SE FALLISSE LA BREXIT SUI CONFINI D’IRLANDA: BLAIR E MAJOR, A VOLTE RITORNANO

  1. DI ALBERTO TAROZZI

Turbolenze al di là della Manica. Proprio quando la May pareva avere raggiunto un accordo con la Ue per una transizione ad una uscita soft del Regno Unito dall’Europa si sono scatenati sul fronte interno tutti coloro che, favorevoli alla Brexit, ne pretendevano però una versione più dura. Dimissioni a valanga di Ministri (4) e sottosegretari (un tot). Raccolta di firme sul fronte del partito di governo per la sfiducia (sarà poi necessario per i firmatari, ottenere i voti dei 2/3 del parlamento). Fuoco e fiamme da parte degli unionisti nordirlandesi, che coi loro 10 seggi possiedono la golden share per il mantenimento della maggioranza.

Saremmo dunque vicini a una sorta di big bang? Così parrebbe, almeno stando alle apparenze e alle versioni maggiormente diffuse. In realtà gli elementi anomali e paradossali non mancano e sarà bene non farsi travolgere da luoghi comuni e semplificazioni, se si vuole capirne qualcosa. Sorprendente ad esempio che il tasso di interesse dei titoli di stato inglese sia calato, certo in conseguenza degli acquisti della Bank of England, ma anche a significare che sui mercati non vige ancora un clima di terrore.

Cosa è dunque successo e cosa potrà succedere? La sollevazione dei sostenitori della Brexit formato hard si è rivolta soprattutto alla tempistica di uscita concordata tra May e Ue. In primissimo luogo per quanto riguarda le attività di libero commercio e di dogana leggera ai confini tra Irlanda del Nord  (facente parte del Regno Unito) e l’Eire, come altra Irlanda stato autonomo e interno alla Ue. Questa leggerezza dei confini con l’estero, per almeno due anni, è stata intesa come se, sul fronte interno, si approfondissero le distanze tra Irlanda del nord e il resto della Gran Bretagna. Una sorta di violazione della integrità del Regno Unito, già dichiarata come sacra dalla May con gli unionisti di Belfast che si lasciavano andare a commenti feroci nel caso l’impegno fosse rimasto disatteso (tipo “Vi strizzeremo le palle fino a farvi uscire il sangue dalle orecchie”). Evidente oggi la delusione dei DU, gli unionisti nordirlandesi, timorosi anche di un referendum interno all’Eire, proposto dai repubblicani, che prevederebbe al contrario l’unificazione politica dell’intera isola.

Ovvio dunque che, di fronte al chiaro dissolversi della maggioranza a causa degli unionisti, i conservatori per la linea dura abbiano giocato di anticipo e rilanciato, per assumere il controllo della situazione. Non solo vogliono diventare i protagonisti della crisi di governo, ma anche proporre una sfiducia, più difficile oltre Manica che da noi (occorrono i 2/3 dei voti), ma tale da portare in breve periodo a nuove elezioni, mandando per aria il castello di carte costruito pazientemente dalla May a Bruxelles.

Tutto qui? Per la stampa nostrana parrebbe di sì, ma c’è un altro aspetto di rilevanza fondamentale che non viene rilevato a sufficienza. Al di là o forse prima del presunto dissesto economico del paese su cui le previsioni si sbizzarriscono, andrebbe visto quale nuovo governo potrebbe seguire quello attuale, nel caso capitolasse. Paradossalmente, tanto per cambiare, i fautori della Brexit dura potrebbero determinare un effetto collaterale di segno contrario ai loro desideri. Per chi non lo sapesse si sta scatenando nel paese la controffensiva dei favorevoli alla permanenza in Europa. Vale la pena di sottolineare che, dietro alle manifestazioni per il “Remain”, svoltesi di recente con una partecipazione molto elevata stando alle tradizioni anglosassoni relativamente poco “piazzaiole”, ci sta un fronte bipartisan (conservatore e laburista) che fa riferimento a due pezzi da 90 di precedenti governi, come Major per i primi e Blair per i secondi. Una sorta di “Partito della nazione” made in England in confronto al quale l’asse Renzi – Berlusconi sarebbe stato solo uno scherzo da ragazzi.

La domanda all’ordine del giorno, su cui occorrerà approfondire i dettagli, è dunque la seguente. Come si comporteranno i fautori del “Remain” nei giorni e soprattutto nei mesi futuri: tre gli scenari possibili.

1. Lasciare che i Brexit soft e quelli hard si scannino tra loro senza interferire. Dopo di che, in caso di elezioni, presentarsi come Grande coalizione prossima ventura, più o meno apertamente dichiarata, e riprendere il comando di un’opposizione europeista ben più forte di quella oggi in parlamento.

2. Puntare duro su elezioni e conseguente vittoria elettorale, preparando nel frattempo un contro referendum che nel breve periodo possa ricondurre il Regno Unito sulla via di Bruxelles. In breve un progetto analogo al precedente, ma con tempi molto più accelerati.

3. Offrire il proprio sostegno alla May, che già potrebbe essersi rivolta in tal senso ai socialisti di osservanza Blair, per superare lo scoglio della fiducia: per poi negoziare dall’esterno un’ipotesi di Brexit ultra soft solo apparentemente diversa dalla ipotesi dei sostenitori del “Remain”.

Nel frattempo molte altre cose potrebbero alterare il quadro politico. Dal riacutizzarsi delle tensioni nazionalistiche e religiose nell’Ulster (Nord Irlanda) a sobbalzi del quadro economico finanziario, magari non delle dimensioni preconizzate dai catastrofisti, ma di consistenza comunque rilevante. A possibili conflitti con una Ue che, con le elezioni di marzo, si trova anch’essa in una non semplice fase di transizione, non si sa bene verso che cosa.

Non c’è che dire, se nell’era della globalizzazione un battito d’ali di una farfalla può provocare un terremoto dall’altra parte del mondo, una dogana dal volto umano può essere il fattore scatenante di una reazione a catena su scala continentale.