L’UOMO CHE HA UCCISO SOCRATE

DI LUCA BILLI

Teodoto era arrivato da Mileto già da un anno, ma continuava a perdersi per le vie di Atene. Il padre, uno dei più ricchi mercanti della città ionica – che non sapeva leggere, ma che conosceva a memoria l’Odissea – lo aveva mandato a studiare all’Accademia, la scuola più prestigiosa di tutto il mondo greco, che Platone aveva fondato solo pochi anni prima. A dire la verità Teodoto non era molto portato per la filosofia e per le scienze, avrebbe preferito mettersi subito a fare il mercante, voleva viaggiare, vedere posti nuovi, conoscere nuove genti, eppure studiava con impegno, perché non voleva mancare di rispetto al padre e sperava di poter tornare presto nella sua città. Non appena ne aveva la possibilità, quando Platone e i suoi discepoli più vecchi interrompevano per qualche ora le lezioni, amava camminare per la città, tanto più grande della sua. Camminare per le strade di Atene gli dava l’impressione di fare un viaggio intorno al mondo, attraverso le lingue dei mercanti, attraverso i racconti che si incrociavano tra la Pnice ed il Pireo.

Quel giorno, perdendosi come al solito, era arrivato fino al Ceramico, tra le botteghe dei vasai. Osservava i vasi, le anfore, i crateri, ammirava la perfezione dei disegni e delle pitture. Ogni laboratorio esponeva sulla strada una parte della propria mercanzia; si soffermò in particolare davanti a una di queste piccole botteghe. Come nelle altre c’era il vasaio impegnato al tornio, che modellava una piccola brocca. Una scena simile a quella di tutte le altre botteghe, eppure notò che quell’artigiano era molto più vecchio di tutti gli altri e soprattutto che non sembrava guardare quello che stava facendo, il suo sguardo era come perso in un punto in fondo alla stanza, dove ardeva il grande braciere. Sempre più incuriosito, Teodoto si avvicinò in silenzio alla porta della bottega.
“Entra pure, avvicinati.”. Teodoto balbettò un ringraziamento e qualche parola di scusa. “Devi parlare un po’ più forte, ragazzo. Non riesco a vedere il tuo viso.”, “Non sono venuto a comprare, stavo solo guardando.”, “Non fa nulla. Accomodati, siediti qui davanti. Mi fa piacere avere compagnia. Il mio garzone è in giro a fare delle consegne e credo che farà tardi. Stai guardando Fanorio, probabilmente il più vecchio vasaio di Atene, ormai. Mi dispiace non poter ricambiare. Sono del tutto cieco da dieci anni, vedo solo i miei vasi. Li vedo ancora con le mani e per fortuna posso lavorare.”, “Posso chiederti quanti anni hai?”, “Certo. Sono nato 86 anni fa, l’anno in cui gli ateniesi hanno votato per esiliare Temistocle.”. “Incredibile, tu hai conosciuto davvero tutti i grandi uomini di questa città.”, “E le grandi donne. In questi novant’anni in cui Atene è quasi sempre stata in guerra, con gli uomini sulle flotte e impegnati nelle campagne militari, ragazzo, chi credi che abbia tenuto insieme questa città? Durante la peste, se non ci fossero state le donne a curare noi uomini, a coltivare gli orti, a far acqua nei pozzi, a riparare le Grandi mura, Atene sarebbe caduta molto prima e forse sarebbe tornata un villaggio di coltivatori di olive e non la grande città che tu hai la fortuna di vedere. Prima o poi qualcuno dovrà riscrivere la storia, per raccontare che senza le donne questa città sarebbe stata molto diversa.”, “Non ci avevo mai pensato.”, “Perché i libri di storia, ragazzo, finora li hanno scritti gli uomini, ma confido che prima o poi questa cosa cambierà e ci sarà il nome di una donna dopo quelli di Erodoto e di Tucidide.”. “Io sono di Mileto. Tu hai mai viaggiato?”, “No, ho sempre voluto stare qui ad Atene, ho preferito andarmene soltanto quando c’è stato il governo dei Trenta. Avevo già avuto qualche problema con i Quattrocento e così decisi di trasferirmi da mia sorella, che aveva sposato un commerciante di Tebe. Ma non appena Crizia morì, tornai qui.”