BREXIT: COSA SUCCEDE IN CASO DI UN “NO DEAL”

 

DI MARINA POMANTE

 

 

 

Il Governo inglese negli ultimi giorni ha vissuto un vero terremoto politico, con l’uscita di importanti figure dall’esecutivo, la May ha visto traballare la propria leadership. La maggioranza parlamentare sembra perduta, ma la May è decisa a giocare le sue carte e smascherare chi l’avversa da fronti opposti. I primi avversari della May parrebbero proprio gli unionisti Nordirlandesi che coi loro 10 seggi possono da ago della bilancia per il futuro della maggioranza.
Il punto d’arrivo è il voto di ratifica a Westminster, che sicuramente sarà prima di Natale, e lì il gioco sarà a carte scoperte. “La leadership, prosegue la May, è fare le cose giuste nell’interesse nazionale, non le cose facili. Io ho ho fatto il mio dovere, aspetto che il Parlamento faccia il suo”.
Lei non è una che si lascia intimorire, dimostrando la decisione di proseguire, portando avanti la volontà popolare espressa il 23 giugno 2016. La sua dichiarazione immediatamente alla notizia delle dimissioni da parte di quattro ministri, unite a quelle di altri membri del Governo, è stata lapidaria: “La mia linea è quella giusta, lo avverto con tutte le fibre del mio essere, vado avanti nel lavoro”. La May ribadisce il no all’ipotesi di un secondo referendum. Di fronte all’accusa del leader laburista Jeremy Corbyn di aver prodotto “un enorme fallimento” lei risponde che era l’unica scelta e la sola negoziabile. Ha replicato anche ai falchi del suo stesso schieramento di aver rispettato la volontà popolare espressa due anni fa aprendo così le porte all’uscita della GB dalla Ue che avverrà il 29 marzo 2019.
Una ipotesi possibile per sanare gli squilibri politici e porre fine alla diatriba tra sostenitori della Brexit e detrattori potrebbe essere proprio l’offerta di sostegno alla May, che già potrebbe essersi rivolta in tal senso ai socialisti di osservanza Blair, per superare lo scoglio della fiducia. Quindi successivamente negoziare dall’esterno un’ipotesi di Brexit ultra soft solo apparentemente diversa dalla ipotesi dei sostenitori del “Remain”.

Il rischio che il Regno Unito arrivi alla data prestabilita senza accordo è concreto, perchè in base all’articolo 50 dei Trattati europei, l’articolo che disciplina l’uscita dall’Unione, dopo due anni uno Stato è automaticamente fuori con o senza accordi.
Nell’ipotesi che ciò avvenga, la Gran Bretagna diverrebbe un “Paese terzo”, i suoi rapporti con l’Ue saranno quindi regolati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, con le relative conseguenze di dover sottoporre ad ispezioni doganali tutte le merci in entrata e in uscita dai porti dell’Inghilterra, con il conseguente allungamento dei tempi. Se ora un camion che transita per Dover, impiega due minuti per passare il controllo, dopo, il tempo impegnato per i controlli, diventerebbe più lungo e finirebbe col far collassare le attività doganali, lo stesso problema avverrebbe a Calais. Questo comportererà anche il blocco delle merci alla frontiera, infatti Londra sta valutantando la possibilità di requisire le autostrade del Ken per adibirle a grande parcheggio.

Un altro pericolo che L’Europa evidenzia, è la reitroduzione di una barriera fisica in GB tra l’Irlanda e l’Ulster. Attualmente circa 30 mila persone al giorno attraversano quel confine. Tornare a una frontiera fisica, riporterebbe alle tensioni politiche sanate vent’anni fa con gli accordi di pace.
Per le attività di libero commercio e di dogana leggera tra Irlanda del Nord “Paese del Regno Unito” e l’Eire, Stato autonomo e interno alla Ue, si complicherebbero i rapporti commerciali.

L’uscita dall’Ue senza accordi comporterebbe per i 700 mila italiani e per tutti i 3 milioni di cittadini europei nel Regno il decadimento degli impegni già presi sui diritti. Per gli europei l’incertezza del proprio status diventerà un rischio nemmeno troppo aleatorio, perderebbero il diritto di residenza permanente e ancora più insidioso, non avrebbero più l’accesso automatico al sistema sanitario britannico. Londra ha comunque garantito che tutelerà unilateralmente i loro diritti.
Alle frontiere inoltre si creeranno code per i controlli e potrebbe essere reintrodotto un sistema di visti. Anche le tariffe di roaming, potrebbero tornare in auge, queste erano state abolite nella Ue, per le telefonate da e per la Gran Bretagna. La sensazione è che questi cittadini che fino a ieri erano parte integrante del sistema britannico oggi vivano una sorta di “deportazione” ma il Governo ha tuttavia assicurato che questo non accadrà.

L’Italia, nel caso di “no deal” avrebbe solo da perdere. La nostra esportazione è più alta dell’importazione e quindi con la Gran Bretagna abbiamo un saldo commerciale molto alto. con il no deal, i dazi colpirebbero le nostre esportazioni. Il nostro sistema commerciale si basa su piccole e medie aziende e farebbero fatica ad adeguarsi al nuovo sistema imposto. Alcune aziende hanno come unico mercato estero proprio quello britannico e il rischio che corrono è proprio il fallimento e la chiusura.

La Gran Bretagna senza accordo vivrà un’impennata dei prezzi, dovuto alla probabile svalutazione della sterlina che si aggira intorno al 15%. Dazi sul latte e sui formaggi potrebbero toccare il 45%, anche il prezzo della carne potrebbe salire del 37% e il settore abbigliamento, scarpe, bevande e tabacco del 10%. I supermercati Sainsbury’s hanno già avvisato di possibili ritardi nell’approvvigionamento con il rischio di trovare scaffali vuoti a causa dei nuovi controlli doganali. Il danno è garantito e a cascata ci sarà la perdita di 800 posti di lavoro e il Pil avrà un ribasso del 6 punti percentuali.

Dopo il 29 marzo 2019 le conseguenze di un no deal potrebbero causare un blocco dei voli tra la Gran Bretagna e l’Europa.
L’Agenzia europea per la sicurezza aerea controlla il traffico aereo, ma per l’Organizzazione mondiale per il Commercio non ci sono regole analoghe, quindi si rischierebbe il blocco del traffico aereo ad eccezione dei voli d’emergenza, allora, va colmato immediatamente questo vuoto giuridico. Il problema dell’incertezza dello spazio aereo, riguarda anche i tour operator e c’è già chi ha annunciato che non si assumerà responsabilità per eventualli ritardi o cancellazioni dopo il marzo ’19. Anche le compagnie aeree potrebbero scegliere di non garantire prenotazioni successive a tale scadenza, proprio per il pericolo di un’eventuale chiusura dello spazio aereo.

Il cordone ombelicale degli Stati membri con l’Unione Europea alla quale essi stessi hanno dato vita, è divenuto più stringente e strangola qualsiasi attività di distacco, come la Brexit. La delicatezza delle stabilità sulla quale poggiare le certezze diventa allora frutto di un costrutto intersecato tra tutti i Paesi dell’Unione e laddove anche solo uno di questi aprisse la porta, l’effetto valanga che ne conseguirebbe potrebbe rivelarsi distruttivo (o quasi) per chi accenna l’uscita ma pure per chi resta.