NASHVILLE, ITALIA, 2018. “YOU MAY SAY THAT I AIN’T FREE, BUT IT DON’T WORRY ME”.

DI ALBERTO  CRESPI

Sto leggendo un bellissimo libro sulla lavorazione di “Nashville”, uno dei film che più amo al mondo: “The Nashville Chronicles”, di Jan Stuart. E’ bellissimo, divertente, scritto in un inglese funambolico e pieno di aneddoti strepitosi. Ad esempio, sapevate che la sequenza finale (il concerto, la scena in cui sparano a Ronee Blakley) fu filmata in un solo giorno, sotto la continua minaccia della pioggia? E che Altman era così incazzato con Barbara Harris che quando lei, nei panni di Albuquerque, sale sul palco e canta “It Don’t Worry Me” nella realtà cantò altre sei-sette canzoni alla folla convinta che la stessero filmando, mentre il regista aveva ordinato di spegnere le macchine da presa dopo la prima canzone (l’unica che gli serviva)?

Vabbè, la cosa che mi ha colpito è questa frase dalla storica recensione che la critica Pauline Kael (una “altmaniana” fervente) scrisse sul “New Yorker” a film ancora da distribuire. Kael capì perfettamente il valore politico del film e scrisse: “Nashville is about the insanity of a fundamentalist culture in which practically the whole population has been turned into groupies”.

Mi viene un sospetto: avesse visto, Pauline Kael, un film sull’Italia del 2018? Solo che un “Nashville” dei nostri giorni e del nostro paese non c’è.