. “Tu hai conosciuto Pericle?”, “A essere sincero, non ho mai parlato con lui, l’ho ascoltato molte volte in assemblea, ho votato per lui molte volte, ma non ho mai parlato con lui. Pericle era un uomo distante, nonostante tutto è sempre rimasto un aristocratico. Invece ho parlato diverse volte con Aspasia. Lei veniva spesso qui nel Ceramico, come al Pireo e negli altri demi; voleva incontrare i sostenitori del partito di Pericle. Io allora organizzavo i vasai di questo demo. Ricordo gli incontri precedenti alla guerra del Peloponneso: passavamo notti intere a discutere con gli altri artigiani e Aspasia veniva qui spesso, voleva capire cosa pensava il popolo di Atene, anche perché eravamo noi che dovevamo votare e soprattutto che dovevamo combattere. Io ero contrario alla guerra contro Sparta, sono ancora convinto che sia stata un tragico errore; votai contro la decisione di inviare aiuti a Corcira quando quella città combatteva contro i corinzi, poi contro l’esclusione di Megara da tutti i mercati della Lega e infine contro l’assedio di Potidea. Bada bene, io non sono mai stato un sostenitore di Sparta e del suo regime, ma pensavo che l’avremmo sconfitta con la cultura e con l’arte: penso che il Partenone sia stata la nostra più grande vittoria nel conflitto ideale contro gli spartiati. Sono convinto che Aspasia fosse in buona fede, lei credeva davvero che Atene stesse combattendo una guerra di civiltà e che la sconfitta di Sparta avrebbe significato il consolidarsi della democrazia in tutte le città greche. Io credevo allora – e lo credo tuttora – che la democrazia avrebbe vinto con la forza dell’esempio e che sarebbe stata tanto più forte quanto più avesse difeso il valore della pace. Per me stavamo semplicemente combattendo una guerra commerciale e tutti i capi del partito, compreso Pericle, avevano troppi interessi personali da difendere: la guerra serviva a rendere più ricchi i loro affari e così alla fine mi allontanai dal partito. Continuavo a partecipare alle assemblee, naturalmente dopo che la guerra scoppiò feci sempre il mio dovere di cittadino, anche se quella guerra non era la mia guerra. Non fui richiamato perché già allora ero cieco da un occhio; una malattia mi ha portato via da bambino l’uso dell’occhio sinistro e la vecchiaia mi ha tolto anche il destro, come vedi. Ho pagato regolarmente le tasse e quando la città mi ha chiesto delle forniture non ho ne approffittato, come hanno fatto in tanti, purtroppo.”. “E dopo Pericle hai sostenuto qualche altro politico?”, “No. Io credevo davvero che la democrazia avrebbe portato un maggior benessere per tutti, io ci credevo quando Pericle ripeteva che Atene sarebbe stata un modello per tutta la Grecia. Io sono stato uno dei pochi che è intervenuto in assemblea per dire che la decisione di attaccare l’isola di Melo era umanamente inammissibile, era un oltraggio alla nostra storia e alla nostra cultura, ma ormai lo spirito della guerra aveva minato l’animo di questa città, come un verme che svuota all’interno un frutto, che al di fuori sembra ancora commestibile. Dopo che è arrivata la notizia che tutti gli uomini di quella piccola isola erano stati uccisi dal nostro esercito e che le donne e i bambini erano stati fatti schiavi, tutti senza nessuna pietà, ho smesso di partecipare alle assemblee, per me fare politica non ha avuto più senso.”.
Fanorio si interruppe di colpo, mentre continuava a modellare il vaso che girava sul piccolo tornio. Teodoto allora gli chiese: “Tu hai conosciuto anche Sofocle?”, “Un uomo simpatico, uno che amava fare gli scherzi. Sì, Sofocle era uno che ci credeva davvero, pensava che il mondo lo potessimo veramente cambiare. Ha speso tante energie, io non ero sempre d’accordo con lui, era un po’ conservatore, non pensava che il fine della democrazia fosse anche redistribuire le ricchezze, come pensavo io, ma ci teneva alla democrazia, con sincerità. E poi era così bravo a scrivere. Scrivi tragedie anche tu, ragazzo? O sei un poeta?”, “Sto studiando filosofia. Con Platone.”, “Se ne parla molto in città. Non so, ho sempre considerato la filosofia un po’ fumosa. Senza offesa, ragazzo, non mi riferisco certo a te. Ho conosciuto Anassagora, a volte veniva con Aspasia alle nostre riunioni. Un uomo distratto. Io non capivo molto delle sue idee, ma mi sembrò un grave errore costringerlo all’esilio. Voi filosofi dovete avere la libertà di studiare, senza costrizioni.”, “Io non sono ancora un filosofo.”, “Sei curioso, ragazzo, e credo che questo sia un buon inizio. Mi piaceva ascoltare le lezioni di Protagora e di Gorgia, mi divertivano i loro ragionamenti.”, “Platone ci insegna a diffidare dei sofisti.”, “L’ho sentito dire. Ma io non ho mai amato quelli che dicono che il bianco è bianco e il nero è nero; forse a causa dei miei difetti di vista ho sempre notato di più le sfumature di grigio.”.
