LA VERA STORIA DI DANÌ DANIEL E LA SQUALLOR ERA

DI GIORGIO FOCAS

Gli Squallor, formazione nata nel 1969 e composta da Daniele Pace, Alfredo Cerruti, Totò Savio e Giancarlo Bigazzi – personalità più che autorevoli nel mondo della musica e della discografia internazionale – rientrano a pieno merito nella schiera assai esigua dei casi assolutamente inclassificabili – instoricizzabili, avrebbe chiosato Carmelo Bene – appartenenti alla storia della comicità, della musica, e, più generalmente, ai percorsi d’avanguardia del ‘900 italiano. “Dei dadaisti”, per dirla con Achille Bonito Oliva, che qualche anno fa ha preso parte alla realizzazione di un appassionato documentario sul caso, a firma Michele Rossi e Carla Rinaldi, e che vede, tra gli altri, i contributi di Massimo Ranieri, Caparezza, Renzo Arbore, Diego Abatantuono Mara Maionchi, Nino Frassica, Tullio De Piscopo, Lillo e Greg, Stefano Bollani e Orietta Berti. 

I 14 LP incisi dal gruppo dal 1972 al 1994 rappresentano quanto di più avveniristico, provocatorio, politicamente scorretto e di rottura abbiano prodotto ad oggi l’umorismo in Italia e, su larga scala, il panorama artistico europeo, sfiorando delle vette inarrivabili di surrealismo, demenzialità e – fuor da ogni aspettativa e facile previsione – di malinconica poesia.

Sul finire degli anni ’60 i quattro, esasperati dal lavoro autoriale e produttivo al servizio dei cantanti più commerciali (da precisare che Alfredo Cerruti si era guadagnato la direzione artistica del colosso CGD), mossi da profonda amicizia e da uno spirito goliardico non comune, sono stati in grado di dar vita quasi sempre a sounds accattivanti, atmosfere visionarie, testi destrutturanti, nell’intercettare puntualmente le frequenze di un linguaggio unico e irripetibile. Se nel cosiddetto, attuale, universo mainstream non c’è quasi più nessuno a citare le loro gesta e a riscoprirne degnamente l’opera, è perché quelle proposte appaiono ancora oggi, indomabili, eccessive, provenienti da un futuro che non è più in programma, rimandato alacremente dalla contemporaneità disperata.

Daniele Pace e Alfredo Cerruti sul set di Uccelli d’Italia

Degli Squallor, Daniele Pace (autore di molti tra i successi maggiormente celebri della musica leggera italiana) è stato sicuramente l’anima poetica. Attribuibili a lui e ad Alfredo Cerruti, con molta probabilità, le trovate più geniali: da 38 Luglio, brano reso noto da Luciano Salce  e Bice Valori nel programma radio Schif Paradeche assegnava a ogni puntata il premio Pattumiera d’oro a questo curioso singolo – a “Ti ho conosciuta in un clubs, eri bellissima, avevi un solo difetto, non c’eri” L’ammirazione profonda che nutro per il sottovalutato poeta e raffinato umorista Pace, prematuramente scomparso nel 1985 – peraltro anno di maggior successo del gruppo (reduci da Arrapaho e Uccelli D’Italia, film prodotti e dirette rocambolescamente da Ciro Ippolito) – mi ha portato a fare due chiacchiere con uno dei suoi figli, Attiliomusicista e produttore in Milano.

Come e quando nasce artisticamente tuo padre?

Mio padre inizia a suonare da ragazzo, dividendosi tra la sua passione per la musica e lo studio. Mio nonno Attilio lo voleva “sistemato” e laureato, capelli corti e una carriera nelle assicurazioni, di cui era un dirigente. Tuttavia, frenare la sua creatività era impossibile e così iniziò a scrivere canzoni e suonare in giro per locali e, subito dopo, sulle navi.

Silvio Berlusconi ha recentemente dichiarato in più occasioni (specie nel corso dell’Intervista di Costanzo), che il suo nome d’arte come cantante fosse Danì Daniel. Si dice che conoscesse bene tuo padre e che suonassero insieme. E’ verosimile l’ipotesi che il Cavaliere abbia adottato successivamente questo soprannome come omaggio verso l’amico di gioventù Daniele Pace? 

