DECRETO SICUREZZA. ANCHE SUI BENI CONFISCATI, SVISTA DEI 5 STELLE?

 

DI MARINA NERI

 

In fila, assistono costernati allo scempio del Diritto da parte dello Stato che li uccide per la seconda volta, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino.

Il primo fu il firmatario nel 1982 della proposta da cui, poi, scaturì il testo della legge che porta il suo nome e che introdusse nel codice penale il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso ( art. 416 bis), e la norma per la confisca dei beni ai mafiosi.

Gli altri tre collaborarono alla stesura del testo di una legge, la n. 646/1982 che divenne vangelo nella lotta alla mafia. Il primo pagò con la vita l’oltraggio a Cosa Nostra, gli altri lo seguirono sulla via del martirio, lasciando sull’asfalto la scia del loro sangue.

La Legge La Torre rappresentò una pietra miliare per gli inquirenti e fu frutto di un guizzo geniale, una trovata insuperabile atta a minare nelle fondamenta lo strapotere mafioso. Fu espressione della volontà di affermare la presenza dello Stato in terre di confine, avamposti di illegalità, crogioli di malaffare. Trasformò i segni tangibili dello strapotere mafioso in opportunità per la collettività, in alternative di progresso e sviluppo nei territori di riferimento.

Anni dopo, su proposta dell’Associazione Libera, fu aggiunta alla normativa la previsione “ del riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie”; veniva varata, così, la normativa recante il n. 109/1996. Con questa normativa la serrata lotta alle mafie conobbe uno strumento implacabile: l’aggressione del patrimonio dei boss e l’annientamento della loro forza intimidatoria, della loro potenza e credibilità. Lo Stato, finalmente, alzava la testa, la voce e, codice alla mano, rendeva la società civile protagonista nella lotta contro la mafia. La parte sana della società, cooperando, interagendo, si riappropriava dei beni costati lacrime e sangue in termini di uccisioni e dignità.

I beni sottratti alla malavita organizzata tornavano finalmente a dare dignità alla parola Legalità e venivano assegnati alle scuole, ai centri di aggregazione sociale, alle caserme, in una parola, agli avamposti di Diritto. Il pool antimafia dell’epoca, i procuratori odierni impegnati in prima linea, ritengono che proprio l’attacco ai patrimoni costituisce un deterrente essenziale, un’arma potentissima atta a smorzare la forza della corruzione e di intimidazione di cui godono le organizzazioni criminali.

Per molti anni, grazie anche alla creazione dell’Agenzia per i beni confiscati, atta a dare direttive univoche in merito alla gestione e ricollocazione degli stessi, lo Stato è riuscito a colpire in maniera spietata i boss attraverso la confisca dei beni di provenienza illecita. Il riutilizzo pubblico e sociale fu la piu’ grande vittoria sulle mafie degli ultimi anni, proprio perché si riaffermò un principio che appariva desueto: la Legalità.

I tecnici del diritto hanno chiesto spesso che la norma fosse perfezionata, modernizzata, resa più fluida proprio come fluidi erano i meccanismi comportamentali della piovra. Il Contratto di Governo giallo-verde, nella parte dedicata alle mafie ha sottolineato proprio questo aspetto: “bisogna implementare gli strumenti di aggressione ai patrimoni di provenienza illecita, attraverso una seria politica di sequestro e confisca dei beni e di gestione dei medesimi, finalizzata alla salvaguardia e alla tutela delle aziende e dei lavoratori prima dell’assegnazione nel periodo di amministrazione giudiziaria”. Intento nobilissimo, ma solo enunciato nel contratto, di fatto disatteso nella sua estrinsecazione normativa con il decreto. Il Contratto di Governo ha scattato una fotografia impietosa sulla realtà delle aziende ed attività produttive in genere in mano alle ” ‘ndrine” che in alcune zone del paese rappresentano ancora fonti uniche di erogazione del lavoro e, quindi, produttrici di PIL. Amara disamina sulle condizioni di quelle stesse imprese nel momento in cui lo Stato si riappropria del maltolto, le pone in amministrazione giudiziaria, e per l’eccessiva burocatizzazione, spesso per mancanza di formazione manageriale degli amministratori medesimi, quelle stesse floride attività, languono e poi muoiono, gettando sul lastrico non solo l’imprenditore mafioso, ma tutto un indotto di persone e iniziative gravitanti attorno ad esse. Il malfunzionamento del meccanismo, le sue pecche e le sue lacune, fanno gridare desolatamente le famiglie disperate e senza lavoro: “la mafia imprende, lo Stato sopprime!”

