ONU, IL RISCATTO DELL’ITALIA. A VIENNA IL TRIONFO DELLE DONNE CHE NON AMANO LA MAFIA

DI NANDO DALLA CHIESA

Dite la verità: ma ne sapevate qualcosa? Mentre la Corte Europea ci bacchetta per Provenzano, curato in strutture sanitarie come a nessun carcerato malato accadrebbe; mentre scopriamo che la ‘ndrangheta fa affari indisturbati nel Nord Europa, Danimarca compresa; le Nazioni Unite a convegno a Vienna hanno deciso (così pare) di fare le cose sul serio e di iniziare a monitorare, quindici anni dopo la firma dello storico accordo, lo stato di attuazione della Convenzione di Palermo. Sì, quindici anni dopo. In memoria del giudice -sempre lui, Giovanni Falcone- che nel 2000 diede anima e fiato alla Conferenza contro il crimine organizzato nonostante l’avessero ucciso otto anni prima. E’ stato adottato un “meccanismo di revisione”. Un patto di verifica reciproca tra i paesi: vediamo se ci crediamo davvero in ciò che scriviamo sulla lotta alla criminalità organizzata. Nel maremoto un po’ fetido che scuote i continenti è comparso un barlume di serietà, una piccola luce di ottimismo.

E l’Italia? Proprio l’Italia che premia gli evasori e manda in prescrizione i processi, è stata in questa vicenda il lievito autentico, il paese che più ha operato, a colpi di diplomazia e di cultura giuridica, perché si facesse sul serio. Brutto anatroccolo in Europa, sugli scudi alle Nazioni Unite. L’Italia con la sua ambasciatrice e i suoi magistrati, ma anche con due giovani funzionarie, immagine delle nostre nuove generazioni che esportano legalità. Tutte e due all’Ufficio Onu contro la Droga e il Crimine (UNODC), per un anno hanno messo, giorno per giorno, la loro silenziosa passione al servizio di questa causa. Si chiamano Flavia e Maria Cristina. La prima toscana, provincia di Massa Carrara, “dove ho lasciato i genitori e Jackie, un magnifico boxer”, un po’ più adulta, master in relazioni internazionali e in legge ad Amsterdam, e poi incarichi a Cuba, a New York, all’Aia. L’altra meridionale di Milano e con laurea in diritto internazionale a Ginevra. Le ho viste nel settembre dello scorso anno mentre seguivano i lavori di un piccolo comitato incaricato di dare ai paesi membri l’idea di una nuova prevenzione. Maria Cristina come coordinatrice di un progetto dal nome ammiccante, “Scherlock”, il compito di tracciare in un data base le azioni degli Stati per promuovere la convenzione di Palermo. Flavia con il suo incarico nell’Organized Crime Branch, la prevenzione come educazione alla giustizia: dei bambini, dei ragazzi, degli studenti universitari. Lontano dagli stereotipi che vogliono il criminale sempre figlio di emarginati e famiglie separate. Ascoltavano, prendevano nota, tradivano consenso entusiasta o intime perplessità con un solo moto di sopracciglio. Impercettibilmente facevano il tifo per il salto di qualità nella lotta al crimine. Nelle pause caffè domandavano riferimenti bibliografici.

Soprattutto si entusiasmarono all’idea che la criminalità organizzata potesse essere combattuta sperimentando strade diverse, anche con il teatro per esempio. E così hanno voluto vedere spezzoni, riprese di spettacoli fatti in Italia. Ed è venuta loro in mente l’idea assurda di portarne uno alla nona conferenza contro il crimine organizzato. Hanno scelto “Dieci storie proprio così” di Giulia Minoli, di cui questa rubrica già ha parlato. E hanno fatto con la loro dirigente finlandese, Rikka Puttonen, una scommessa: mandare in scena lo spettacolo nella giornata di apertura. Non in italiano ma in inglese. Ma noi recitiamo usando il dialetto, non si può tradurre, semmai i sottotitoli. Ma quali sottotitoli, non è cinema. Ma quale dialetto, queste parole devono potere andare in giro per il mondo. Alla fine lo spettacolo si è fatto, in una sala gremita: a voi le mafie. L’ha aperto il ministro della giustizia italiano, Alfonso Bonafede. E le attrici e gli attori napoletani, dopo mesi di prove, hanno sfoggiato un inglese perfetto. Flavia Romiti e Maria Cristina Montefusco se ne stavano nell’angolo delle tecnologie, a curare che non ci fosse una sbavatura.
E improvvisamente, tanti hanno poi detto, è entrato nella settimana decisiva il “soffio dell’Italia”, quella ventata di novità, l’energia di quella performance irrituale. Che l’ambasciatrice Maria Assunta Accili ha condotto alla fine verso un risultato da 1-X-2: l’approvazione dei meccanismi di revisione. Perché esiste anche un’Italia colta e responsabile (e molto femminile), che non confonde sguaiatezza e innovazione. Che lavora tenacemente per un granello di civiltà in più. Come Flavia. O Maria Cristina, ex scout dai sentimenti antimafiosi.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 29.10.18)