Si conoscevano e ricordo di racconti dove assieme suonavano sulle navi in un complessino. Mio padre era il cantante e Berlusconi suonava il piano. Questa cosa mi fu confermata nel 2006. Ero in vacanza in Sardegna e una sera entrò Berlusconi nel ristorante dove stavo cenando. Mi alzai per salutarlo e per dirgli chi ero. Mi invitò a Villa Certosa in occasione di una festa. Venne a prendermi con la golf cart all’entrata. La villa era talmente grande che era impossibile girarla a piedi senza perderci per ore. In seguito, mentre assaggiavamo il buffet, mi mise un braccio sulla spalla e chiamò a sé le persone presenti. Si formò un capannello come sempre quando intratteneva gli ospiti. Disse: «Sapete chi è lui?  Il figlio di Danì Daniel, io e suo padre suonavano assieme da giovani sulle navi, Danì Daniel era il cantante che con la sua erre moscia e il suo carisma, interpretando canzoni francesi,  mi fregava tutte le ragazze!». Non so se in questo periodo si stia assumendo arbitrariamente quel nome con l’intento di omaggiare mio padre, ma ricordo che aveva un certo piacere nel raccontare questi aneddoti e un po’ di malinconia…

Quindi mi stai dicendo che Danì Daniel era Daniele Pace, e non, come sosterrebbe ufficialmente Berlusconi il suo nome d’arte da giovane, e che Silvio ora si stia appropriando di quel nome?

Esatto. Comunque ci sono abituato. Pensa che Malgioglio ha spacciato come sua la canzone Mi Sono Innamorato di Tuo Marito,  in realtà il testo in italiano è di mio padre su musica brasiliana!

berlusconi-jerry-cala-smaila-foto-d-epoca-702219Umberto Smaila, Silvio Berlusconi e Gerry Calà

Quando Daniele Pace ha iniziato a coltivare la sua particolare ironia e quel sarcasmo che hanno caratterizzato la cifra stilistica degli Squallor?

Non credo si possa coltivare “l’essere Squallor”. Squallor non è solo un gruppo musicale, ma un vero e proprio stile di vita. Significa vivere col sorriso, affrontare tutto con un senso di goliardia e di allegria continua, senza mai prendersi troppo sul serio e pensando che la vita è una e bisogna viverla con spensieratezza. Come ha dichiarato Bigazzi nel corso di un’intervista: «se nella vita incontri gli Squallor sei fortunato».

46456160_283944805580394_466855025155506176_nDaniele Pace nel film Uccelli d’Italia

Trovo che Vitamina C, il disco da solista di tuo padre, sia un vero capolavoro.    

Vitamina C è un disco pazzesco. Ancora oggi, a distanza di 40 anni, un culto. Ne ho vissuto la realizzazione in prima persona. Ricordo ancora il Castello di Carimate dove fu registrato…  In particolare il brano Vaffanculo, quando dice nel corso dell’incisione «Questo qua è’ tutto gasato… va be’!». Freddy Naggiar che all’epoca era il capo della Baby Records, lo convinse  a realizzarlo. Mio padre di cantare in giro e prendere aerei non ne aveva voglia, aveva una paura pazzesca di volare. Proprio per i 40 anni di Vitamina C sto organizzando una specie di ritrovo per febbraio al Circolo del Cinema Dino Risi di Trani.

Ha mai assistito alle leggendarie incisioni notturne in studio? 

Ho assistito a diverse registrazioni. Erano nottate dove rischiavi il mal di pancia dal ridere. Iniziavano intorno a mezzanotte, senza prevedere minimamente cosa sarebbe successo. Poteva accadere di tutto. Spesso vedevi entrare personaggi del mondo della musica che facevano la fila per assistere dal vivo a quelle registrazioni. Ricordo Red Canzian entrare una sera in studio, per poi scoprire, anni dopo, che era stato l’autore di una serie di rutti che montarono su un pezzo mai uscito, a quanto pare avrebbe scandalizzato il porporato! Ricordo una sera mio padre fare uno scherzo a Bigazzi, toscanaccio dalla “maremma maiala”  facile: scrisse con un gessetto sul muro “Bigazzi: Pressione minima: 150, Massima 330” . Quando Giancarlo entrò in studio e lesse riconobbe subito l’autore ed esclamò: «Daniele, ma vaffanculo va!»,  in dialetto toscano, proprio come la scena con la slitta nel film Arrapaho. Sono cose che raccontate così non rendono l’idea. Ti assicuro che tentare di spiegarle, per quanto ci si provi, non sarà mai abbastanza al fine di rendere un’idea precisa su quelle situazioni.

Alfredo-Cerruti-800x800Alfredo Cerruti e Caterina Caselli

Tuo padre portava anche nella vita familiare quel mood e quelle creazioni paradossali? 

Mio padre era mio padre. Per me era la normalità, non ci facevo caso. Ridere, essere sempre allegri era una cosa che faceva parte della nostra quotidianità. Mi resi conto del reale valore di quel mondo il 24 ottobre 1985, giorno in cui morì. Realizzai su quanto fossi stato fortunato ad avere avuto un papà così, e non mi riferisco a quanto abbia prodotto artisticamente, ma alla persona che era. A distanza di 33 anni viene ancora ricordato con amore e rispetto, anche da persone che all’epoca non erano neppure nate. Su Facebook ci sono gruppi e pagine nate per omaggiarlo.