gentile concessione il generale avrebbe dichiarato che Sarraj può restare la suo posto fino alle elezioni, essendo state rinviate quelle di dicembre come avrebbero voluto Parigi e Tobruk. Ma al di là dei sorrisi forzati e della suspense per l’arrivo di Haftar, la conferenza non ha fatto altro che ribadire quanto già presentato l’8 novembre all’Onu dall’inviato Ghassam Salamé: convocare un vertice con la pretesa che questo basti a risolvere una crisi è di per sé sbagliato, pensare poi che le fazioni libiche, dalla Tripolitania alla Cirenaica, abbiano raggiunto un’intesa è velleitario. E a dire il vero lo stesso premier Conte ha messo le mani avanti, anche per mascherare colpe non sue: l’Italia in Libia nel 2011 ha subito la sua più grave sconfitta dalla seconda guerra mondiale e poi ha contribuito ad abbattere il suo maggiore alleato nel Mediterraneo partecipando ai raid della Nato. Sulla sponda Sud siamo, da tempo, poco credibili.

Le sorti di Nordafrica e Medio Oriente

Dietro alle dichiarazioni in apparenza distensive, in realtà si sta svolgendo una delle più accese battaglie non solo per le risorse energetiche e finanziarie della Libia ma per la sorte dello stesso Nordafrica e Medio Oriente. L’asse Haftar-Russia-Francia-Egitto vuole far fuori i Fratelli Musulmani _ detestati anche dall’Arabia Saudita che finanzia tutti _ che partecipano al governo di Tripoli. Gli stessi Stati Uniti, come l’Onu riconoscono ufficialmente Tripoli ma diffidano del governo Sarraj. Con l’Eni l’Italia ha i suoi maggiori interessi petrolieri e del gas in Tripolitania (gasdotto Greenstream) ma allo stesso tempo ha capito l’aria che tira e deve riposizionarsi: per questo abbiamo steso il tappeto rosso da Haftar. Non si sa mai che nella partita dei furbetti portiamo a casa qualche cosa.

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