MINNITI SI CANDIDA ALLA SEGRETERIA PD: «LA SINISTRA PARLI AI PIU’ DEBOLI»

DI MONICA TRIGLIA

E così, dopo aver pensato, riflettuto e annunciato per settimane che avrebbe sciolto la riserva “entro tre-quattro giorni”, alla fine la riserva l’ha sciolta davvero, non davanti all’assemblea nazionale del Partito democratico ma con un’intervista al quotidiano la Repubblica. Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, ha confermato la sua candidatura alla segreteria del Pd. Sfiderà Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, e (forse) Maurizio Martina. Minniti ha detto di raccogliere l’appello che gli hanno rivolto 500 sindaci e di farlo per «spirito di servizio, io che ho ricevuto tanto dal mio partito e dalla sinistra, e sento ora di dover restituire qualcosa». Nell’intervista a Repubblica dice: «Ci proverò con otto parole». Le parole in realtà sono sette (sicurezza e libertà, sicurezza e umanità, interesse nazionale e Europa, crescita e tutele sociali) perché “sicurezza” viene ripetuta due volte: chissà se è voluto o se è solo una svista.

A Milano sabato pomeriggio per presentare il suo libro “Sicurezza è libertà. Terrorismo e immigrazione: contro la fabbrica della paura” (Rizzoli), a intervista a Repubblica evidentemente già fatta, Minniti non aveva detto una sola parola sulla candidatura. Ma dal tono del suo intervento era stato chiaro che l’annuncio della discesa in campo era – questa volta sì – questione di poche ore.

Nell’affollatissimo salone dell’Ispi, a Palazzo Clerici, nonostante l’incalzare delle domande di Milena Gabanelli, Minniti ha tirato dritto su quello che è di fatto il suo manifesto elettorale. A partire dall’analisi della sconfitta del Pd nelle elezioni del 4 marzo: «Abbiamo perso perché non ci siamo misurati con due grandi sentimenti, la rabbia e la paura. Perché non abbiamo saputo parlare ai ceti più deboli e più esposti della società italiana. E se la sinistra non parla ai ceti più deboli, con chi parla?».

Nell’intervista a la Repubblica se ne fa solo cenno, ma nel corso della presentazione del libro a Milano di migranti si è parlato molto.

Minniti si è detto critico sul decreto sicurezza: «Mettere in discussione due cardini fondamentali delle politiche di integrazione del nostro Paese, l’accoglienza diffusa nei Comuni e il permesso umanitario, produrrà maggiore illegalità e clandestinità. E quindi maggiore insicurezza».

E si è scagliato contro “la fabbrica della paura” alimentata dai partiti al governo. «Sono diventato ministro dell’Interno quando gli sbarchi erano una vera emergenza. Ma i flussi migratori sono stati governati. L’ultima estate la situazione era ampiamente sotto controllo eppure il ministro Salvini ha continuato con la sua strategia comunicativa della tensione. Trasmettendo il messaggio che ci fosse una drammatica emergenza, arrivando a chiudere i porti. Perché il suo obiettivo è mantenere attiva la fabbrica della paura».

Il compito della sinistra è chiudere questa fabbrica. «Abbiamo avuto un atteggiamento sbagliato, aristocratico, non abbiamo ascoltato. Se una persona ha paura e io gli rispondo con supponenza, dicendogli “tu hai paura e quindi sei debole, e per questo puoi essere strumentalizzato dal mio avversario politico”, io rompo qualunque canale di comunicazione. Invece deve essere chiaro che non è un elemento di minorità avere paura, perché la paura è un sentimento vero, non solo uno stato d’animo. E di fronte a un sentimento vero una grande forza politica deve cercare di comprenderne ragioni e complessità. E liberare dalla paura chi ne soffre». Sicurezza, libertà, umanità, solidarietà: «Per i nazional populisti ciascuno di questi termini esclude l’altro: “Se vuoi maggiore sicurezza devi rinunciare a un pezzo della tua libertà, a un pezzo della tua umanità” dicono. Ma io ribatto che una democrazia che fa questo perde se stessa».

Ecco il tema dei prossimi anni per la sinistra. «Oggi la sfida è più che mai la differenza sull’idea di società. Bisogna stabilire una linea di demarcazione molto netta tra un progetto democratico di sviluppo di un Paese e un progetto nazional populista. La sinistra deve battersi affinché vinca il principio di una società libera e aperta».

A fargli perdere per un attimo la calma è stato Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano. Minniti aveva appena ricordato come «messa in campo l’idea di governare i grandi flussi migratori, è diventata indispensabile in Libia la presenza delle Nazioni Unite. L’intensa attività diplomatica del governo italiano ha portato alla firma di una convenzione tra il governo di Tripoli e l’Onu. Così l’Unhcr ha avuto l’autorizzazione a costruire un centro speciale per le persone più fragili, quelle che avevano già avuto diritto alla protezione internazionale. E 300 tra mamme e bambini sono stati portati in Italia con due voli dell’aeronautica militare tramite il primo corridoio umanitario della storia tra Tripoli e Roma».

«L’intervento dell’Onu doveva arrivare prima» gli ha ricordato a questo punto Pisapia. «Ancora oggi inchieste di giornali importanti documentano cosa accade ai migranti che dalle navi vengono riportati in Libia. Si sarà anche iniziato un cambiamento, ma non mi sembra sia cambiato granché».

Una critica che Minniti ha respinto: «Non la accetto. Ho avuto 16 mesi, sono diventato ministro quando arrivavano 180 mila persone ogni anno. Le Nazioni Unite non avevano mai messo piede in Libia, che non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951. Quattro mesi dopo la mia elezione sono entrate nel Paese e qualcuno mi dice è troppo tardi?». Un’irritazione cresciuta quando anche Milena Gabanelli gli ha ricordato che in Libia non tutto risolto. «Lei è una giornalista e ha il diritto di denunciare. Io sono un riformista, e da ministro dell’Interno ho lavorato per iniziare a cambiare le cose. Spesso coloro che cambiano radicalmente le cose, i riformisti, all’inizio vengono considerati dei traditori ma poi la storia dà loro ragione».

Marco Minniti all’Ispi di Milano con Milena Gabanelli e Giuliano Pisapia. All’incontro ha partecipato anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori.