LIBIA, L’ITALIA C’È. UN PASSO AVANTI

DI FULVIO SCAGLIONE

Solo l’Italia, Paese in cui l’idea che esista un interesse della nazione e non solo del campanile resta indigeribile ai più, poteva affrontare un tema cruciale quale la stabilizzazione della Libia come un battibecco da stadio. Per giorni gli avversari del cosiddetto asse giallo-verde hanno gufato perché la Conferenza di Palermo, fortemente voluta dal governo Conte, andasse in malora, anche se ciò avrebbe potuto nuocere a tutti noi. Tonnellate d’inchiostro sono state consumate per esaltare le mosse di Emmanuel Macron, degno erede dei Sarkozy e degli Hollande, che in Libia ne hanno fatte di tutti i colori senza mai azzeccarne una. Per non parlare dei commenti finali, molti dei quali basati sulla convinzione che, poiché in Libia non hanno cominciato a scorrere fiumi di latte e miele e le armi non si sono mutate in vomeri, la Conferenza di Palermo sia stata un fallimento.

La Conferenza, in realtà, non è stata un successo (se con questo termine intendiamo un incontro capace di mutare gli equilibri sul campo) e nemmeno un insuccesso. E non c’è nulla di strano, la storia della diplomazia è ricca di questi paradossi. Basta pensare, per fare solo un esempio, agli infiniti accordi e disaccordi tra israeliani e palestinesi. Era quindi ridicolo aspettarsi che il puzzle di tribù, clan, bande armate e interessi internazionali, mandato in pezzi con la folle guerra del 2011, si ricomponesse di colpo a Villa Igea. Coloro che pretendevano un esito di questo genere e ora parlano di fallimento, sono quasi sempre gli stessi che esaltarono la missione anglo-franco-americana contro Gheddafi, il che è tutto dire. Un tipo come il generale Haftar, che guida la forza militare più potente, ha il sostegno di Egitto, Francia e Russia e quindi si sente a un passo dal potere assoluto, poteva firmare questa o quella carta? Ovvio che, a parte qualche stretta di mani per i fotografi, abbia fatto di tutto per smentire ogni propensione all’accordo. La stessa cosa vale per la Turchia, che ha colto il minimo pretesto e ha ritirato la delegazione, e il Qatar, ma per opposte ragioni: loro sostengono i Fratelli Musulmani che fronteggiano Haftar, se lui fa il duro loro devono fare altrettanto.

Il vero pregio della Conferenza di Palermo è di essere stata comunque realizzata. E di essere stata realizzata in Italia, il Paese più degno di ospitarla. Abbiamo con la Libia una relazione storica che nessuno può eguagliare e che si è confermata anche con la Libia atomizzata post-2011. Ai tempi di Gheddafi, estraeva 1,6 milioni di barili di petrolio al giorno. Di questi, 267 mila barili di petrolio (sugli 1,6 milioni estratti ogni giorno dai pozzi libici) prendevano la via dell’Italia attraverso l’Eni. Nel 2015, con la produzione crollata a 400 mila barili al giorno, più di 350 mila venivano distribuiti dall’Eni che, di fatto, è l’unica grande azienda ancora capace di muoversi in Libia. Piaccia o no, siamo anche il Paese che più ha trattato con la Libia di Al-Sarraj, anche sulla complessa questione dei flussi migratori. Vero, il suo Governo, anche se è l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, conta poco sul campo. Averci a che fare, però, ci ha dato una conoscenza della situazione che pochi altri Paesi, comunque nessuno tra quelli europei, possono vantare. Cosa che forse spiega anche certe bizze del generale Haftar, le cui milizie sono le prime a lucrare sul traffico di esseri umani in arrivo dall’Africa subsahariana. Detto questo, a Palermo non è finito nulla. Non la guerra per bande, non l’anarchismo tribale, non l’influenza dei signori della guerra di questa o quella città libica. E nemmeno è stata sanata la ferita più infettiva, che coinvolge anche la Turchia e l’Egitto: la rivalità tra Haftar e i Fratelli Musulmani, rappresentati al più alto livello (uno dei loro leader, Khalid al-Mishri, è presidente dell’Alto consiglio di Stato libico) anche nella compagine che sostiene Al-Sarraj. Ma è cominciato qualcosa, che in ogni modo ci vede protagonisti. Chi cerca colpi di scena e successi facili si metta comodo: il travaglio della Libia andrà avanti ancora per molto e non c’è Paese in giro abbastanza furbo o forte da bruciare e tappe.

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