PETER GREENAWAY, L’UNICO VERO RIVOLUZIONARIO DEL CINEMA

DI GIOVANNI BOGANI

 

Ha esplorato i confini del cinema, ha esplorato i confini dell’arte, mescolando passato e futuro in un vortice formidabile. Ha fatto film che non sono film, ma porte aperte verso un’arte nuova. Film che sono riflessioni sulla vita, sulla morte, sull’arte, sul sesso, sulla bellezza e la fragilità del corpo umano. Ha raccontato e mostrato corpi nudi, nel loro splendore e nella loro miseria. Ha raccontato storie di artisti sublimi e umiliati. Ha mescolato sempre l’alto e il basso, la vertigine e l’abisso. Nei suoi film, ha raccontato storie di pittori assassinati, di architetti malati, di musicisti dannati. Ha raccontato Rembrandt e Vermeer, Mozart ed Ejzensteijn, in mezzo a personaggi immaginari, prostitute ed assassini.

È Peter Greenaway, forse l’unico vero rivoluzionario del cinema. Ateo, ma affascinato dalle storie bibliche e da quella di Cristo, al punto da immaginare due film su di essa. “In uno, ‘Il matrimonio di Cristo’, immagino le nozze di Gesù con Maria Maddalena”, ci dice. “E nell’altro, racconto come Gesù in realtà probabilmente sia stato ucciso nella strage degli innocenti voluta da Erode”. Lo dice come fosse normale, perché per lui le strade alternative della Storia sono tutte percorribili. O forse abbiamo capito male, perché parlare con Peter Greenaway è essere testimoni di un flusso di idee e provocazioni senza fine, appassionato e affascinante, un torrente di paradossi, citazioni, giochi con l’ironia, geniali sconvolgimenti dell’ordine costituito. Un viaggio della mente fra scienza, arte, cabala, filosofia.

A Firenze, ospite del festival “Lo schermo dell’arte”, che presenta film e documentari di artisti e sull’arte, Peter Greenaway ha appena tenuto una affollatissima masterclass. Nella quale ha annunciato, come spesso ama fare, che “il cinema è morto”. Ma poiché ama il paradosso, ha anche annunciato il suo prossimo film.

Di che film si tratta, mister Greenaway?
“Immagino il viaggio folle dello scultore romeno Constantin Brancusi, all’inizio del Novecento, dalla Romania fino a Parigi. È una storia che si suppone vera: ma non ci sono testimonianze dirette, non c’è un diario, soltanto due o tre fotografie. Brancusi, poco più che ventenne, si allontanò dalla Romania per cercare il centro del mondo, artisticamente parlando: Parigi. E poiché non aveva soldi, ci andò a piedi. attraversando tutta l’Europa”.

Che cosa gli accade?
“Una serie di episodi, a volte erotici, a volte tragici: viene aggredito, in quanto vagabondo. In altri momenti, vive avventure sentimentali. Cade gravemente ammalato, e trova ricovero in un convento di suore. Alla fine arriva a Parigi, nel giorno delle celebrazioni per la presa della Bastiglia. Aveva percorso, a piedi, milleottocento chilometri”.

Quindi, il cinema non è morto, se lei continua a credere nel cinema.
“Il cinema come lo immaginiamo oggi è morente. Del resto, nessuno oggi vede il cinema muto, no? Chi di noi vede film muti? Se non sei un archivista, non li vedi. Il cinema muto è vissuto poco più di trent’anni, dal 1895 al 1927. E il resto del cinema, che oggi è solo testo illustrato, con nessuna attenzione all’immagine, se ne andrà nello stesso modo, per far posto a qualcosa di diverso”.

Ha dichiarato “quando compirò ottant’anni, mi suiciderò”. Scherza, vero?
“No, perché? Vivo in Olanda, dove su questo pensiero son già molto avanti. E io sono convinto che se un uomo non è più capace di procreare o di creare artisticamente, non serve a niente. Dopo gli ottant’anni, non ci sono grandi artisti nella storia. Sì, Picasso ha fatto un quadro o due, Tiziano anche. Ma per il resto, niente. Non dobbiamo essere egoisti, dobbiamo lasciare spazio ai giovani, e toglierci di torno. Siamo un inutile spreco di spazio. Manoel de Oliveira, il regista portoghese, è morto a 106 anni, d’accordo: ma ha visto com’erano noiosi i suoi ultimi film?”.