L’urlo lacerante è la negazione del principio stesso per cui l’istituto nasce! Rappresenta l’affievolimento della percezione della legalità. Da qui l’esigenza dei correttivi evidenziati nel contratto di governo a sfondo giallo-verde; ma tra il dire ed il fare si sa, c’è di mezzo il mare.

E la soluzione in concreto prospettata, appare, nel significato fatto palese dalle parole, peggiore del male. Il decreto c.d. Sicurezza varato dal governo, blindato col voto di fiducia, approvato ieri dal Senato, in attesa del vaglio della Camera, costituisce un chiaro esempio di normazione all’italiana.

Preceduto da proclami ed entusiastiche definizioni, non rappresenta in realtà, secondo opinioni autotevoli di esperti in materia, un valido strumento di contrasto alle mafie. Anzi, l’approccio soft, quasi edulcorato, pare evidenziare che in Italia l’argomento ” mafie” sia un film ormai giunto al suo epilogo, con un lieto fine preconfezionato ad usum della politica più scaltra.

Quella che usa ruspe contro inermi, che lancia strali contro comodi untori, che si bea del timore dei deboli e si fa piccola, quasi ossequiosa, dinanzi allo strapotere mafioso. Il decreto sicurezza, minuzioso nella parte relativa alla immigrazione e company, diviene asettico, quasi striminzito nella parte dedicata alla lotta alle mafie.

Prevede una riorganizzazione dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati e la possibilità che questi beni, di solito assegnati in concessione o con canone agevolato ad enti, associazioni, scuole, per finalità pubbliche, possano essere collocati sul mercato attraverso la vendita all’ asta ai privati.

Privati in competizione con enti sociali sul campo del Mercato. Questa la traduzione simultanea delle norme di cui al decreto. La mafia che uccide raramente ormai, ma che imprende, intraprende e permea di sé interi settori dello Stato e della economia, indirizzando, col potere del voto di scambio la politica di un paese, fa meno paura dell’immigrato, divenuto, suo malgrado, panacea dei mali di un popolo.

Non si sono ancora affievolite le polemiche sulla ventilata ipotesi della cancellazione dell’art .41 bis ( carcere duro per i mafiosi) serpeggiata nella scorsa legislatura, che ecco un nuovo prelibato piatto servito ai boss delle varie latitudini: i privati possono acquistare all’asta i beni confiscati alle mafie!

Sicuramente i padri e i redattori del decreto non hanno mai sentito parlare di : prestanomi. Il rischio elevatissimo che si viene ad ingenerare con questa disposizione normativa è quello di infiltrazioni mafiose nella vendita.

E l’Agenzia, soggetto super partes nella gestione dei beni, atto a ripartire le entrate equamente tra Ministero dell’Interno e Ministero della Giustizia, diviene con il decreto medesimo, parte attiva nelle operazioni di vendita all’asta. Alla stessa, infatti, verrebbe riconosciuto il venti per cento del ricavo ottenuto dalla vendita. Spontanea la riflessione: potere contare su utili provenienti da una vendita a privati, fa passare, ovviamente, in secondo piano ogni attività’ tesa a promuovere il riutilizzo pubblico per finalità sociali del bene.

Libera, il mondo delle associazioni, tecnici del diritto sono insorti facendo rilevare che la possibilità di vendita all’asta aperta ai privati, deve essere considerata solo una extrema ratio, deve avere vincolo di destinazione di riutilizzo dei beni nel sociale altrimenti essa rappresenta solo un ennesimo regalo alle mafie.

Per Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, da sempre in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta “le nuove norme sono piccola cosa, robetta…Le riforme strutturali da fare nel mondo della giustizia, della sicurezza, sono radicali e per fare quelle ci vuole tanto coraggio, tanta libertà, tanta volonta’ ”

Anche nella genesi di questo decreto sicurezza si palesa una svista da parte dei Cinque Stelle?
Cedere alla logica del profitto tout court, perdendo di vista la considerazione che lo Stato non è una SpA, essere miopi dinanzi alla potenza di corruttela delle mafie che detengono la loro forza insita nel loro patrimonio, significa abdicare al ruolo di Stato Pater, garante della legalità. Significa rinnegare i principi di Autorevolezza e Credibilità, pilastri cardine del vivere civile, significa cedere alla logica del ricatto che non ha più’ bisogno delle stagioni stragiste per manifestarsi: basta un’asta!

Uno, due, tre: aggiudicato!
E il bene immobile confiscato torna nell’illegalità da dove è partito.
Tutti felici e contenti. La mafia non esiste! Non è un problema. Nell’era delle ruspe essa è solo un vago e lontano ricordo. Per capirlo basta essere forti con i deboli e deboli con i forti, in perfetto gattopardismo italico.