Teodoto approfittò di un momento di silenzio, per cambiare discorso, non voleva iniziare una discussione filosofica e soprattutto non voleva mancare di rispetto a quel vecchio vasaio: “Quindi hai conosciuto anche Socrate?”, “Socrate lo conoscevano un po’ tutti ad Atene, era sempre in giro per la città a parlare con chiunque avesse del tempo da dedicargli. Io però l’ho conosciuto bene. Eravamo praticamente coetanei, siamo nati a pochi mesi di distanza e Socrate era un artigiano, come me, anche se lui, scultore figlio di scultore, tendeva a considerarsi un po’ superiore a noi vasai. Ho discusso con lui molte volte. Ci siamo sempre scontrati sull’idea di democrazia. Per me ogni uomo ha il diritto di partecipare alla vita della sua città, perché possiede in qualche grado il senso politico, e ogni voto è uguale in assemblea, il mio come il tuo, anche se io sono povero e tu sei ricco, anche se io non ho studiato e tu sei un famoso filosofo, anche se io sono un bastardo senza genitori e tu il rampollo di una famiglia che discende da Clistene, anche se tu sei un uomo e io sono una donna – ma su questo punto non ho mai trovato l’approvazione dei miei concittadini, neppure dei democratici più radicali. Per Socrate invece il governo della città doveva essere il compito esclusivo delle persone intelligenti, di quelli che avevano studiato. L’unica cosa che apprezzavo – e su cui eravamo d’accordo – è che lui non faceva distinzioni tra donne e uomini e pensava che anche le donne potessero assumere le cariche più alte dello stato. Socrate non riusciva proprio ad accettare che tutti i voti avessero lo stesso peso. Ha messo in testa strane idee a tanti giovani delle buone famiglie ateniesi, Alcibiade, l’uomo che amava la guerra, che per la sua ambizione ci gettò nella catastrofe siciliana, era un suo allievo, Crizia, l’oligarca che fece il colpo di stato dei Trenta e che si alleò con i spartani, era un suo allievo, tanti nemici della democrazia sono stati suoi allievi.”. Fanorio fece una lunga pausa. Teodoto rimaneva in silenzio, poi il vecchio ricominciò: “Io fui uno dei giurati al processo: fui sorteggiato. Non fu facile decidere: Socrate si difese con un bellissimo discorso. Ebbi l’impressione che per tutto il tempo della sua arringa guardasse solo me, anche se eravamo in cinquecento a dover decidere della sua vita. Forse mi guardava perché mi conosceva bene e perché eravamo i due più vecchi quel giorno. Meleto per accusarlo fece un discorso ridicolo: non aveva senso tirare fuori il tema dell’empietà. Al tribunale non doveva importare nulla che egli credesse o no negli dei. Neppure io ci credo, non ci credeva Pericle e in fondo neppure Sofocle ci credeva. Quello era un processo politico e tale sarebbe dovuto rimanere: Meleto sbagliò a dargli altri significati. La questione era semplice. Meleto avrebbe dovuto chiedere ai giurati: Socrate ha indebolito la nostra democrazia? Su questo non c’erano dubbi, Socrate non amava la democrazia, sosteneva il governo dei migliori: questo lo avrebbero potuto testimoniare centina di ateniesi che avevano parlato con lui. Io ero convinto che lo avremmo condannato all’esilio: sarebbe stata la pena adeguata per le sue colpe, ma poi Socrate ci tese una trappola e non solo chiese di essere assolto, ma pretendeva di ricevere un premio per la sua attività pedagogica. Fu lui a spingere il tribunale verso la pena di morte. Io rimasi in dubbio fino all’ultimo, poi votai a favore della condanna. Speravo che alla fine i suoi ricchi amici lo avrebbero salvato: lui sarebbe andato in esilio e noi avremmo vinto. Ma Socrate tenne duro, fu, come al solito, più intelligente dei suoi amici che lo spingevano alla fuga. Con la sua morte gettò in faccia ad Atene la superiorità morale degli uomini come lui, capaci perfino di morire per la loro città. Lui pensava che nessun marinaio o nessun contadino illetterato sarebbe stato capace di farlo e così pensò di aver dimostrato la forza dell’aristocrazia sulla democrazia. Si sbagliava, perché io ho conosciuto tanti uomini, tutti normali, che sono partiti per la guerra e che non sono tornati: non erano eroi, ma credevano in Atene e nella sua democrazia e per questo sono morti.”. Il vecchio si interruppe di nuovo, anche le mani si erano fermate, la brocca era ormai finita. “Sì, quella volta mi sono sbagliato, non dovevo votare a favore della condanna, non dovevo fare il suo gioco. Quella morte è stata una sconfitta per la democrazia ateniese e temo che così sarà ricordata in futuro, se si troverà qualcuno che racconterà a suo modo questa storia. Ricordo che mi guardò, mentre deponevo il mio voto, sapeva che stavo votando contro di lui, non avrei potuto fare altro, sono sempre stato fedele alle mie idee. Ho sempre pensato che Socrate avrebbe apprezzato l’ironia di questa storia: alla fine è stato l’unico uomo che io abbia mai deciso di uccidere.”.