CERVELLI IN FUGA: E’ RECORD DEGLI ITALIANI NEGLI ATENEI TEDESCHI

DI CHIARA FARIGU

Nel 2016 erano 3185 gli accademici italiani che insegnavano e facevano ricerca negli atenei tedeschi, numero che è andato progressivamente aumentando. Tanto da divenire, nel giro di sei anni, il gruppo più numeroso, posizionandosi prima dei cinesi (2615), degli austriaci (2481) e degli indiani che si attestano intorno a 2260. Professionisti e non solo. Ad aumentare, di anno in anno, secondo il Rapporto Migrantes, anche gli studenti che, conseguita la maturità, decidono di iscriversi nelle università tedesche.

Le ragioni sono tante, la più plausibile l’ha fornita l’Istat, nell’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) che imputa alla scarsa capacità del nostro paese di trattenere in suolo patrio i propri talenti le ragioni di questa costante e inarrestabile fuga.

Che l’Italia non sia un paese per giovani lo si scrive e lo si denuncia da tempo. Basta guardarsi attorno. Non servono dati e statistiche per confermare quanto è evidente nelle nostre case, nelle nostre città da nord a sud, isole comprese. E se non è appetibile per i giovani in generale, figuriamoci per chi ha completato un percorso formativo universitario. Sono tanti, troppi i giovani che, terminati gli studi accademici, dopo essersi guardati intorno, inviato centinaia di mail e di CV, sostenuto innumerevoli colloqui conclusosi con il classico “le faremo sapere”, che quasi sempre si traduce con un nulla di fatto, hanno deciso di spiccare il volo. Dapprima in numero contenuto, poi sempre di più. Fino a perderne il conto. Tanto che più che fuga la si dovrebbe definire esodo quella dei ‘cervelli’ oltre i confini. Non c’è agenzia o istituto di ricerca che non rimarchi, periodicamente, questo trend negativo oltre che inarrestabile.

Una perdita inestimabile per il nostro Paese. Un potenziale umano, che si è formato in Italia ma che andrà a fare grandi quei Paesi dove la cultura, a differenza del nostro, la promuovono, la incentivano, la finanziano e la retribuiscono.
Siamo il Paese dei paradossi. Veniamo costantemente bacchettati per essere la maglia nera in Europa per numero di diplomati e laureati e poi quando possiamo contare su queste eccellenze ce le facciamo sfuggire. Incapaci come siamo di trattenerle con opportunità lavorative adeguate. Non c’è regione esente da questa fuga, anche se il picco più considerevole come sempre spetta al Sud e alle isole dove la disoccupazione giovanile raggiunge cifre esponenziali.
Politiche inadeguate, scarse risorse (solo un risicato 4% del Pil rispetto al 5,2% della media Ocse, è destinato all’istruzione), lungimiranza pari a zero per l’iter post-universitario.

Sono troppo pochi i laureati e troppi, tra quei laureati, coloro che mettono in valigia sogni e aspettative per cercare all’estero nuove e migliori opportunità di lavoro e di vita: oltre 3mila ogni anno. Un’emorragia di talenti in fuga da un’Italia che non saprebbe cosa farne, una grave ferita sociale, ma anche una perdita economica. Quantificabile in oltre 14 miliardi, secondo un recente studio di Confindustria. Inestimabile invece la perdita umana. La migliore perché la più giovane, la più istruita, la più vitale.

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